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  • lunedì 26 Luglio 2010

L’avamposto Keating

La storia del "Combat Outpost Keating", l'avamposto americano nelle montagne dell'Afghanistan

I messaggi dei soldati americani assediati dai ribelli: «Stiamo perdendo uomini! MANDATECI QUALCOSA!»

Tra i documenti diffusi da Wikileaks e pubblicati oggi da New York Times, Guardian e Spiegel, ce n’è uno che illustra in maniera esemplare l’evoluzione della guerra in Afghanistan. È il rapporto sul “Combat Outpost Keating”, un avamposto militare dell’esercito americano nelle montagne dell’Afghanistan. Il New York Times ne racconta la storia in un lungo articolo.

L’avamposto fu creato nel 2006 nel distretto di Kamdesh, provincia del Nuristan, al confine col Pakistan: un’area di dirupi rocciosi, foreste e canyon, con una popolazione molto sospettosa verso gli stranieri. Le truppe furono incaricate di trovare alleati tra la popolazione locale e metterli in contatto con il governo centrale di Kabul, nel tentativo di opporsi ai ribelli.

L’avamposto era piccolo e isolato, parte di una rete di basi militari americane create lontano dalle principali città, e collocato all’interno di una zona sospettata di essere usata come corridoio dalle forze insorgenti. I primi tempi le cose sembravano andare bene. Nelle cronache redatte dai soldati americani si parla di come si stesse creando un reciproco rapporto di fiducia e amicizia con la popolazione locale. Poi però la situazione iniziò a peggiorare.

La strada che conduceva all’avamposto poteva essere controllata dall’alto dai ribelli e il traffico era quindi molto vulnerabile alle imboscate. La maggior parte dei trasferimenti delle truppe e dei trasporti di scorte venivano effettuati con gli elicotteri, che a loro volta erano esposti ai colpi di arma da fuoco provenienti da terra. E gli elicotteri da combattimento, che avrebbero potuto rispondere al fuoco nel caso in cui l’avamposto fosse stato attaccato, erano di base a Jalalabad, a più di mezz’ora di volo. Non passò molto tempo prima che l’entusiasmo iniziale sull’amicizia con la popolazione locale lasciasse il posto alla consapevolezza che i nemici controllavano quasi tutto il territorio intorno.

Allo stesso tempo i soldati afghani che operavano a fianco dell’esercito americano iniziarono a dare i primi segnali di scarsa affidabilità. Gli americani si accorsero che molti si lamentavano di non essere pagati abbastanza e che altri si rifiutavano di continuare a lavorare: i ribelli erano riusciti progressivamente a isolare l’avamposto, sia fisicamente che socialmente.

17 febbraio 2007: Uomini armati con indosso uniformi dell’esercito afghano hanno assalito tre camion dell’esercito che avevano appena lasciato rifornimenti alla base. Gli autisti sono stati risparmiati, ma uno è stato ferito da una scheggia di granata. Agli altri hanno tagliato le orecchie.

29 aprile 2007: Uomini che si identificano con il nome “Noi Mujahdeen” hanno lasciato alcune lettere nella moschea notte tempo. Le lettere scritte a mano protestano contro la presenza dei soldati americani e contro i mullah che si sono venduti e tutti quelli che hanno collaborato con loro. C’è un elenco con i nomi delle persone che hanno lavorato nell’avamposto come guardie. «Queste persone sono odiate da Dio», c’è scritto «presto inizieremo le nostre operazioni».

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