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  • lunedì 23 agosto 2010

Come sarà la pace fra Israele e Palestina

È da tempo che si sanno quali saranno i termini della pace, che la facciano domani o fra cinquant'anni

Il problema è che non sono entrambi ad avere ragione, ma entrambi ad avere (in modo diverso) torto

di Giovanni Fontana

Il 2 settembre riprenderanno i colloqui diretti fra israeliani e palestinesi per provare a trovare un accordo di pace. Ci sono mille ragioni per essere scettici sulle reali possibilità di arrivare a una soluzione: in Israele è al potere il governo più a destra della propria storia, e la Palestina è divisa a metà fra Gaza, in mano a Hamas, e Cisgiordania in mano a Fatah.

Questi due fattori, però, potrebbero non essere totalmente compromettenti: è vero che Netanyahu è profondamente di destra, e guida una coalizione ancora meno disposta al dialogo di lui, però non bisogna dimenticare che spesso nel conflitto mediorientale sono stati gli uomini di destra – come Menachem Begin con l’Egitto o Ariel Sharon a Gaza – a potersi permettere le maggiori concessioni. In inglese c’è un’espressione precisa, Nixon goes to China: chi non può essere accusato di connivenza con il nemico evita le delegittimazioni del proprio schieramento, il primo ostacolo in processi del genere.

Anche la netta cesura fra Gaza e Cisgiordania potrebbe non andare così a detrimento del processo di pace: in Cisgiordania Hamas ha sempre meno séguito, anche a causa dell’embargo che ha subito da parte della comunità internazionale quando era al governo, con la conseguente impossibilità di pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici. Un accordo di pace siglato dalla Cisgiordania sotto alla bandiera palestinese potrebbe costringere la leadership a Gaza a seguire Fatah ad accordo già fatto, biasimando il partito di Abu Mazen delle eventuali concessioni fatte.

C’è però un problema più grande: nell’ultimo decennio israeliani e palestinesi hanno dimostrato di non volerla, la pace. Come si può vedere, l’unica maniera per provare a ragionare obiettivamente di questo tema è con uno smaccato cinismo: sia a livello di leadership politica, che a livello di opinione pubblica, l’interesse per la pace – almeno da otto anni a questa parte – è proclamato (ogni tanto) a parole, senza che segua però nessun fatto concreto. È probabile che, nel corso dei prossimi mesi, Netanyahu dica che il processo di pace da parte israeliana è vincolato all’interruzione di qualunque atto terroristico, e che Hamas colga la palla al balzo per ricominciare il lancio di Kassam da Gaza, così da minare le trattative per chissà quanti altri anni.

Il problema riguarda certamente le leadership politiche di entrambi gli schieramenti, che traggono legittimità dalla perpetuazione del conflitto, ma – purtroppo – coinvolge anche l’opinione pubblica, sia in Israele che in Palestina: ed è per questo che chiunque passi del tempo in quelle aree ne ritorna pregno di sfiducia. La società israeliana è sempre più abulica, e sempre più spostata a destra: in molti emigrano, e la forte immigrazione dall’ex-Unione Sovietica sommata all’altissimo tasso di natalità fra gli ebrei ortodossi contribuiscono al trend. In più la costruzione del Muro e la conseguente fine del terrorismo suicida ha allontanato l’impellenza di una trattativa.

Dall’altra parte c’è un’opinione pubblica ancora legatissima all’idea di un’unica Palestina su tutto il territorio mandatario originale, che si scontra con l’impossibilità – proprio fattuale – di liberarsi di Israele. Qualunque riferimento politico, o geografico, a una convivenza con lo Stato ebraico è considerato un tradimento verso il proprio popolo e i martiri che sono morti per combattere. Qualunque sondaggio d’opinione dimostra che una larghissima parte delle persone non sarebbe disposta ad accettare neanche una Palestina entro i territori del ’67, lo scenario più roseo vista la situazione attuale. In altre parole, da entrambe le parti tutti dicono di volere la pace, ma nessuno è disposto ad alcuna concessione per ottenerla. Che equivale a non volerla.

Il problema è che come sarà questa pace lo si sa da anni, forse decenni. Che la si voglia o no, che sia giusta o sbagliata, che faccia torto agli uni o agli altri. I termini dell’accordo sono noti a tutti, perché sono l’unica strada percorribile. Ciò non vuol dire che questa verrà percorsa – né tantomeno che verrà percorsa a breve – ma che se una pace ci sarà, questa ricalcherà con piccolissime modifiche quella che è stata più volte ipotizzata, portata avanti, e messa nel dimenticatoio.

