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  • sabato 28 Agosto 2010

Un altro giorno a Beirut

Il Libano attende i risultati dell'indagine sulla strage in cui fu ucciso il primo ministro Hariri

Il tribunale internazionale guidato dal canadese Bellemare sembra intenzionato ad accusare Hezbollah e assolvere il Mossad

di Filippomaria Pontani

La scrittura alfabetica, quella di cui la cultura occidentale si è avvalsa da quasi trenta secoli, e di cui si serve anche l’articolo che state leggendo, nasce a Byblos, attuale Jbeil, 40 km a nord di Beirut. Lì è stato ritrovato un sarcofago reale del X sec. a. C., che fu trasportato al Museo di Beirut, dove – dopo essere stato salvato dalle distruzioni belliche tramite un’ingegnosa copertura in cemento armato, rimossa appena 15 anni fa – attrae oggi i visitatori non solo per via della sua preziosa iconografia di banchetto funebre (largamente debitrice ai modelli egizi e ittiti), ma anzitutto per l’iscrizione retrograda che reca sul bordo del coperchio, la prima epigrafe in alfabeto fenicio giunta fino a noi:
“Sarcofago costruito da Ittobaal, figlio di Ahiram, re di Gubla [il nome fenicio di Byblos], per suo padre Ahiram, quando l’ha eretto per l’eternità. Se un re tra i re, o un governatore fra i governatori, o un comandante sale a Gubla e apre questo sarcofago, che lo scettro del suo potere si spezzi, che il suo trono venga rovesciato, che la pace fugga via da Gubla…”.
È singolare che la storia dell’alfabeto – il medesimo che i Greci e poi i Romani adatteranno alle loro lingue – si apra con una maledizione contro i profanatori di tombe (peraltro inefficace, giacché il sarcofago fu saccheggiato in antico, e probabilmente nemmeno da un re). Ma, come spesso in Medio Oriente, anche questo dettaglio del trapassato remoto non è privo di una sua sconcertante attualità.

Nella Place des Martyrs, proprio dinanzi al martoriato Monumento cui accennavo ieri, è stata allestita un’ampia tenda sotto la quale sono esposte al pubblico Gedächtnis otto bare coperte di fiori bianchi, ogni giorno più freschi: la prima, isolata in un ambiente a sé, è quella dell’uomo politico che continua a essere il più effigiato (e, senza dubbio, amato) in tutti gli angoli del Paese, dal suq di Tripoli al caravanserraglio di Sidone ai ristoranti di Zahleh: si tratta dell’ex primo ministro Rafik Hariri, dilaniato insieme alla sua scorta (ecco gli altri 7 sarcofagi) e a tredici passanti da un’esplosione avvenuta dinanzi all’Hôtel St. Georges il 14 febbraio del 2005. Il destino dei Fenici moderni si gioca attorno a questa tomba, all’impellente necessità di non tradire la memoria dell’uomo cui si deve in larga parte, pur tra mille polemiche e contraddizioni, la rinascita del Libano postbellico; attorno all’eredità di una figura carismatica che per lunghi tratti seppe riunire in un unico slancio (e, oggi, accomuna in un’unanime sosta di preghiera sulla strada del lavoro o del divertimento) tanto i suoi correligionari sunniti quanto i drusi, i maroniti, e molte delle 18 confessioni in cui si spezzetta la fede del vieux pays.

Basta un’occhiata al cuore di Solidéré per osservare la quasi naturale compresenza dei luoghi di culto più disparati in un fazzoletto di terra: tra gli altri, San Giorgio dei greco-ortodossi, San Giorgio dei maroniti/cattolici (non stupisca l’insistenza sul patrono: secondo una fortunata tradizione, l’uccisione del drago avvenne proprio qui), la chiesa degli Armeni, la moschea antica fondata sulla chiesa crociata e quella nuova (eretta da Hariri stesso), con quattro minareti e una cupola che dispiega all’interno un’opulenta eleganza sui toni del rosso. Del resto, è libanese Ali Hassoun, il pittore del drappellone conteso al Palio di Siena di quest’anno, quell’effigie del San Giorgio (sempre lui) con la kefiah che tanto ha scandalizzato le gerarchie dei Talebani di casa nostra. E ancora, la residenza estiva del Presidente della Repubblica (che in base alla costituzione dev’essere un maronita: oggi è Michel Sleiman) è dal 1984 il lussuoso palazzo di Beiteddine, appollaiato sui monti Chouf a poca distanza dalla capitale, nel cuore della regione dei drusi, e edificato secondo i tipici principi costruttivi arabi: colpiscono le immagini delle riunioni di gabinetto convocate dall’attivissimo Sleiman in un contesto architettonico che fa di lui, fervente Cristiano molto legato al patriarca Boutros Sfeir, l’alter ego di un emiro.

