Il 17 marzo salvato da Calderoli e Bossi?

Severgnini scrive senza le intemperanze leghiste la festa sarebbe stata coperta da "uno sbadiglio gigantesco"

L'editorialista del Corriere propone poi di indossare una coccarda tricolore, quel giorno

Indro Montanelli sosteneva che a Bossi, un giorno, avremmo dedicato monumenti nelle piazze italiane, di fianco a quelli di Giuseppe Garibaldi. Lo considerava, infatti, un patriota involontario. Esaltando l’inesistente Padania, la Lega ci ha obbligati a ragionare sull’Italia esistente.
Fingendo di disprezzare la nazione, ha risvegliato il nostro sentimento nazionale (poco a tanto che sia). A Umberto Bossi ha dato una mano Roberto Calderoli. Uno e l’altro persone più ragionevoli di quanto vogliano far credere: lo prova il fatto che la Lega s’è tenuta lontana dalla violenza. Definendo «una follia costituzionale» la festa nazionale del 17 marzo, il ministro della Semplificazione – nomen omen – ne ha decretato il successo.

Il nostro tribalismo è talmente radicato che, per combinare qualcosa, dobbiamo trovare un avversario. Il 150° dell’Unità si trascinava tra comitati comatosi, mostre periferiche e i discorsi eccitanti come tisane. Gli avversari dell’epoca – gli austriaci, la Chiesa cattolica – sono buoni amici dello Stato italiano. La sinistra, a lungo sospettosa del tricolore, oggi lo sventola con convinzione. Uno sbadiglio gigantesco stava per coprire l’anniversario. Ci hanno pensato l’altoatesino Luis Durnwalder e l’europarlamentare Mario Borghezio: un monumento anche a loro, per favore. Il primo ha spiegato che «il gruppo linguistico tedesco non ha nulla da festeggiare»; il secondo ha distillato perle di saggezza radiotelevisiva. «Il festival di Sanremo è una festa padana», ha spiegato a Radio 24. Poi, turbato dall’inno all’inno (di Mameli), ha cambiato idea: «Benigni? Peggio di Ruby. Fa semplicemente schifo il prostituirsi di un artista alle esigenze della retorica di una parte del Paese contro l’altra».

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