Quante volte abbiamo sentito dire che la questione mediorientale è irrisolvibile perché entrambe le parti hanno ragione? L’osservazione è assieme banale e scorretta, perché trascura un fatto ovvio: dato quel presupposto, è vero allo stesso modo che entrambe le parti abbiano torto. Ribaltare il punto d’osservazione è importante, perché aiuta a capire l’obiettivo che bisogna prefiggersi: non stiamo cercando la pace giusta, quella non c’è; stiamo cercando la pace possibile, se c’è. Spesso ciò che funziona è più giusto di ciò che sarebbe giusto.

Perché lo Stato unico non può funzionare
Negli ambienti dell’intellighenzia palestinese, e anche fra alcuni ebrei israeliani, viene sempre più spesso menzionata l’idea dello Stato unico. Questa soluzione non può funzionare per una ragione semplice: Israele non l’accetterà mai. Il presupposto su cui, a torto o ragione, è fondato lo Stato d’Israele è che questo sia uno Stato Ebraico: la piena cittadinanza a tutti i palestinesi dei Territori – per non parlare dei profughi – garantirebbe nel giro di due generazioni la maggioranza assoluta ai palestinesi, scenario che Israele vuole a qualunque costo evitare.

In Israele c’è una vera e propria ossessione nei confronti della questione demografica – nell’ultimo libro di David Grossman l’arabo-israeliano Sami fa ironicamente cenno ai suoi tre figli come «tre questioni demografiche» – ed è per questo che Israele mantiene questo sistema a due marce in cui porta avanti un’occupazione militare della Cisgiordania senza mai potersene permettere l’annessione – a meno di deportazioni di massa che, naturalmente, non sono in discussione.

Due Stati
Due popoli, due Stati. Ripetuto migliaia di volte, e mille ancora. È ancora l’unica soluzione sul tavolo ed è ancora la posizione ufficiale – almeno a parole – di entrambe le parti oltre che di tutti i negoziatori che si sono succeduti nel provare a trovare un bandolo a questa matassa. Come sarebbero, però, questi due Stati? I punti cardinali di un accordo sono sostanzialmente immutati da vent’anni e l’impressione è che qualunque pace si faccia, domani o fra cinquant’anni, non varierà molto da queste linee:

– I confini
La storia in breve: Il riferimento da cui si parte sempre sono i cosiddetti confini del ’67, in realtà quelli venuti fuori da quella che per gli israeliani è la Guerra d’Indipendenza e per i palestinesi è la Nakba (la catastrofe), e cioè la linea d’armistizio del 1949, nota come Green Line. Vengono dunque riconosciute ad Israele – da tutti gli organi internazionali, fra cui l’ONU – le conquiste territoriali ottenute nel ’48 ma non quelle successive, in particolare quelle della Guerra dei Sei Giorni quando Israele occupò – ma senza annettere formalmente – il Sinai e la Striscia di Gaza a sud, l’attuale Cisgiordania a est, e le alture del Golan a nord est. Fu perciò in quel momento storico che Israele si trasformò in una forza occupante a tutti gli effetti.

L’ONU, nelle risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di Sicurezza, non ha mai riconosciuto agli israeliani alcuna annessione territoriale ottenuta nelle guerre del ’67 e del ’73 (chiamata dello Yom Kippur), e per questo in Israele c’è un latente sentimento di “vittoria mutilata”. Israele ha cominciato a costruire in Cisgiordania e a Gaza un numero sempre maggiore di insediamenti con l’obiettivo di strappare chilometri quadrati nella, e alla, pace che verrà.

Nel trattato di pace con l’Egitto, Israele ha restituito tutto il Sinai; ma il successivo accordo basato soltanto sul riconoscimento reciproco fra Israele e Giordania – che fra il ’49 e il ’67 aveva sostanzialmente annesso l’area a ovest del Giordano – è sembrato legittimare le aspirazioni israeliane in Cisgiordania. Nel 2005 Israele si è ritirato da Gaza lasciando aperta soltanto la questione della Cisgiordania, che è però sostanziosa: a oggi 300 mila coloni vivono oltre la Green Line in insediamenti illegali, e la popolazione continua ad aumentare. Inoltre la costruzione del Muro ha costituito una barriera almeno psicologica per un nuovo confine visto che, nonostante le dichiarazioni israeliane, in diversi punti oltrepassa il confine del ’67.

La pace possibile: la politica di Israele, almeno in parte, ha funzionato. Gli insediamenti più grandi, come Modi’in Illit e Ma’ale Adummim, non saranno mai smantellati. Discorso abbastanza simile per quelli nei pressi del confine. Nondimeno Israele dovrà concedere qualcosa meno del 90 per cento dei Territori Occupati, l’interezza di Gaza, e un piccola porzione di territorio israeliano. La mappa ricalcherà la proposta di Camp David, con qualche modifica a danno dei palestinesi. Il ragionamento è cinico ma veritiero: la soppressione della Seconda Intifada, con la costruzione del Muro e la fine del terrorismo suicida, ha tolto ai palestinesi molto del proprio potere contrattuale.

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