Tinto Brass prima di Tinto Brass

Prima dei film erotici che lo resero famoso era un regista sperimentale, apprezzato dalla critica di allora e riscoperto da quella contemporanea

di Gabriele Niola

Tinto Brass al Lido di Venezia nel 1984 (Archivio Cameraphoto Epoche/Getty Images)
Tinto Brass al Lido di Venezia nel 1984 (Archivio Cameraphoto Epoche/Getty Images)
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Prima dell’uscita di La chiave nel 1983 Tinto Brass, morto oggi a 93 anni, aveva alle spalle vent’anni di lavoro nel cinema come regista e 13 lungometraggi, nessuno dei quali era un film erotico. Nei sette anni precedenti c’erano stati film nei quali la componente del sesso era importante (i due di carattere storico Salon Kitty e Caligola e il dramma Action), ma nulla che somigliasse ai film girati da La chiave in poi.

Quella produzione successiva, erotica e soft core, è la più nota ma costituisce solo metà della sua filmografia. Prima Tinto Brass era stato un regista sperimentatore estremamente stimato, di buona notorietà internazionale, il cui primo film era stato selezionato alla Mostra del cinema di Venezia.

Proprio la Mostra quest’anno ha presentato il restauro di un film di Brass di quella prima fase, Col cuore in gola, introducendo un riposizionamento della sua opera con maggiore enfasi sui film non erotici. Col cuore in gola è del 1967 e pienamente calato nel suo tempo: è un thriller con omicidio, che Brass realizzò progettando alcuni momenti con la consulenza visiva del fumettista Guido Crepax. Non è un film molto interessato alle indagini e alla scoperta dell’assassino, quanto piuttosto alla psichedelia, alla pop art e a soluzioni di montaggio creative.

È un film internazionale, ambientato a Londra, con Jean-Louis Trintignant nella parte principale, e nonostante sia stato girato e sia uscito un anno prima del Sessantotto è pienamente sessantottino nello spirito. Nel film ci sono anche alcune delle poche riprese esistenti di un evento storico: il 14 Hour Technicolor Dream, una notte intera di concerti per raccogliere fondi a favore della testata controculturale International Times, in cui si alternarono più di 40 tra artisti, poeti e band psichedeliche (tra cui i Pink Floyd) all’Alexandra Palace di Londra tra il 29 e il 30 aprile del 1967.

Col cuore in gola è anche un buon esempio di cosa fossero quei film di Brass, le cui trame in un modo o nell’altro giravano intorno a desideri di libertà da qualsiasi forma di potere. Lo stesso Brass diceva di essere stato sessantottino prima del Sessantotto, cioè che quelle istanze e quei temi erano da sempre quelli che gli interessavano. E del resto si trovano già nel suo primo film, Chi lavora è perduto del 1963, la cui avventura produttiva dice tutto di cosa abbia rappresentato Tinto Brass in Italia negli anni Sessanta e Settanta, e di come si scontrasse con la morale.

Brass veniva da alcuni anni passati a Parigi, in cui aveva collaborato con Henri Langlois alla Cinémathèque française, che era stata il centro culturale della Nouvelle Vague: quella era stata la sua formazione ed educazione al cinema. Aveva come modelli Michelangelo Antonioni e Jean-Luc Godard e, come tutti i critici e poi registi della Nouvelle Vague, desiderava lavorare con Roberto Rossellini: nel 1959 infatti Brass fu suo assistente per il film Il generale Della Rovere.

Quando nel 1963 Brass girò il suo esordio, il cui primo titolo era In capo al mondo, fu abbastanza naturale che fosse una storia controculturale, anarchica e libertaria, in bianco e nero e con voce fuori campo (lo stile tipico della Nouvelle Vague). Attraverso scenette e microavventure ordinarie racconta di un uomo che rifiuta ogni convenzione sociale (molte delle quali retaggi dell’Italia fascista), e prende coscienza del fallimento del sogno di un cambiamento politico. Il tutto vagando per le calli di Venezia con un senso di alienazione che però è preso con leggerezza, ridendo. La censura lo bloccò e ne ordinò il ritiro, ritenendolo offensivo della morale, della famiglia e della patria.

Brass lo definiva «un film sull’amarezza di una generazione di fronte al boom, girato negli anni del boom»; i critici che lo avevano visto alla Mostra di Venezia (quindi prima della censura) invece lo definivano un film anarchico. Secondo la commissione di censura era impossibile da “aggiustare” con dei tagli: era proprio da rifare. Brass però non rifece niente, cambiò solo il titolo in Chi lavora è perduto e lo ripresentò uguale, sapendo che nel frattempo era cambiato il governo, questa volta di centrosinistra, e quindi era cambiata anche la commissione. Il film così ottenne il visto per uscire in sala.

