Chi sono e cosa vogliono gli euroscettici

Che cosa vuol dire essere un “euroscettico”
Non c’è dubbio che la campagna elettorale per le elezioni europee, che si svolgono tra il 22 e il 25 maggio nei ventotto stati membri dell’Unione Europea, si è basata in gran parte sul tema dell’euroscetticismo. Anche se sulla stampa si fa spesso confusione, mettendo nello stesso calderone partiti e movimenti politici che sono critici nei confronti delle istituzioni europee per motivi diversi.

L’euroscetticismo esiste da anni in Europa e non è una corrente di pensiero nata di recente, anche se dopo la crisi economica (accentuata in alcuni paesi che hanno adottato l’euro e affrontato la crisi del debito pubblico) molti hanno cavalcato questo orientamento di critica per fini politici. Un partito euroscettico si oppone innanzitutto al processo di integrazione politica europea, coinvolgendo quindi in larga parte i partiti e i movimenti nazionalisti: alla base dell’euroscetticismo c’è infatti l’idea secondo la quale tale integrazione indebolisce lo Stato.

Negli ultimi anni, all’interno di questo orientamento critico, si sono accodati molti esponenti politici che hanno criticato – più che il processo di integrazione – l’eccessiva burocratizzazione all’interno delle istituzioni europee e l’adozione dell’Euro al posto delle monete sovrane del passato. Al tema della moneta e a quello dell’integrazione politica si aggiunge inoltre il tema dell’immigrazione, contro i cittadini europei dei paesi più poveri e contro la popolazione rom.

Negli ultimi anni i partiti e i movimenti euroscettici hanno già influito su importanti processi politici, come in occasione della bocciatura nel 2005 della Costituzione Europea nei referendum che si sono svolti in Francia e nei Paesi Bassi, determinanti per l’affossamento dell’opera. O come successo in Irlanda nel 2008, con l’opposizione – sempre tramite un referendum – al Trattato europeo, che doveva sostituire la Costituzione Europea già bocciata tre anni prima.

Esistono diverse correnti di pensiero in questo campo, alcune più forti, altre più moderate. Ci sono partiti politici che vorrebbero far uscire il proprio Stato dall’Unione Europea, altri ancora che vorrebbero che la UE non esistesse proprio: tra questi c’è il Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia (di destra, fondato nel 2009), che attualmente ha trentadue seggi al Parlamento Europeo con europarlamentari provenienti da nove paesi.

Alle elezioni europee del 2009 il risultato dei partiti euroscettici fu complessivamente mediocre: i risultati peggiori furono registrati in Polonia, Svezia e Danimarca. È bene notare comunque che esistono rilevanti differenze tra i principali partiti euroscettici candidati nei vari stati membri e che in alcuni casi sono già state avviate delle trattative per future alleanze all’interno del Parlamento Europeo. Anche per questo, durante la campagna elettorale è stata dedicata molta attenzione ai partiti euroscettici più rilevanti dei paesi che eleggono il maggior numero di eurodeputati. Di seguito alcuni dei più importanti, esclusi quelli italiani.

Lo UKIP di Nigel Farage
Lo UKIP è stato fondato nel 1993 da alcuni esponenti dell’area più conservatrice del Partito Conservatore britannico: tra le sue principali proposte politiche ci sono la revoca del Trattato di Maastricht e il ritiro del Regno Unito dalla UE. Il leader dello UKIP Nigel Farage è stato probabilmente, tra i candidati del Regno Unito, quello che è riuscito a gestire al meglio la campagna elettorale e con maggior successo, come dimostrato nei vari dibattiti televisivi che si sono svolti in questi ultimi mesi.

Farage ha sempre sostenuto il ritiro del Regno Unito dalla UE. Dopo essere stato duramente criticato dagli altri partiti britannici, soprattuto a causa di una serie di manifesti elettorali definiti da molti osservatori come razzisti, Nigel Farage ha cercato di mediare alcune sue posizioni: ha confermato di voler limitare l’accesso a una serie di prestazioni sociali a circa due milioni di immigrati comunitari che soggiornano nel Regno Unito (provenienti soprattutto dai paesi comunitari più poveri come Romania e Bulgaria), ma ha escluso di volerli espellere dal paese. Inoltre, nel programma del suo partito si chiede di bloccare l’immigrazione per i prossimi cinque anni.

