I conti della serva

Le ipotesi sul numero dei finiani pronti a entrare nei nuovi gruppi parlano di 34 parlamentari

© Mauro Scrobogna / LaPresse
29-07-2010 Roma
Politica
Camera - manovra finanziaria
Nella foto: tabellone con voto d'approvazione della manovra 
© Mauro Scrobogna / LaPresse
29-07-2010 Rome
Politics
Chamber of Deputies - finance bill 
In the picture: scoreboard with the results of the vote
© Mauro Scrobogna / LaPresse 29-07-2010 Roma Politica Camera - manovra finanziaria Nella foto: tabellone con voto d'approvazione della manovra © Mauro Scrobogna / LaPresse 29-07-2010 Rome Politics Chamber of Deputies - finance bill In the picture: scoreboard with the results of the vote

L’ipotesi che la rottura tra Fini e Berlusconi non abbia solo una portata politica e storica notevole – di fatto è il fallimento del progetto Popolo della Libertà – ma anche possibili conseguenze sulla stabilità della maggioranza di governo si fa da tempo. Ma ieri, quando hanno cominciato a circolare i numeri attribuiti alla corrente finiana per la formazione dei nuovi gruppi parlamentari alla Camera e al Senato, si sono cominciati a fare i conti: perché quei numeri appaiono sostanziosi. Ferme restando le dichiarazioni ripetute di fedeltà alla maggioranza e all’appoggio al governo da parte dei dissidenti: ma è anche vero che fino a ieri erano nel PdL e ora sembrano essere definitivamente fuori. Le cose cambiano.

Oggi ne scrive il Corriere della Sera. Alessandro Trocino fornisce i dati e Andrea Garibaldi fa i conti.

Il pallottoliere in Transatlantico non ce l’ha nessuno, ma nel pomeriggio Flavia Perina, direttrice del Secolo d’Italia, e fedelissima di Gianfranco Fini, lo consiglia caldamente agli ex colonnelli di An: «Dicevano che eravamo quattro gatti: Berlusconi dovrebbe andare a dire due paroline a chi gli ha fatto i conti così male». In effetti il grafico delle adesioni al documento finiano segna subito un picco notevolissimo. Nulla di sicuro, perché i numeri ondeggiano, le veline si moltiplicano, piovono conferme e smentite e anche gli ammiccamenti vengono rubricati come sì. E perché una cosa è firmare un documento più o meno generico, altra cosa iscriversi a un gruppo autonomo. Ma quando si arriva allo show down finale, con il divorzio serale, le lettere di dimissioni dal gruppo Pdl cominciano ad arrivare sul tavolo del presidente della Camera. Il gruppo autonomo di Montecitorio è più che solido e anche se non saranno 34, come si dice, sono comunque numeri consistenti (il minimo sarebbe di 22 e di altri 8 al Senato). Abbastanza perché si concretizzi la minaccia di far traballare il vascello della maggioranza berlusconiana.

Secondo Trocino in questo 34 è finito dentro un po’ di tutto, e se un partito nuovo dovesse nascere da qui avrebbe componenti non poco disomogenee. Ma questa è una condizione frequente nei partiti italiani. Venendo però alla questione saliente, racconta:

Tra i firmatari del documento ci sono i membri del governo, come il ministro Andrea Ronchi, il viceministro Adolfo Urso e i sottosegretari Menia e Bonfiglio. Resta alla finestra, fino all’ultimo, il pontiere Andrea Augello. Alla voce di un possibile appoggio esterno, con fuoriuscita di ministri e sottosegretari dal governo, Ronchi reagisce sdegnato: «Ma che siete impazziti? Non se ne parla neanche».

Però le cose cambiano, e dando loro il valore che hanno senza allarmismi, vale la pena di fare i conti. Scrive Garibaldi:

I numeri dei seguaci dell’attuale presidente della Camera oscillano e oscilleranno. Di certo consumano pericolosamente il margine di sicurezza che fino a oggi la maggioranza ha avuto. Erano 28 i voti di vantaggio sulle opposizioni alla Camera, e le stime sui finiani stanno in una forbice fra i 34 ai 22. Erano 19 i voti di vantaggio al Senato e i finiani sarebbero fra gli 8 e i 13. Insomma non si parla di sicura perdita di maggioranza, ma di situazione verso il confine del rischio.

Naturalmente, prima ancora di questo rischio continuo e immanente, c’è l’ipotesi che il governo salti prima, per scelta sfinita del PresdelCons, e a quel punto i conti diverrebbero altri ed elettorali. Ma rimanendo al quadro attuale, il gruppo finiano potrebbe rendere più problematica la trascuratezza parlamentare di quello del PdL.

La maggioranza— va ricordato— dall’inizio della legislatura è stata battuta oltre 50 volte alla Camera, sugli argomenti più diversi, dagli immigrati, alla sanità, all’abusivismo in Campania. E le colpe principali non vanno ai reprobi «finiani», bensì alle copiose assenze di molti deputati Pdl. Italo Bocchino, vice capogruppo alla Camera, una volta spiegò così: «In media ci sono 30 membri del governo in missione, 7-8 deputati impegnati in commissioni, più 10 assenti “fisiologici” e 20 “menefreghisti”».
Berlusconi ora è impegnato nel recupero di alcuni esponenti del gruppo misto. Uno per uno, perché, a questo punto anche le unità fanno la forza. Dall’altra parte, però, ci sono i cinque deputati e i quattro senatori dell’Mpa del governatore siciliano Lombardo, che possono essere tentati, vista la rottura già consumata nell’isola, di votare in modo difforme dal Pdl.

E non è il caso di dare troppo per scontato l’annuncio di fedeltà alla maggioranza da parte dei finiani: un conto è sostenere il programma condiviso, altro è trovarsi di fronte al voto su questioni di giustizia, legalità, leggi bavaglio e autorizzazioni a procedere eventuali. La situazione si complica, insomma, ma la politica ritorna più vera. Forse.


La grafica del Corriere della Sera