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  • sabato 28 Agosto 2010

Un altro giorno a Beirut

Il Libano attende i risultati dell'indagine sulla strage in cui fu ucciso il primo ministro Hariri

Il tribunale internazionale guidato dal canadese Bellemare sembra intenzionato ad accusare Hezbollah e assolvere il Mossad

di Filippomaria Pontani

Il Libano è uno scrigno inenarrabile di storia, e pochi siti archeologici impressionano quanto Tiro e Baalbek, l’antica Heliopolis: ambedue queste città, così come il fertile sud e la fertilissima valle dlla Bekaa, sono roccaforti di Hezbollah: addirittura, all’ombra delle potenti colonne dei conquistatori romani (le più grandi del mondo) gli ambulanti vendono a poche lire le magliette gialle con i minacciosi simboli dei resistenti di oggi. Ma il visitatore rimane colpito da certi accostamenti che mostrano la connaturata molteplicità culturale di questo Paese: lungo la strada, i poster e le bandiere a lutto in ricordo della recente scomparsa di Fadlallah, guida spirituale del Partito di Dio, si alternano a cartelloni pubblicitari di lingerie con ragazze provocanti e maliziose (spicca la marca Elissa) o a decine e decine di réclames di centri estetici per tutte le tasche: le cure di bellezza, evidentemente, non sono appannaggio del solo jet-set – chi abbia seguito Nadine Labaki nel fortunato film Caramel sa di cosa sto parlando. L’impressione è che l’Iran, per ora, sia lontano, e che anche in queste zone rurali l’Islam possieda una caratura diversa; il film di Bahman Ghobadi I gatti persiani, dove si tematizza l’asfissiante censura che costringe alla clandestinità la vita musicale di Teheran, ha ricevuto a Beirut un’accoglienza calorosa proprio in quanto descrive una realtà antifrastica rispetto al modello libanese. Ma, come avvertiva anni fa Gad Lerner, potrebbe essere un’impressione effimera: cosa accadrà quando l’11 settembre Ahmadinejad verrà a festeggiare la fine del Ramadan proprio a Beirut? E cosa accadrà quando, tra breve tempo il leader sciita iracheno Muqtada al-Sadr si trasferirà nella capitale libanese, dove due suoi nipoti studiano (il mondo è complesso) nei verdi viali della prestigiosa e centralissima American University?

Intanto Rafik Hariri dorme tra i fiori bianchi, e cammina fiducioso nel monumento che si erge in suo onore proprio davanti al Phoenicia e all’Holiday Inn. Nella coscienza di molti Libanesi (anche Cristiani), l’idea di una matrice unica dell’attentato del 2005 pare inverosimile. Un’azione così spettacolare nel cuore di una delle città più presidiate al mondo, e ai danni di una delle persone più protette al mondo (quel giorno, pare, i sofisticatissimi sistemi radar delle sue auto erano tutti fuori uso), non può non aver goduto di complicità molteplici, magari situate al crocevia di interessi convergenti anche se di diversa matrice. D’altra parte, secondo il quotidiano “Al Balad” il 60% dei cittadini considera la commissione d’inchiesta internazionale politicizzata e disonesta, alla luce del fatto che la pista siriana è stata presto abbandonata, che quella israeliana non è stata mai esperita, che vari giurati si sono dimessi nel corso degli anni, e vari imputati (segnatamente dei generali dell’esercito libanese) sono stati preventivamente detenuti per anni per poi essere scagionati in mancanza di prove a loro carico. Per questo il ruolo di Bellemare è delicatissimo: chiunque profanerà la memoria di quella tomba in Place des Martyrs comprometterà la stabilità del Paese e dell’intera regione.

Nessuna pace, del resto, potrà omettere di considerare la questione più spinosa, quella delle centinaia di migliaia di profughi palestinesi che il Libano mal sopporta (con grande fatica è stato concesso loro l’altro giorno di accedere legalmente ad alcune professioni prima interdette; ma continua a non esistere per loro diritto di proprietà), e che Israele non vorrà mai riammettere in blocco nei propri confini, o in quelli del condendo stato palestinese (il problema è stato delineato con chiarezza da Giovanni Fontana). È sulla pelle di quei disperati, privi di un’identità da oltre 40 anni, che si gioca una delle partite più spietate dello scacchiere mediorientale: la comunità internazionale – dopo la scossa di Sabra e Chatila – sembra aver delegato la soluzione umanitaria di questo problema a un’agenzia, l’UNHCR, che non ha né i mezzi né le capacità per costruirla. E se sulla sicurezza e sui confini degli stati si potrà forse trovare un pur faticoso compromesso, sulla questione dei rifugiati il Libano teme che l’agenda dei nuovi negoziati dettata dagli Americani, così come l’opera di isolamento di Hezbollah in seguito al dossier Hariri, inducano a far passare tacitamente la linea israeliana di un assorbimento dei profughi all’interno degli stati in cui si trovano ora (si vedano le allarmate parole di Scarlett Haddad su “L’Orient le jour” del 25 agosto).

Quando verrà la pace in questa terra, una delle più dolci, fertili e ricche di storia del mondo? Quando si potranno finalmente estendere e approfondire gli scavi di Tiro (in mano israeliana fino al 2000, l’altroieri), dove scoperte sensazionali aspetterebbero gli archeologi, se solo ve ne fossero le condizioni (basti considerare l’imponenza dell’ippodromo o la ricchezza delle terme e della palestra in riva al mare, là dove affiorano i resti del porto fenicio)? Quando si potrà superare quel blocco che da oltre sessant’anni (lo ricorderanno bene i lettori de Gli scali del Levante di Amin Maalouf) impedisce ogni comunicazione fra Tiro e Haifa, spezzando una striscia costiera pregiatissima sin dall’epoca ellenistica, e una continuità secolare impersonata, tanto per dirne una, da Gesù?

Bokra. “Bokra” in arabo vuol dire “domani”, ma implica anche un concetto indeterminato di futuro. Per ora, tra le liti per un parcheggio e le minacce per un verdetto straniero, il cielo si stende cupo sopra i bianchissimi scogli del Piccione: l’unica certezza è che nel vieux pays circolano – e imperterrite continuano ad arrivare – troppe armi che non serviranno per uccidere il drago. Scordiamoci che l’integrità dell’utopia libanese, così radicata nei tempi del protettorato francese e così aperta nel trilinguismo strutturale degli abitanti (arabo – francese – inglese) possa riguardarci poco: dopo tutto, se Alessandro Magno non avesse conquistato Tiro, nell’assedio più duro della sua vita, la storia del mondo avrebbe preso un’altra piega; e proprio a Tiro, là dove oggi scorrazzano le camionette bianche con su scritto “UN”, nacque un tempo la più bella figlia di Agenore, di nome Europa.

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