Più che cercare di conquistare voti all’elettorato conservatore, Nigel Farage ha concentrato la sua campagna elettorale – finanziata dal miliardario Paul Sykes con circa 1,7 milioni di euro – nelle città governate dai laburisti. Il tema più discusso è stato quello del lavoro: nel programma del partito sono previste agevolazioni nel mercato del lavoro per i cittadini britannici, sempre a scapito degli immigrati. La campagna elettorale di Farage, e la scelta delle città in cui ha tenuto i suoi comizi, è stata condizionata anche dal fatto che in Inghilterra e in Irlanda del Nord (il 22 maggio) si sono tenute anche le elezioni amministrative. Secondo gli ultimi sondaggi lo UKIP potrebbe ottenere il 27 per cento dei voti. Il Regno Unito elegge settantatré deputati.

Il Fronte Nazionale di Marine Le Pen
Il Fronte Nazionale (in francese Front National) è un movimento nazionalista di destra fondato nel 1972 da Jean-Marie Le Pen e guidato oggi dalla figlia Marine Le Pen, che ne è presidente. Alle elezioni europee del 2009 aveva ottenuto il 6,3 per cento dei voti, eleggendo tre deputati, tra cui la stessa Marine Le Pen. Negli ultimi tre anni però il consenso intorno al partito è cresciuto, e alle ultime elezioni amministrative il Fronte Nazionale ha ottenuto il 4,7 per cento dei voti. Si tratta di una percentuale solo apparentemente più bassa rispetto a quella delle elezioni europee del 2009, dovuta in parte alla diversa legge elettorale, considerando inoltre che il partito non si era presentato in molti comuni. Dunque, il dato ha un valore diverso, più alto rispetto agli standard degli ultimi anni.

Secondo gli ultimi sondaggi il Fronte Nazionale è il primo partito in Francia e potrebbe ottenere tra il 23 e il 24 per cento dei voti, eleggendo in tal caso sedici eurodeputati. Nel dibattito politico nazionale ed europeo si è discusso inoltre di un possibile ruolo, per Marine Le Pen, come vice presidente del Parlamento Europeo. Durante la campagna elettorale lei ha detto però di voler diventare il vice presidente di un nuovo gruppo di estrema destra all’interno dell’assemblea parlamentare. L’unica alleanza al momento possibile sembra essere quella con l’olandese Geert Wilders, che guida il Partito per la Libertà e con la Lega Nord, come confermato in una serie di riunioni che si sono svolte nei mesi scorsi. Gli esponenti dello UKIP e del partito tedesco Alternativa per la Germania hanno detto invece di non voler stringere un’alleanza con il Fronte Nazionale. Va ricordato che per formare un nuovo gruppo all’interno del Parlamento Europeo bisogna mettere insieme almeno venticinque deputati di sette nazionalità diverse.

Durante la campagna elettorale Marine Le Pen ha spiegato che la sua intenzione è quella di creare una nuova destra, a livello nazionale ed europeo, allontanandosi dai movimenti più estremisti. Per questo ha sostenuto la necessità di raggruppare le principali forze politiche di estrema destra (euroscettiche), in quanto il suo primo obiettivo è quello di creare un gruppo che sia politicamente rilevante e determinante nel processo legislativo europeo: tra le proposte del suo programma c’è il ritorno alla moneta nazionale, l’attuazione di politiche protezioniste, l’abolizione del Trattato di Schengen, cioè l’abolizione del regime di libera circolazione per i cittadini degli Stati che hanno firmato l’accordo. Particolarmente dura è stata la sua posizione nei confronti della popolazione rom. La Francia elegge settantaquattro deputati.

Il Partito per la Libertà di Geert Wilders
Il Partito per la Libertà (in olandese Partij voor de Vrijheid, PVV) è stato fondato nel 2004 da Geert Wilders, che ne è tutt’ora il leader: è di destra, di orientamento populista e la sua fondazione fu dovuta proprio per rimarcare una serie di politiche anti europeiste, rispetto a quelle della destra olandese del Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia. Wilders si scontrò all’epoca con i suoi compagni di partito sulla posizione da tenere nei confronti di un probabile ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Lui ne era e ne è tutt’ora del tutto contrario.