Com’è noto, sulla morte di Rafik Hariri si è aperta un’indagine internazionale, affidata a un tribunale capeggiato dal canadese Daniel Bellemare: secondo molte fonti ufficiose l’atto d’accusa in procinto di uscire da questa annosa inchiesta sarebbe rivolto anzitutto contro membri del partito sciita Hezbollah. Da questa requisitoria – secondo le indiscrezioni – sarebbe praticamente assente lo stato che per primo e con maggior forza fu sospettato del misfatto, ovvero la Siria, e sarebbero interamente assenti i servizi segreti di Israele. Presentendo tali conclusioni dell’inchiesta, Nasrallah ha recentemente (con grande ritardo sull’inizio dei lavori del Tribunale) prodotto una serie di prove (soprattutto video e intercettazioni altamente sofisticate), che mostrerebbero l’assidua presenza e vigilanza del Mossad sui luoghi dell’attentato in quel San Valentino di cinque anni fa e nei giorni immediatamente precedenti; egli ha poi accusato di mendacio i testimoni sulle cui dichiarazioni si reggerebbe la (peraltro ancora presunta) accusa del Tribunale. Questa documentazione, palesata al mondo da Nasrallah nel messaggio del 9 agosto scorso, è stata consegnata a Bellemare tramite il governo libanese di unità nazionale (del quale – è bene ricordarlo – fanno parte anche ministri sciiti di Hezbollah, che pure s’identifica come partito di opposizione): il Tribunale ha decretato ora un supplemento di indagine.

La posta in gioco è altissima (“che la pace fugga via da Gubla…”): un’eventuale condanna di Hezbollah (o di suoi militanti non rinnegati dalla dirigenza) approfondirebbe all’inverosimile le tensioni fra sciiti e sunniti delle quali dicevo ieri (ecco il significato latente della sparatoria per un posto macchina). La tenuta del governo di unità nazionale, guidato con equilibrio ed equilibrismo dal figlio di Hariri, Saad, verrebbe messa gravemente in forse, e un’emarginazione politica di Hezbollah (che conta su una milizia bene armata, e di fatto più potente dell’esercito regolare almeno nelle regioni più sensibili, quali il Sud e la valle della Bekaa) potrebbe preludere a una vera e propria esplosione del Paese. D’altra parte, la delegittimazione preventiva del Tribunale speciale, messa in atto da Hezbollah e sposata da alcuni settori del governo (anche se contrastata dal premier), rischia di inficiare ulteriormente l’immagine internazionale del Libano, con conseguenze deleterie: la scaramuccia dell’albero (3 agosto) è stata (forse frettolosamente) addossata all’esercito libanese e rischia di provocare un significativo abbattimento del sostegno economico americano alle forze armate regolari. È bene sottolineare il pericolo insito in un simile passo, ché ogni indebolimento dell’esercito regolare rappresenta de facto un rafforzamento delle milizie di Nasrallah, cui già ora – sulla scorta della grande vittoria del 2006, immortalata nel film Lebanon, Leone d’Oro a Venezia 2009 – la gran parte dei Libanesi (anche Cristiani) guarda come l’unico credibile baluardo nell’eventualità di una nuova invasione israeliana; un’eventualità tutt’altro che remota, a giudicare dai movimenti di truppe al di qua e al di là della zona presidiata dall’UNIFIL. Del resto, pare che perfino il presidente Sleiman, dinanzi alla minaccia di tagli alle sovvenzioni militari, si sia rivolto ai generali iraniani per valutare l’eventuale acquisto di armamenti d’avanguardia.

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