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  • giovedì 3 Febbraio 2011

La mappa delle rivolte

Le proteste continuano ad aumentare e acquistano una rilevanza politica sempre più forte

Tunisia, Egitto, Siria, Yemen, e ora anche Sudan: non si può più parlare soltanto di proteste passeggere

Le proteste nei paesi africani e mediorientali stanno acquistando di ora in ora una maggiore rilevanza politica. In Tunisia hanno già portato alla fine del regime di Ben Ali e alla sua fuga dal paese che aveva dominato per ventitré anni. In Egitto stanno spazzando via – seppure faticosamente e dolorosamente – il regime trentennale di Hosni Mubarak. In Yemen il presidente Ali Abdullah Saleh, al potere da trentadue anni, ha annunciato che alla fine del suo attuale mandato non si candiderà alle elezioni. In vari altri paesi si registrano rivolte, manifestazioni e moti di proteste mai così intensi e incisivi. Nessuno si sarebbe aspettato che dalla morte del giovane tunisino a Sidi Bouzid, lo scorso 17 dicembre, le proteste contro i regimi avrebbero acquistato tutta questa forza. E se forse è ancora prematuro parlare di rivoluzione mediorientale, è ormai certo che nessuno può più permettersi di ignorarle.

Tunisia
Le proteste contro la disoccupazione e la corruzione del governo erano iniziate il 17 dicembre dopo che un giovane venditore ambulante si era dato fuoco per contestare il sequestro della sua merce: dopo di lui almeno altre cinque persone si erano date fuoco. Durante un primo discorso alla nazione trasmesso dalla televisione di stato, il presidente Ben Ali aveva promesso che avrebbe creato 300mila nuovi posti di lavoro. Ma la rivolta ormai era già esplosa – anche grazie al passaparola sui social network – e una volta arrivata nella capitale ha portato rapidamente alla caduta del governo. Ma a pochi giorni dalla formazione del nuovo esecutivo, cinque ministri avevano già dato le dimissioni protestando contro la scelta di riconfermare gran parte del vecchio esecutivo. La situazione politica è ancora molto incerta.

Egitto
Dopo giorni di proteste e scontri in tutto il paese tra manifestanti e polizia, martedì al Cairo oltre un milione di persone hanno marciato pacificamente per chiedere la fine del regime trentennale di Hosni Mubarak. Il premio Nobel per la Pace El Baradei è rientrato in Egitto e si è unito ai manifestanti proponendosi per la prima volta ufficialmente come leader dell’opposizione e possibile candidato alle prossime elezioni. Il presidente egiziano Mubarak ha annunciato che non si dimetterà dalla presidenza ma non si ricandiderà alle elezioni previste per il prossimo settembre. Ma da ieri a piazza Tahrir sono inziati scontri molto violenti tra i manifestanti e i sostenitori di Mubarak. Secondo molte testimonianze, i sostenitori di Mubarak intervenuti ieri sono stati pagati e organizzati da forze vicine a Mubarak stesso; secondo altri sono addirittura gli stessi agenti di polizia. Gli scontri stanno proseguendo ancora adesso.

Siria
Anche Damasco si sta preparando a una grande manifestazione di protesta contro il regime del presidente Bashar Al-Assad. Il Middle East Media Research Institute (MEMRI) ha fatto sapere che decine di gruppi di opposizione hanno iniziato a mobilitarsi su Facebook e Twitter per organizzare manifestazioni di protesta a Damasco e in tutte le altre maggiori città domenica prossima. Chiedono maggiore libertà, migliori condizioni di vita e più attenzioni per i diritti umani. Bashar al-Assad è diventato presidente nel 2000 dopo la morte del padre Hafiz al-Assad, che era stato a sua volta al potere per trent’anni. Il suo regime è considerato per molti aspetti più rigido di quello egiziano e tunisino, ha sempre esercitato forti censure e tollerato a fatica qualsiasi forma di protesta. In un’intervista concessa al Wall Street Journal lunedì scorso, Assad aveva detto che le proteste delle ultime settimane in Egitto, Tunisia e Yemen stanno accompagnando il Medio Oriente in una «nuova epoca» e che i leader dei paesi arabi devono prepararsi a essere più accomodanti rispetto alle esigenze politiche ed economiche dei propri cittadini.

Yemen
Mercoledì il presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh ha annunciato che alla fine del suo attuale mandato presidenziale, nel 2013, non si candiderà alle elezioni. Nell’ultima settimana nel paese c’erano state grandi manifestazioni contro il suo regime al potere da trent’anni. Saleh era al potere ininterrottamente dal 1978. Fu prima eletto presidente dello Yemen del Nord e fu poi confermato alla guida della nuova Repubblica dello Yemen, quando nord e sud si unirono nel 1990. È stato rieletto l’ultima volta nel 2006. Gli Stati Uniti osservano con particolare interesse l’evolversi delle proteste nello Yemen: Saleh è un importante alleato dell’America per tenere a bada Al Qaida nella regione.

Sudan
Nell’ultima settimana alcune centinaia di giovani sudanesi hanno iniziato a manifestare per le strade della capitale Karthoum contro il governo di Omar Hassan al-Bashir. «È tempo che dimostriamo di che cosa siamo fatti», hanno scritto alcuni dei manifestanti su Facebook «i nostri Fratelli in Tunisia e in Egitto ce l’hanno fatta. Ora tocca a noi». Al-Bashir prese il potere con un golpe militare nel 1989. Da allora ha sempre esercitato un controllo di ferro su tutto il paese, lo scorso luglio è stato incriminato dalla Corte Penale Internazionale con l’accusa di genocidio nel Darfur. Sebbene le proteste di questi giorni siano ancora di dimensioni abbastanza ridotte, scrive il New York Times, sembrano essere molto ben organizzate e si stanno rapidamente diffondendo in varie città, dalla capitale a Omdurman e El Obeid to Kosti. Il referendum del 9 gennaio ha sancito la secessione del Sudan del Sud, che diventerà ora uno stato indipendente con capitale Juba, e il paese sta vivendo un movimento di transizione politica estremamente delicato.