Il suo più grande successo politico fu la bocciatura, nel 2005, del referendum confermativo per la creazione di una Costituzione Europea. Alle elezioni europee del 2009 ottenne il 16,97 per cento dei voti, risultando il secondo partito a livello nazionale, mentre alle ultime elezioni amministrative, nel 2012, prese il 10 per cento dei voti, un risultato al di sotto delle attese. Geert Wilders vuole che i Paesi Bassi escano dall’Unione Europea e considera le istituzioni europee come una vera e propria dittatura burocratica: lo ha ribadito anche recentemente (in modo discutibile) presentandosi a Bruxelles e tagliando con le forbici una delle stelle che compongono la bandiera dell’Unione Europea, per sottolineare che se fosse per lui quella del suo paese non ne farebbe parte.

Geert Wilders è noto anche per le sue posizioni molto critiche nei confronti dell’Islam ed è stato sempre molto duro nei confronti dei cittadini di origine marocchina che ci sono nei Paesi Bassi (non gli immigrati), mentre ha sempre avuto dei buoni rapporti con i governi dello stato di Israele (un aspetto che lo contraddistingue rispetto alle posizioni di altri partiti euroscettici). Nel paese ci sono anche altri partiti politici euroscettici che potrebbero ottenere un buon risultato, rispetto alle elezioni del 2009: il Partito Socialista – che nel 2009 aveva conquistato un seggio al Parlamento Europeo – che è da sempre contrario all’appartenenza del paese alla UE, e il Partito Politico Riformato che nel 2009 ottenne un seggio. Si tratta del partito politico olandese più antico, di orientamento calvinista. A differenza di altre nazioni, nei Paesi Bassi è stata dedicata molta attenzione al tema delle politiche agricole dell’Unione Europea: tutti i partiti euroscettici hanno criticato l’accordo di libero scambio, proposto nei mesi scorsi, con gli Stati Uniti, perché metterebbe a rischio la produzione delle industrie locali a vantaggio delle multinazionali. I Paesi Bassi eleggono 26 deputati.

L’Alternativa per la Germania di Bernd Lucke
L’Alternativa per la Germania (in tedesco Alternative für Deutschland, AfD) è un partito conservatore fondato nel 2013 da Bernd Lucke, economista e professore di macroeconomia all’università di Amburgo. Lucke ha fin da subito proposto di indire un referendum popolare per approvare il trasferimento di sovranità dagli stati membri all’Unione Europea, l’uscita dall’Euro della Germania e la creazione di unioni monetarie alternative o a limite parallele a quella attuale.

Lucke si è pronunciato anche sulle politiche energetiche, criticando la volontà del Cancelliere Angela Merkel di voler spegnere entro il 2020 tutte le centrali nucleari attive nel paese, sostenendo che tale scelta potrebbe portare a un aumento dei prezzi dell’energia. Secondo gli ultimi sondaggi l’AfD si aggira tra il 4 e il 5 per cento, una soglia che gli permetterebbe di superare quella minima per le elezioni europee, che in Germania è del 3 per cento. La Germania elegge novantanove deputati.

Alba Dorata
In Grecia il partito di estrema destra nazionalista Alba Dorata ha condotto una campagna elettorale duramente euroscettica, più di ogni altro partito in Europa. Gran parte delle proposte politiche del movimento (che nega di essere neonazista pur avendone molti connotati) si concentrano sul tema dell’immigrazione e sulla volontà di uscire dall’Euro. Ovviamente Alba Dorata concentra la sua “battaglia”, più di altri movimenti, sia all’interno sia all’esterno del proprio paese, per cercare di affermarsi politicamente e togliersi da tutti i guai giudiziari che hanno coinvolto una serie di deputati (una decina su diciotto) nei mesi passati.

Negli ultimi anni l’azione politica di Alba Dorata è stata organizzata soprattutto attraverso una serie di manifestazioni di protesta, riuscendo in alcuni casi a condizionare (seppur indirettamente) le scelte del governo: i cittadini extracomunitari che risiedono in Grecia non potranno votare (né si sono potuti candidare) alle elezioni europee, anche se sono nati e cresciuti nel paese, in base a un emendamento elettorale approvato dal Parlamento greco. Al primo turno delle elezioni amministrative che si sono tenute in Grecia il 18 maggio scorso, il candidato sindaco di Atene Ilias Kasidiaris – che sarà processato per aggressione e possesso di armi illegali – ha raccolto oltre 35mila voti, arrivando quarto tra i candidati a sindaco della città. La Grecia elegge ventidue eurodeputati.

