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  • venerdì 14 gennaio 2011

Cambiare regime

Il presidente tunisino annuncia in tv concessioni senza precedenti e promette di lasciare il governo nel 2014

La decisione placa le violenze e toglie dagli imbarazzi anche qualche paese europeo

Il presidente tunisino Ben Ali, al potere dal 1987, ieri sera durante un discorso trasmesso in televisione ha annunciato concessioni senza precedenti in risposta alle rivolte di questi giorni: riforme in senso liberale, indagini sulla repressione violenta delle manifestazioni e soprattutto la sua rinuncia a un’ennesima ricandidatura alle elezioni del 2014.

Alcune di queste promesse sembrano essere state realizzate istantaneamente. Il governo ha alleviato la sua presa sui media, consentendo all’opposizione di apparire in tv: per la prima volta dopo anni la tv tunisina ha trasmesso immagini e parole di alcuni esponenti dell’opposizione. Inoltre, ieri sera erano tornati raggiungibili diversi siti internet il cui accesso era stato impedito, tra questi Youtube e Le Monde. L’opposizione ha accolto la svolta con cauto ottimismo. Il leader del Partito Progressista Democratico, Najib Chebbi, ha detto che il presidente ha toccato “il cuore del problema” e gli ha chiesto quindi di farsi promotore di un governo di unità nazionale che rappresenti tutto il paese.

Le manifestazioni in corso nel paese hanno cambiato tono, e agli slogan combattivi si sono sostituiti slogan festosi e di vittoria: nonostante questo l’agenzia di stampa AFP ha dato notizia della morte di due persone durante le manifestazioni nella zona centrale del paese. Il numero totale delle persone rimaste uccise durante le manifestazioni di questi giorni non è ancora noto, anche se le associazioni umanitarie parlano di almeno cinquanta morti (tra questi, almeno sette sono persone che si sono suicidate per protesta, in piazza).

Se servirà a sedare le manifestazioni, almeno nel breve periodo, la decisione di Ben Ali contribuirà anche ad alleviare il clima di pressione che si stava formando in Europa, soprattutto in alcuni governi, riguardo la situazione in Tunisia. In Francia, per esempio, stava diventando un caso politico la posizione “diplomatica” del governo nei confronti del regime autoritario del presidente Ben Ali nella ex colonia tunisina, di fronte alle repressioni antidemocratiche di questi giorni. Il ministro degli Esteri Michèle Alliot-Marie aveva persino proposto di lasciare che se ne occupasse saggiamente la polizia tunisina ed è stata molto contestata da associazioni umanitarie e sinistra: le posizioni simili di altri suoi colleghi di governo preoccupati dei vecchi buoni rapporti con Ben Ali hanno fatto il giro del mondo. Il primo ministro Fillon è stato costretto infine giovedì pomeriggio a condannare “l’uso sproporzionato” della forza da parte della polizia tunisina.

Ma paesi dell’Occidente i cui interessi economici e le cui storie coloniali sono meno intricate con quelle tunisine sono stati molto più tempestivi e severi. Il ministro degli Esteri britannico Hague ha subito condannato le violenze nei confronti dei manifestanti e chiesto alle autorità di affrontare pacificamente la situazione. Gli Stati Uniti avevano già la settimana scorsa convocato l’ambasciatore tunisino esprimendo preoccupazione per come era stata gestita la protesta, e Hillary Clinton ha ribadito le preoccupazioni nei giorni scorsi. Dall’Unione Europea una condanna è arrivata per voce di alcuni suoi alti responsabili. Il responsabile dei Diritti Umani dell’ONU ha chiesto alla Tunisia di cessare immediatamente l’uso di eccessiva violenza nella gestione delle manifestazioni. Il New York Times ha pubblicato un editoriale molto duro martedì, contestando la vecchia pratica di Europa e Stati Uniti di tenersi buoni i regimi autoritari per interessi nazionali, e chiedendo all’Occidente di far capire a Ben Ali che le cose in Tunisia devono cambiare. Il ministro degli esteri italiano, Franco Frattini, ha condannato le violenze ma ha sempre ribadito il sostegno al governo di Ben Ali, “che ha avuto coraggio e che in passato ha pagato con il sangue dei propri cittadini gli attachi del terrorismo”.

foto: read FETHI BELAID/AFP/Getty Images