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  • martedì 1 giugno 2010

Gerusalemme, capitale di un paese incattivito

Lo sgomento per i fatti appena accaduti al largo di Gaza lascia il passo talora alla rabbia per l'evidente incapacità militare dimostrata nella circostanza, peraltro l'ultima di una lunga serie

Per domani si attendono dimostrazioni, di certo nei Territori, forse anche nella capitale

di Filippomaria Pontani

Gerusalemme, 31 maggio 2010 – Scende la sera in lontananza, sulla valle di Giosafat, e il canto dei muezzin s’interseca con le sirene della polizia, o forse dell’ambulanza: a pochi passi da qui hanno ricoverato alcuni dei feriti del Marmara – feriti lievi, pare, ma al policlinico di Hassadah, a destra subito dopo la rotatoria, c’è la massima riservatezza. Scende la sera qui in cima al Mount Scopus, l’altura da cui Tito – si racconta – vide il primo panorama di Gerusalemme e del grande Tempio che di lì a poco avrebbe distrutto (Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica 5, 67): da quassù si vede ora anzitutto il tempio di un’altra fede, la sempre sfavillante Cupola della Roccia, e lo Scopus (in greco: “vedetta, osservatorio”) non è più un accampamento di soldati ma una turrita cittadella universitaria che costituiva fino al ’67 l’unica enclave israeliana nella fu Gerusalemme est. Qui, nel campus “storico” della Hebrew University, si entrava all’epoca su veicoli blindati, e qui sono stati pagati alti tributi di sangue, l’ultimo nel 2002 con una bomba che uccise nove studenti nel bar.

Ma qui continua a risiedere e a operare quella parte delle intelligenze di Israele che rimane convinta della necessità di un accordo con i Palestinesi, e che ancora domenica protestava – studenti arabi, studenti israeliani e professori, fianco a fianco – contro la politica del governo, contro la proliferazione degli insediamenti, così evidente anche in lontananza a giudicare dalle gru e dai cantieri. Qui vive e lavora una parte dell’opinione pubblica che non teme di manifestare, a rischio del carcere talora (è capitato a un docente di Lettere l’altro giorno), contro quelli che ritiene i gravi errori di Netanyahu; e qui, come in altri pochi luoghi del Paese, si alimenta la resistenza intellettuale che le pagine di Haaretz e del Jerusalem Post, in queste ore, documentano ad abundantiam.

Lo sgomento per i fatti appena accaduti al largo di Gaza lascia il passo talora alla rabbia per l’evidente incapacità militare dimostrata nella circostanza, peraltro l’ultima di una lunga serie. Si ricordano e si documentano gli svarioni compiuti ancor prima sul piano logistico che non su quello politico: se proprio si voleva fermare la nave, infatti, bisognava lanciare prima spari di avvertimento, poi – nel caso – adoperare strumenti a distanza, possibilmente mettere fuori uso il motore, infine come extrema ratio preparare un assalto forzando preventivamente gli occupanti a riparare sottocoperta, in modo da evitare in tutti i modi un corpo a corpo sul ponte, destinato a suscitare violenza da ambedue le parti, con le prevedibili conseguenze: le botte da orbi rifilate dai dimostranti ai soldati calati dall’elicottero (il filmato viene ostentato dalle autorità israeliane a loro discolpa) sono assai meno un’attenuante per le vite spezzate che non la prova eloquente dell’assurdità di tutta la manovra – a meno di non pensare che Tsahal volesse proprio andare allo scontro, e infliggere una punizione “esemplare”, nel qual caso non si sarebbe ben calibrato l’obiettivo di tale zelante didassi (gli ingenui idealisti europei, per caso? i coriacei Turchi?).

La politica, poi, ha le sue strane vie: lo stesso Ehud Barak che pochi anni fa era la speranza del nuovo Labour, guida dal 2007 il Ministero della Difesa, ed è l’uomo che ha totalizzato in pochi mesi la débâcle del Libano, il macello di Piombo fuso e da ultimo questa sanguinosa spacconeria della nave, compromettendo in modo forse irreversibile l’immagine del Paese presso le opinioni pubbliche occidentali, e ormai anche presso alcune cancellerie.

Israele è oggi un paese incattivito, cupo nella certezza di essere accerchiato e smanioso di prevenire gli smacchi attaccando per primo. Nessuno, va detto, vivrebbe agevolmente sotto il tiro delle armi iraniane; così come nessuno poteva ragionevolmente giustificare o ammettere il tiro a segno dei missili di Hamas su Ascalona – la patria di tanti filosofi e dello scalogno che si usa in cucina. Ma a cosa giova aver trasformato Gaza, la città il cui nome significa “tesoro”, nell’antonomasia di un crimine contro l’umanità? A cosa giova aver dato un calcio ai residui legami con la Turchia, già storico alleato di Israele e pedina essenziale negli equilibri della regione? A cosa giova aver aggiunto un altro anello alla catena di recriminazioni incrociate che strangolano sempre più l’intero Medio Oriente?

Ho lasciato da poco l’edificio dell’Università dove tra indigeni ed Europei di varie nazioni abbiamo discusso a fondo di Omero e della Bibbia, di filologi antichi e antichi rabbini, sfiorando problemi che stanno alla radice delle nostre rispettive culture. Quel moderno edificio, costruito con ardito progetto su una pendice dello Scopus, è intitolato a Yitzhak Rabin, la cui fiamma arde in cima a Mount Hertzl, dall’altra parte della città, non lontano dalla fiamma eterna dello Yad Vashem, e consuma ogni giorno la cera delle residue speranze di pace. Anni fa, ricordo, nel pieno della straordinaria parabola dei trattati di Oslo (i cui articoli passavano alla Knesset spesso per un paio di voti), il clima era opposto, e sembrava che una soluzione fosse a portata di mano. Sono 17 anni, ma pare un secolo: è come se quel presente si fosse ristretto a una frazione dell’eterno passato che è oggi sulla scena, così come avviene nel magnifico trittico di arazzi (Presente – Passato – Futuro, in quest’ordine, e con assoluta preminenza del pannello centrale) che Marc Chagall disegnò per la sala monumentale della stessa Knesset.

È buio ormai e la città allenta i suoi ritmi vorticosi. Per domani si attendono dimostrazioni, di certo nei Territori, forse anche nella capitale. Se i soldati avessero ucciso un noto capo politico arabo-israeliano, anch’egli a bordo della “Marmara”, saremmo forse alle soglie della terza Intifada; ma per fortuna pare non sia avvenuto, in questa vicenda che ha ancora tanti punti da chiarire.
In lontananza, dal quartiere arabo, un crepitìo di spari. Guardo fuori. Sono fuochi d’artificio, qualcuno – forse – si è appena sposato, per costruirsi in tanta pièta un lembo di futuro.

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