Il Partito della Libertà Austriaco
Il Partito della Libertà Austriaco (in tedesco Freiheitliche Partei Österreichs, FPÖ) è stato fondato nel 1956: è di orientamento nazionalista e di destra populista. Due dei suoi esponenti sono eurodeputati, aderenti al gruppo euroscettico Alleanza Europea per la Libertà. Alle elezioni del 2013 per il rinnovo del Parlamento austriaco ha ottenuto il 20,55 per cento dei voti, ma secondo gli ultimi sondaggi potrebbe avvicinarsi al trenta per cento.

Il partito è guidato da Heinz-Christian Strache che ha centrato la sua campagna elettorale sulle politiche del lavoro, in favore soprattuto degli operai, con lo scopo di prendere voti al Partito Social Democratico: già alle elezioni del 2013 il 33 per cento della classe operaia aveva votato per il suo partito, invece che per i partiti di sinistra. Inoltre, molto marcata, è la politica anti immigrazione, accompagnata da una vera e propria campagna contro la popolazione rom. L’Austria elegge diciannove eurodeputati.

La Nuova Alleanza Fiamminga
La Nuova Alleanza Fiamminga (in belga Nieuw-Vlaamse Alliantie, N-VA) è un partito fiammingo di centrodestra nato nel 2001. Nell’attuale Parlamento Europeo ha un seggio nel gruppo parlamentare dei Verdi – Alleanza Libera Europea. In ambito nazionale, ma anche europeo, il partito – che è guidato da Bart De Wever – rivendica l’indipendenza delle Fiandre, una delle tre regioni che compongono il Belgio. Secondo gli ultimi sondaggi la Nuova Alleanza Fiamminga è data per favorita, con una percentuale intorno al 32 per cento. Va ricordato inoltre che in Belgio la campagna elettorale è stata in larga parte condizionata dal fatto che nello stesso giorno (il 25 maggio), oltre che per il rinnovo del Parlamento Europeo si vota anche per le amministrative e le politiche.

Per questo il partito ha deciso di rivedere parte della sua retorica separatista, adottando un approccio – definito dagli osservatori locali – “confederalista”. Pur arrivando primo però, la Nuova Alleanza Fiamminga non potrà ottenere più di quattro seggi al Parlamento Europeo: sarà dunque necessario stringere alleanze, se vorrà essere influente a livello politico. Al momento però nessuno degli esponenti del partito ha detto quali sono le preferenze verso gli altri movimenti euroscettici. Tra le ipotesi discusse negli ultimi mesi c’è anche la possibilità che il partito decida di allearsi con il gruppo liberale ALDE, che ha candidato alla presidenza della Commissione europea l’ex primo ministro belga Guy Verhofstadt.

Con quest’ultimo, infatti, la Nuova Alleanza Fiamminga condivide alcune proposte economiche di tipo federalista e relative alla gestione del bilancio europeo. A livello nazionale però, fino a oggi, Bart De Wever e Guy Verhofstadt si sono scontrati in diverse occasioni. Un’altra ipotesi, discussa durante la campagna elettorale, può essere quella di allearsi con il Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti Europei, che secondo gli ultimi sondaggi potrebbe perdere diversi seggi in vari paesi: questo potrebbe consentire alla Nuova Alleanza Fiamminga di avere più peso al loro interno.

Di tutti i partiti euroscettici la Nuova Alleanza Fiamminga è quello che ha presentato un programma più moderato e in alcuni punti del tutto europeo: sostiene l’Euro, il mercato unico, una difesa e una politica estera comune a livello comunitario. Per questo sono nate molte discussioni tra i vari esponenti, tra quelli più nazionalisti e quelli più filoeuropei. Tanto che Bart De Wever ha definito recentemente il suo partito come “eurorealista”: secondo Bart De Wever, una serie di competenze dovrebbero tornare ad appartenere agli stati nazionali, altre invece rimanere in ambito europeo. Il Belgio elegge ventuno eurodeputati.