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  • venerdì 27 Agosto 2010

Un giorno a Beirut

A Beirut, dopo il traffico e la dovizia delle nuove architetture, la prima cosa che colpisce sono i segni delle pallottole

A nessun'altra città nella nostra parte di mondo è toccato nel Dopoguerra di risorgere dopo anni di sparatorie e bombardamenti

di Filippomaria Pontani

Le onde spumeggiano fragorose sul faro di Beirut, mentre il Manara Palace Café, uno dei più noti della Corniche, si riempie di coppie e famiglie pronte a festeggiare l’iftar, o di giovani intenti a fumare il narghilè. Il sole tramonta, la brezza del mare si frange sul molo, e la mia limonata è dolce, zuccherata al punto giusto. Guardo passare le navi, tante come si confà a uno dei porti più importanti del Mediterraneo, e mi volto indietro a guardare la costa, fitta di costruzioni in un agglomerato ininterrotto che arriva fino a Jounieh e oltre: la lisca di terra che rappresenta la spina dorsale del Libano. In tutto il centro ormai, da Manara a Solidéré ad Achrafiye, le riqualificazioni e i restauri – spesso controversi – sono compiuti o in via di completamento: comode arterie di scorrimento e ampi viali con aiole sono fiancheggiati da nugoli di gru e da impalcature che progrediscono a vista d’occhio giorno dopo giorno; nel cielo pesante svettano grandi alberghi nuovi di zecca e grattacieli aerodinamici progettati per contenere spaziosi appartamenti di gran lusso, come si vede nelle réclames che popolano manifesti, giornali e riviste, a cominciare da «Cedar Wings», il mensile della Middle East Airlines che accoglie chi arriva dal cielo.

Sono passati vent’anni dalla fine della guerra, vent’anni di difficoltà e tensioni che però non hanno fermato i massicci capitali degli Arabi (i Sauditi, gli emiri etc.) cresciuti nel mito del Libano come centro del gusto e della bellezza, e bramosi di investire i petrodollari nella resurrezione di quell’inestimabile capitale simbolico: ecco perché è così facile, per strada, incontrare macchine targate Dubai. Finisco la mia limonata, mi alzo à contrecoeur dal tavolo sul lungomare, quando le onde esplodono un colpo più forte, ma stavolta non vedo i consueti lapilli d’acqua a lambire il molo; no, non sono le onde, il colpo viene dalla terra e ha un che di sordo e repentino, mentre più rapidi e isterici sono quelli che seguono: si tratta di spari, di un paio di raffiche. Ormai ho imparato, tre mesi fa a Gerusalemme: nel mondo arabo i matrimoni si festeggiano così, e forse anche la fine del digiuno odierno, in qualche quartiere della periferia, sarà stata ritenuta degna di una sventagliata di mitra. Pago e torno a piedi verso Downtown.

A Beirut, dopo il traffico e la dovizia delle nuove architetture, la prima cosa che colpisce sono i segni delle pallottole. Lo ha mostrato meglio di chiunque altro l’artista palestinese Mona Hatoum, che ha intitolato “Witness” la provocatoria miniatura in candida porcellana del monumento ai Martiri che si erge nella piazza più grande della città: si tratta di un gruppo bronzeo di tre personaggi simbolici (il riferimento è alla resistenza anti-ottomana durante la I guerra mondiale), tutti variamente mutilati o bucherellati, che quasi recano nelle loro carni sbrindellate il tormento della storia di un popolo. Del resto, basta entrare nella chiesa greco-ortodossa di San Giorgio, a un passo da Place des Martyrs, per discernere – pur sotto i recenti restauri – i tipici fori circolari che costellano le pareti affrescate. Poco più in là, specie nelle strade meno trafficate, occhieggiano indiscreti qua e là edifici ancora pericolanti e in attesa di restauro, oppure lasciati in piedi tali e quali come muti, perpetui memento della furia bellica. L’Holiday Inn, anzitutto: subito dietro le modernissime torri del Phoenicia Intercontinental Hotel, che affaccia sulla marina vecchia, lo scheletro di quell’albergo un tempo prestigioso appare vivisezionato da proiettili di ogni tipo e grandezza. Soltanto guardandolo dal basso, e percorrendo la zona della Linea verde (che corre, per la folgorante ironia dei toponimi, lungo la Via di Damasco), si può intendere la fedeltà e il genio di Ari Folman nel congegnare la scena eponima di Valzer con Bashir, quella in cui il protagonista – soldato israeliano nell’invasione del 1982 – danza quasi immemore di sé sotto i tiri incrociati dei cecchini.

È quasi buio ormai, e mentre arrivo ai Souks, il nuovissimo centro commerciale appena dietro Place de l’Étoile, scaccio i fantasmi di un passato che non ho vissuto: soppeso fra me e me la vitalità di una città dove la Hatoum espone senza tema le sue installazioni (presso il neonato Beirut Art Center, uno spazio culturale aperto e innovativo che le dedica una personale che abbraccia anche alcune opere esposte mesi fa a Venezia presso la Querini Stampalia); dove le donne girano da sole e senza velo con negli occhi uno spavaldo incanto senza pari (miss America 2010, la venticinquenne Rima Fakih, è di origini libanesi); dove il Festival du film libanais ha appena radunato centinaia di spettatori di ogni sesso e religione dinanzi a difficili cortometraggi non sempre coartati negli stretti binari della realtà, della storia o della politica. Per non parlare dei Festival d’estate, anzitutto quelli della vicina Beiteddine e della leggendaria Baalbek, dove negli ultimi anni si sono esibite tutte le maggiori star della musica internazionale, classica e moderna, senza eccezioni. E immerso in tali pensieri m’incammino verso rue Monot per contare i nights che stanno per aprire; per fare un salto in quel paradiso del design che è Luanatic, prima che chiuda; per curiosare nella vetrina di RectoVerso, una libreria “di tendenza” che ha sei mesi di vita e spera in un luminoso futuro. È forse questa la città con le migliori chances di (ri)diventare la capitale del Medio Oriente, se tutto andrà secondo le migliori previsioni.

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