Le cose per cui Martin McDonagh non è famoso

I suoi film, più noti di quanto lo sia lui, sono tra i più riconoscibili di questi anni, compreso l'ultimo “Wild Horse Nine”

Martin McDonagh alla presentazione di Wild Horse Nine a Los Angeles (AP Photo/Chris Pizzello)
Martin McDonagh alla presentazione di Wild Horse Nine a Los Angeles (AP Photo/Chris Pizzello)
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Martin McDonagh ha scritto e diretto cinque film: tutti sono stati presentati a un grande festival internazionale, e tre sono stati candidati agli Oscar. Perfino il suo cortometraggio Six Shooter fu candidato e vinse nel 2006. Ed è molto probabile che venga candidato anche il suo ultimo film, Wild Horse Nine, che esce al cinema questa settimana. Eppure il nome di McDonagh non è così noto: sicuramente lo è meno dei titoli dei suoi film.

Nel 2018 il suo film Tre manifesti a Ebbing, Missouri fece vincere due Oscar agli attori Frances McDormand e Sam Rockwell. Nel 2022 Gli spiriti dell’isola ricevette due premi a Venezia (per il miglior attore e per la miglior sceneggiatura). Quest’anno invece John Malkovich ha vinto la Coppa Volpi a Venezia per la sua interpretazione in Wild Horse Nine ed è tra i favoriti per il prossimo Oscar al miglior attore.

I film di McDonagh si riconoscono facilmente dalla scrittura. Ha uno stile che punta molto sull’umorismo e su un moderato senso dell’assurdo, è decisamente cinico e riesce a sorprendere con le direzioni che dà alle trame. In Wild Horse Nine per esempio i protagonisti sono due agenti della CIA che nel 1973, poco prima del colpo di stato di Pinochet in Cile, vengono inviati dal loro capo da Santiago del Cile all’Isola di Pasqua con un pretesto. Invece che tenere un profilo basso come di solito fanno gli agenti segreti, ironizzano davanti a tutti sull’imminente colpo di stato e trattano la parte più violenta del loro lavoro come qualcosa di divertente.

John Malkovich, Martin McDonagh e Mariana di Girolamo alla prima di Wild Horse Nine a Los Angeles (AP Photo/Chris Pizzello)

Situazioni strane e dialoghi paradossali sono una caratteristica della scrittura di McDonagh fin dagli esordi nel teatro. Negli anni Novanta infatti era considerato un punk della scena teatrale: era molto sicuro di sé e parlava male dei colleghi. Si era presentato nel 1996 come completo autodidatta con una prima opera intitolata The Beauty Queen of Leenane, scritta nell’arco di due anni e dopo otto copioni infruttuosi. Quella prima opera vinse quattro Tony Award, i premi americani del teatro paragonabili agli Oscar: tre per gli attori e uno per la regia. E questo nonostante McDonagh non fosse americano, ma inglese di famiglia irlandese.

In quegli anni, oltre a scrivere commedie nere su temi come il terrorismo o i totalitarismi, dava anche interviste in cui non nascondeva la poca stima per le opere teatrali del periodo. Come scrisse il Guardian nel 2008, dopo l’uscita del suo primo film, In Bruges – La coscienza dell’assassino, era considerato «il Quentin Tarantino del teatro»: sfrontato e cool.

Oggi McDonagh, benché più diplomatico e meno interessato a far parlare di sé con le sue interviste, ha la medesima arroganza quando deve trattare con le produzioni.

Per esempio ha deciso di fare sempre il regista dei film che scrive perché è l’unico modo, dice, per essere certo che non venga cambiata nemmeno una parola dei suoi copioni. Inoltre pretende che nei contratti venga precisato che non accetterà indicazioni dalle società di produzione, che nessuno potrà mettere in discussione quello che scrive e che avrà l’ultima parola sul montaggio, cioè su cosa resta e cosa viene tagliato dai suoi film. Sono condizioni di regola riservate a chi incassa molto, e i film di McDonagh invece hanno incassi buoni ma non eccezionali. Lui però si definisce “responsabile” quando si tratta di budget, cioè capace di spendere molto poco.