In quegli anni la grande passione di Tinto Brass erano le rivoluzioni. Lo appassionava più il momento in cui qualcuno vuole cambiare tutto e si batte contro un potere, meno quello in cui poi le rivoluzioni hanno successo e diventano potere a loro volta. Si vede nel suo secondo film, Ça ira, fatto solo di montaggio – cioè senza girare nulla ma mettendo insieme materiali già esistenti – e in cui vengono raccontati i moti rivoluzionari avvenuti da quando esiste il cinema. I primi sono quelli della rivolta dei Boxer in Cina del 1899, gli ultimi quelli avvenuti nell’Africa subsahariana nello stesso anno in cui uscì il film, il 1964.

Negli anni successivi Brass fu un regista organico al sistema cinematografico italiano, al servizio di operazioni commerciali o che aspiravano a esserlo. Valeva anche per Col cuore in gola, un giallo rivolto a un pubblico giovane vicino alla cultura londinese di quegli anni. E per Yankee, un tipico spaghetti western di quelli con molti personaggi messicani, con Philippe Leroy e Adolfo Celi, visivamente bellissimo. E per Il disco volante, una commedia con Alberto Sordi.

Quando poi gli stravolgimenti sociali e culturali del Sessantotto arrivarono davvero, i film di Brass si fecero ancora più politici e controculturali. Era l’anno in cui girò L’urlo, che fu inizialmente distribuito nel 1970 e subito bloccato dalla censura, come spesso gli sarebbe capitato in seguito. Ci vollero quattro anni di battaglie perché potesse essere distribuito, con un divieto ai minori di 18 anni. C’erano alcuni nudi maschili e atteggiamenti erotici che in quegli anni non era consentito mostrare al cinema, ma soprattutto era una storia di utopia libertaria, piena di contestazione, in cui una donna fugge dall’altare rifiutando il matrimonio.

Da quel film iniziò il lento ingresso del sesso nei film di Brass, e non solo nei suoi. Gli anni Settanta furono quelli dell’allentamento della morale, in cui tutto il cinema italiano scoprì il sesso. Per Tinto Brass fu molto naturale cominciare a inserirlo sempre più spesso. Per esempio in Nerosubianco, del 1969, una donna italiana che ha accompagnato il marito a Londra per un viaggio di lavoro, trovandosi da sola a Hyde Park, comincia a vedere intorno a sé occasioni di trasgressione a cui non riesce a resistere, e dalle quali esce liberata. Nonostante non fosse ancora un film erotico per gli standard moderni, era molto audace per l’epoca. Il titolo per il mercato internazionale, The Artful Penetration of Barbara, suggerisce lo stile sofisticato, tecnico e visivamente ricercato con cui era girato.

Come riportato nel volume L’avventurosa storia del cinema italiano di Franca Faldini e Goffredo Fofi, Brass sosteneva di aver avuto dentro di sé «l’argomento sessuale» da sempre, ma che era stato necessario un avallo culturale dell’industria del cinema perché potesse emergere. Nella sua visione del mondo la società proibisce certi atti sessuali o la loro esposizione; questo fa sentire i singoli in colpa per aver trasgredito e bisognosi di un’assoluzione dall’autorità, finendo quindi per riaffermare l’autorità stessa. Senza senso di colpa quindi non c’è nessun desiderio di autorità: «Per questo chi è sessualmente libero lo è anche socialmente e civilmente».

Nonostante fosse stato scoperto dalla Mostra del cinema di Venezia e invitato diverse volte, in un caso vincendo anche il premio “miglior film italiano” con La vacanza nel 1971, quando arrivò la svolta erotica di La chiave la commissione selezionatrice decise all’unanimità di non invitarlo, ha raccontato lo storico del cinema Gian Piero Brunetta. E questo nonostante il film fosse un adattamento libero del romanzo omonimo del giapponese Tanizaki Jun’ichirō, in cui un uomo e una donna adulti e sposati decidono di leggersi a vicenda le confessioni intime che hanno scritto nei loro diari. La chiave fu un grande successo, anche perché c’era, in un ruolo erotico, un’attrice famosissima proveniente dal cinema alto, Stefania Sandrelli.

Anche dopo la svolta erotica i film di Brass continuarono a essere considerati  visivamente audaci e tecnicamente magistrali, il contrario cioè del cinema porno, solitamente più dozzinale nella realizzazione. A differenza dei precedenti però quei film, come Miranda, Paprika o Così fan tutte, ebbero incassi come mai era capitato a Brass. Anche per questa ragione ha finito per essere identificato con il cinema erotico.

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