Mirafiori, Pomigliano, e il pensiero fragile

Per chi volesse risparmiare tempo, una versione breve è sull’Unità di oggi.

Caro Peppe, il tuo intervento sul voto a Mirafiori e sulla fragilità del pensiero di sinistra mette il dito nella piaga, che è un esercizio sempre utile. Nel contrastare la globalizzazione, dici, la sinistra ha perso il suo anelito globale. Tuttavia, allo stesso tempo, non ti spingi a suggerire vie di guarigione, non compi il passo successivo.

C’è una contraddizione irrisolvibile insita nell’approccio che ha caratterizzato il fronte del No al referendum, e che la sinistra italiana fa fatica a guardare direttamente, come se ignorare le questioni semplici, ma di fondo, possa contribuire a superarle. Un pensiero politico che si nutra delle istanze di liberazione, sostanziale e non solo formale, dei gruppi più deboli e delle persone che li compongono, non può non salutare come positivi i fenomeni di abbattimento dei confini, che riguardano le merci, i capitali, ma anche le persone: l’apertura rende tutti più ricchi, sia dal punto di vista materiale, che immateriale: la globalizzazione è dunque una grande opportunità di maggiore conoscenza, benessere economico e dunque maggiore libertà. E’ talmente ovvio da non costituire base di alcuna politica il fatto che questi fenomeni vadano compresi, corretti, e indirizzati, ma non è questo il punto.

Infatti, questi stessi fenomeni, e non solo a causa delle storture drammatiche che hanno caratterizzato lo specialissimo mercato finanziario, hanno anche l’inevitabile effetto di amplificare alcune diseguaglianze, specialmente se osservate dalla prospettiva nazionale. Quello che non si discute a sufficienza, tuttavia, ignorando questa contraddizione tra maggiore prosperità e maggiori diseguaglianze, è il metro e la misura delle diseguaglianze, metro e misura invece, senza i quali, tutte le vacche sono nere, o rosse forse.

Rispetto all’accordo di Pomigliano, quello di Mirafiori conteneva una clausola in più: l’esclusione della rappresentanza dei sindacati non firmatari, esclusione conforme ad un articolo dello Statuto dei Lavoratori che in passato è servito ai sindacati confederali per limitare la competizione dei sindacati di base. Data la dimensione della FIOM, è evidente che con quella clausola si apre un problema di democrazia. Tuttavia, è anche evidente che, posta in questi termini, ossia legata alla dimensione e importanza della FIOM, non si tratta più di un problema di principio o di diritti: se fosse così il problema varrebbe anche per qualsiasi sindacato di base, mentre invece fino a ieri nessuno ha contestato quella norma. E’, al contrario, un problema – molto serio e vero – contingente e relativo al caso specifico.

Si potrebbe giustamente notare che quel che conta, anche nella valutazione dei diritti per i quali è importante battersi, non è la forma, ma la sostanza, e che la sostanza della questione nel caso di Mirafiori e delle altre fabbriche della FIAT è rappresentata dalla forza, anche numerica, della presenza della FIOM. Tuttavia, questo è un paese dove la sostanza del diritto di sciopero – altro che rappresentanza! – per almeno quattro, o forse cinque, milioni di lavoratori precari – quasi tutti di età inferiore ai 40 anni – è stata sistematicamente messa in secondo piano da almeno 15 anni, accanto alla sostanza del diritto ad un salario dignitoso, una minima stabilità, e la possibilità di immaginarsi un futuro ragionevole, fatto di cose normali, come una casa e una famiglia. Allora ecco che la misura inizia a perdersi, e rischia – o forse ha la certezza – di non essere percepita proprio da quella fetta, molto larga, e prevalente tra meno anziani, di lavoratori che vivono al confine tra lavoro e non-lavoro, che il lavoro pienamente inteso, non l’hanno mai conosciuto.

Pensi che da domani “gli appelli scritti al computer, col sigaro che fuma nel posacenere accanto”, come descritto con grande efficacia da Concita De Gregorio, si replicheranno a favore dei milioni di giovani uomini e donne italiane con il reddito in picchiata e le prospettive assottigliate? Forse no, ma la ragione non sta nel fatto che si tratta di sfruttati di serie B, ma dipende dal fatto che l’assenza di metro e misura rende impossibile immaginare e concepire sia la politica, che le politiche.

Nel caso di Pomigliano, né la FIOM né la CGIL si erano schierate per il No, ma per la libertà di scelta. Il loro dissenso all’accordo, comunque forte e visibile, era tutto mosso dalla cosiddetta clausola di responsabilità secondo la quale non si può scioperare sui termini dell’accordo per la durata dell’accordo: la loro contrarietà, in altri termini, non riguardava i nuovi turni, o le pause, o il salario che, a me come a te, tracciano i confini di esistenze così dure. Ma allora, ancora, quale è il metro e la misura della diseguaglianza in questa vicenda? Io non ne sono più sicuro. Il diritto di sciopero che non deve conoscere limitazioni, nemmeno in accordi collettivi? Oppure una paga troppo bassa per un lavoro troppo duro – che giustamente è stato il tema che ha finito per prevalere nel dibattito, pur in assenza di una chiara richiesta che si opponesse a quella dell’azienda? Oppure, come anche si è letto, il tema riguarda le retribuzioni esagerate, fuori dal senso comune, che manager globalizzati riescono ad attribuirsi in virtù del maggiore ruolo che una economia globale assegna loro?

Il punto è che senza una riflessione di merito, è impossibile sia circoscrivere la natura di una battaglia politica, che pensare agli strumenti da impiegare per combatterla. A seconda del peso delle diverse dimensioni cambiano i confini della battaglia, cambiano i luoghi in cui la discussione politica andrebbe concentrata. Senza metro e misura, come sottolinei anche tu, sia pur indirettamente, diventa persino difficile individuare dove sia il cuore del conflitto, capire chi siano i veri avversari: forse gli operai serbi e polacchi che vorrebbero costruire le macchine e accontentarsi di meno salario? Le tecnocrazie della regolamentazione dei mercati, in Europa o al WTO? I dirigenti delle aziende multinazionali? Il grande capitale finanziario?

Come si scorge da queste ultime battute, se si rimane senza misura, che poi significa senza una riflessione complessiva che sia in grado di includere, accanto agli operai della FIAT anche i milioni di precari che subiscono, forse ancora maggiormente, il peso degli aggiustamenti economici legati ai fenomeni di globalizzazione, (dunque in assenza di profondità, come da te rilevato) è un attimo ricominciare a costruirsi nemici immaginari, costruzioni mentali confortevoli e pigre, che servono solo a confondere ulteriormente l’analisi.

Senza misura il pensiero rimane ostaggio della gioventù che fu degli odierni rivoluzionari col sigaro che fuma accanto al computer, e rimane completamente sguarnito il campo della vera battaglia politica che andrebbe ingaggiata. Qual è la vera battaglia politica? Quella che considera il presente e il futuro, l’epoca del mondo sempre più aperto, come una prateria di opportunità per chi ha a cuore la libertà delle persone e delle associazioni di cui fanno parte.