La Direzione nazionale del PD vista da chi c’era

La direzione ha approvato la relazione di Bersani con 32 astenuti su 206 presenti

© Marco Merlini / LaPresse
25-01-2010 Roma
Politica
Sede del Pd, riunione della Segreteria Nazionale dopo le primarie in Puglia
Nella foto il segretario del Pd, Pierluigi Bersani

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Rome, 01-25-2010
Politic
Pd headquarters, national secretary board's meeting after primary elections in Apulia
In the photo Pd secretary, Pierluigi Bersani
© Marco Merlini / LaPresse 25-01-2010 Roma Politica Sede del Pd, riunione della Segreteria Nazionale dopo le primarie in Puglia Nella foto il segretario del Pd, Pierluigi Bersani © Marco Merlini / LaPresse Rome, 01-25-2010 Politic Pd headquarters, national secretary board's meeting after primary elections in Apulia In the photo Pd secretary, Pierluigi Bersani

La Direzione Nazionale del Partito Democratico è cominciata alle 13 e si è conclusa intorno alle 18, quando i componenti dell’organo direttivo del PD hanno votato la relazione iniziale di Pier Luigi Bersani. Dei 206 membri della direzione, in 32 hanno deciso di astenersi (tra cui i 22 appartenenti all’area che al congresso sosteneva Ignazio Marino), nessuno ha votato contro.

Bersani ha aperto i lavori con una relazione che ha ripreso i contenuti del discorso di Torino ma è passata presto a occuparsi dei movimenti del PD di queste settimane, facendo riferimento soprattutto al cosiddetto documento dei 75, diventati nel frattempo 76, promosso da Walter Veltroni e Beppe Fioroni. Il segretario del PD lo ha definito “un errore” che ha provocato “sgomento” tra gli elettori del partito. Bersani ha tenuto il punto dicendo che “rispetto al discorso di Torino non ho niente di sostanziale da correggere” e che “lì c’è la bussola e la direzione di marcia”. Il riferimento alla bussola si deve a una frase contenuta inizialmente nel documento di Veltroni, e poi eliminata, che voleva il PD “senza bussola”: e la prima cosa che Bersani ha detto in conferenza stampa dopo il voto è stata proprio “la bussola c’è”.

Poi si sono avvicendati gli interventi, uno dopo l’altro, a marcare le posizioni all’interno del partito. Chi c’era racconta che si è discusso molto dell’iniziativa di Veltroni – nel merito e nel metodo – e soprattutto della possibilità di votare o no la relazione del segretario alla fine dei lavori, contandosi. Sebbene nei giorni scorsi sembrava che i cosiddetti 75 avessero voglia di arrivare alla conta, oggi l’intenzione di tutti era ricomporre le fratture e abbassare i toni. “I toni sono stati più ragionevoli”, ha detto al Post Matteo Orfini, responsabile cultura del PD. “I toni sono stati più dimessi”, è stata invece la versione di Pippo Civati, consigliere regionale lombardo e collaboratore del Post. In ogni caso diversi tra i firmatari del documento durante i loro interventi avrebbero chiesto più o meno esplicitamente di lasciare aperta la discussione e non concluderla col voto, tra cui lo stesso Veltroni. Alla fine però ha prevalso la volontà della maggioranza, e il risultato del voto conferma un allargamento della fiducia a Bersani rispetto agli schieramenti usciti dal congresso, grazie al voto favorevole di Franceschini, Fassino e diversi altri dirigenti che al congresso non avevano sostenuto il segretario. I veltroniani si sono astenuti. Orfini era tra i favorevoli al voto finale, visto che “sembrava che qualcuno volesse sminuire la portata di quello che era accaduto”. Civati se la cava con una battuta, dicendo che “ci contiamo dentro perché non contiamo fuori, a esempio di un partito tutto rivolto verso l’interno”.

Civati racconta poi di avere avuto uno scambio col presidente toscano Enrico Rossi, col quale nei giorni scorsi c’era stata qualche scaramuccia. Quest’ultimo avrebbe detto che “non ha mai visto Anchise rottamato da Enea” – Anchise era il padre di Enea, ignoranti – e Civati nota che l’immagine che più si ricorda dei due, quella di Enea che scappa da Troia portando il padre Anchise in spalla, in questo paese è capovolta: con la generazione precedente che trascina la successiva (Civati avrebbe poi cominciato il suo intervento dicendo di non essere “uno dei 75” ma di essere “del 75, e sono vent’anni che questa storia va avanti”). E si lamenta poi, sempre Civati, di un fenomeno di “militarizzazione dell’applauso”. “Gli applausi scattano per appartenenza, a prescindere da quello che uno ha detto: parla la Bindi, applaudono i bindiani; Veltroni, applaudono i veltroniani, parla Gentiloni e applaudono i popolari”.

La maggior parte degli interventi dei sostenitori di Bersani criticava non tanto il merito del documento di Veltroni quanto il metodo, nel solco tracciato da Franceschini per cui questo-non-è-il-momento-di-spaccare-il-partito. Orfini dice invece al Post che quello che non ha condiviso è stato proprio il merito, e non tanto il metodo. “Io stesso ho scritto un documento con altri di recente [quello cosiddetto dei “giovani turchi”, ndr] e personalmente trovo utile che si discuta di questi temi, che vanno al nodo delle cose che ci dividono. Certo: noi non abbiamo raccolto delle firme sul nostro documento, e io non penso nemmeno che il nostro documento possa diventare la linea del partito: ma ha senso comunque affrontare la discussione, confrontarsi e parlare di quelle cose”.

L’importanza del confronto, potete immaginarlo, è stata ribadita più volte anche da Veltroni nel suo intervento, in risposta a chi gli diceva di voler-spaccare-il-partito. “In passato 114 parlamentari annunciarono la costituzione di Red: perché si fanno le bucce soltanto al documento dei 76? Quando nel pieno della campagna elettorale in Sardegna Bersani si candidò per le primarie non ci rimasi bene ma non obbiettai. Egli sostenne che voleva solo discutere e non litigare. Ecco, uso le sue parole: stiamo solo discutendo”. E quindi stanno discutendo, insomma.