Dov’è finito il cinema erotico
Anche grazie a Tinto Brass, tra gli anni Settanta e Novanta in Italia ebbe un ruolo importante, che poi ha perso
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Tra il 1983 e il 1984 il secondo film più visto in Italia era di Tinto Brass. Si chiamava La chiave, era ambientato durante il ventennio fascista e seguiva le vicende di un professore inglese e di sua moglie Teresa, che per ravvivare il loro matrimonio cominciavano a scrivere i propri desideri sessuali in due diari, sapendo che il coniuge li avrebbe letti. Nonostante le premesse, non era un film porno: Stefania Sandrelli, che interpretava Teresa, era nuda in parte o del tutto in varie scene, ma il sesso tra i personaggi era solo simulato e i genitali degli attori non si vedevano mai, come invece succede nella pornografia. Anche per questo poté uscire nei cinema, non solo a luci rosse.
Oggi, nonostante la disponibilità di video porno e di immagini di nudo online sia sconfinata, vedere così tante scene di nudo in un film al cinema sarebbe strano, e anzi negli ultimi anni le scene di sesso nei film e nelle serie sono diventate sempre più rare.
All’epoca il cinema erotico aveva un ruolo sociale importante. Rispondeva al bisogno di molti adulti di vedere corpi nudi e scene di sesso senza sentirsi giudicati dalla società, in un paese in cui la pornografia era semiclandestina e la morale cattolica ancora molto radicata. Per tanti adolescenti che lo guardavano di nascosto in videocassetta o di notte in televisione, era poi un primo contatto con il sesso, dato che a scuola non si faceva educazione sessuale e accedere a film porno, per i minorenni, era quasi impossibile.
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Negli ultimi trent’anni queste funzioni sono state assorbite quasi completamente dalla pornografia online o da foto e video di corpi seminudi sempre più disponibili sui social. Così, il cinema erotico in Italia è praticamente sparito: quando Brass è morto il 4 novembre, a 93 anni, non girava un film da vent’anni, e nessuno ha preso il suo posto.

Una scena di La chiave
Nel secondo dopoguerra, in Italia, per decenni ogni film dovette passare l’esame di una commissione ministeriale, che poteva vietarlo ai minori o bloccarne l’uscita, e chiunque poteva sporgere denuncia per oscenità. Le cose cominciarono a cambiare con il Sessantotto e la rivoluzione sessuale, che trasformò il modo in cui moltissime persone vivevano e parlavano di sesso, mettendo in discussione l’idea che fosse accettabile solo dentro il matrimonio. Nel 1970 fu introdotto il divorzio e nel 1971 la Corte costituzionale cancellò il divieto di fare informazione sui contraccettivi.
Questi cambiamenti sociali ebbero delle conseguenze anche sul cinema italiano. Le commissioni ministeriali cominciarono ad approvare film con scene di nudo che pochi anni prima avrebbero bloccato, limitandosi a vietarli ai minori, e i giudici che ricevevano le denunce per oscenità si adeguarono di conseguenza.
Il Decameron di Pier Paolo Pasolini, uscito nel 1971 e pieno di scene di nudo, incassò moltissimo. Lo stesso successe con Malizia di Salvatore Samperi, uscito nel 1973, che raccontava l’ossessione di un quattordicenne nei confronti della promessa sposa del padre, interpretata da Laura Antonelli: fu visto da oltre 11 milioni di spettatori.
Moltissimi andavano a vedere quei film per guardare donne nude e lasciarsi andare a qualche fantasia sessuale in un normale cinema di città invece che in una sala a luci rosse. Ogni film con scene di sesso rischiava di essere denunciato e sequestrato su iniziativa di qualche magistrato o associazione cattolica, e andare a vederlo, o difenderlo quando veniva sequestrato, voleva dire schierarsi con chi chiedeva più libertà, sia sullo schermo sia nella vita privata. Registi e produttori lo sapevano bene, e spesso usavano le denunce per far parlare dei loro film.
È in questo contesto che Tinto Brass cominciò ad avvicinarsi al genere. Negli anni Sessanta si era occupato principalmente di cinema sperimentale, girando film politici e visionari, molto apprezzati dalla critica ma visti da pochi. Il sesso, al loro interno, era comunque molto presente: uno dei suoi ultimi film sperimentali, L’urlo, raccontava la storia di una ragazza che scappava dal matrimonio e si ritrovava tra comuni nudiste, hotel trasformati in club del sesso e famiglie di cannibali. Nel 1970 fu presentato al Festival di Berlino, ma in Italia rimase bloccato dalla censura per quattro anni, probabilmente anche per via dei nudi, molto più espliciti di quelli che si vedevano all’epoca nei film italiani.
Brass avrebbe poi raccontato che il sesso era un tema che aveva sempre voluto trattare, ma che per farlo davvero gli era servito «l’avallo culturale dell’industria del cinema». Lo trovò a metà degli anni Settanta, dopo il successo dei film erotici degli altri registi. Tra il 1976 e il 2005 girò più di una dozzina di film esplicitamente erotici, tra cui i celebri Miranda, Paprika e Così fan tutte.
Secondo Lucio Massa, fondatore dell’Hacker Porn Film Festival di Roma ed esperto di storia del porno in Italia, la qualità principale dei suoi film – e dei film erotici del periodo in generale – è che giocavano tutto sul “non visto”, e che quindi «permettevano di creare degli immaginari molto forti pur rimanendo “accettabili” da un punto di vista sociale». Quelli di Brass, peraltro, erano film che mettevano al centro il desiderio delle donne, anche sposate, senza ridicolizzarlo o stigmatizzarlo in un periodo di grande cambiamento nei rapporti tra i generi, anche se oggi, dice Massa, «da un punto di vista femminista o queer, l’occhio di Brass è quello del maschio etero arrapato».
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Accanto a film relativamente ambiziosi e sofisticati, come quelli girati da lui o da Samperi, negli stessi anni ne uscirono centinaia di ben più economici e volgari, e in particolare le commedie sexy all’italiana. Girate con budget bassi e ambientate quasi sempre in scuole, caserme e ospedali, mostravano attrici molto belle come Edwige Fenech e Gloria Guida che finivano svestite accanto a comici come Lino Banfi e Alvaro Vitali, e spesso prendevano in giro l’impiego delle donne in lavori fino ad allora maschili, come la poliziotta, la dottoressa militare o l’insegnante.
Secondo Massa, il pubblico di allora guardava tutto con occhi più ingenui, e quindi era attirato – ed eccitato – da scene e suggestioni che oggi non ci farebbero alcuna impressione. E infatti, man mano che l’accesso al porno è diventato più facile ed economico, i film erotici hanno cominciato a sparire in tutto il mondo. Dalla seconda metà degli anni Novanta il pubblico interessato a questi contenuti cominciò a guardarli a casa, prima in videocassetta e sui canali notturni delle televisioni via cavo, poi su internet, dove a metà degli anni Duemila nacquero i primi siti in cui si potevano guardare gratuitamente video porno, e infine sugli smartphone.
Nello stesso periodo alcuni film erotici molto costosi, come Showgirls, incassarono poco, e gli studi di Hollywood decisero sempre più spesso di investire in film adatti a un pubblico di tutte le età, più facili da vendere anche nei paesi con regole più severe sul sesso. L’ultimo film di Brass, Monamour, fu proiettato in pochissime sale: secondo il database dell’Osservatorio europeo dell’audiovisivo, che conta i biglietti venduti nei cinema europei, in tutto andarono a vederlo 75 persone.