Ha un pubblico non troppo grande ma piace alla critica. L’unica eccezione è stata il suo secondo film, 7 psicopatici, che uscì nel 2012 e che lui stesso considera poco riuscito. Wild Horse Nine ha avuto quasi solo recensioni positive ed è il perfetto esempio di cosa sono i film di Martin McDonagh, a partire dall’ambientazione: l’Isola di Pasqua, appunto.

Come nelle opere teatrali, anche negli altri suoi film il luogo dell’azione è sempre molto importante: sono posti in cui raramente si ambientano i film e il cui nome spesso finisce nel titolo. In Bruges è ambientato infatti a Bruges, in Belgio: i due protagonisti sono due sicari mandati lì dopo aver combinato un guaio, e per i quali la città diventa un purgatorio.

In Tre manifesti a Ebbing, Missouri una cittadina inventata della provincia statunitense è un posto arretrato in cui tutti si conoscono. In questo contesto la decisione della protagonista di acquistare uno spazio pubblicitario per denunciare l’inazione della polizia nelle indagini sulla morte violenta di sua figlia assume una rilevanza che non avrebbe avuto in una grande città. Il titolo originale di Gli spiriti dell’isola è The Banshees of Inisherin, dove Inisherin è il nome dell’isola irlandese inventata in cui è ambientato.

Spesso poi nei suoi film la trama è messa in moto dal rapporto tra due uomini. In Wild Horse Nine il rapporto tra i due agenti protagonisti è prima conflittuale e poi molto tenero quando emergono le loro motivazioni individuali. È una dinamica simile a quella del rapporto tra Colin Farrell e Brendan Gleeson in In Bruges e opposta a quella tra i protagonisti di Gli spiriti dell’isola, due grandi amici che da un giorno all’altro smettono di esserlo perché uno dei due ha deciso così (sono sempre Colin Farrell e Brendan Gleeson). Gli spiriti dell’isola è ambientato nel 1923 e non casualmente sullo sfondo ci sono le ultime fasi della guerra civile irlandese.

Non è raro che i suoi personaggi parlino dei massimi sistemi o pontifichino su grandi questioni per spiegare, introdurre o contestualizzare i loro problemi personali, decisamente più piccoli. L’intensità di queste conversazioni rispecchia l’intensità che manifestano nelle loro azioni, che si tratti di combattere la polizia di una piccola cittadina o di portare avanti una faida con un ex amico.

È una caratteristica che ha in comune con lo stile di scrittura dell’autrice con cui è fidanzato da circa dieci anni, Phoebe Waller-Bridge, che proprio poco prima di conoscere e frequentare McDonagh era diventata nota grazie alla serie tv Fleabag, da lei scritta e interpretata. I due hanno raccontato di consultarsi spesso su questioni lavorative.

Phoebe Waller-Bridge e Martin McDonagh alla Mostra del cinema di Venezia nel 2026 (Nasser Berzane/ABACAPRESS.COM)

McDonagh non teme l’umorismo nero e non ha paura di trasformare in commedia anche temi ed eventi drammatici. Lo ha fatto con un omicidio con violenza sessuale in Tre manifesti a Ebbing, Missouri, e anche in Wild Horse Nine. Il colpo di stato in Cile, ciò che comporta e il coinvolgimento della CIA sono esposti sia con cinismo che con toni farseschi.

L’eccezionalità di McDonagh rispetto ad altri sceneggiatori e registi sta nel riuscire a coinvolgere un pubblico ampio in un tipo di umorismo che di solito non è per tutti.

Del resto, prima dell’inizio della sua carriera da regista cinematografico, alla cerimonia di premiazione teatrale Evening Standard Theater Awards del 1996 lui e suo fratello John Michael McDonagh (regista pure lui) si rifiutarono di partecipare a un brindisi in onore della regina Elisabetta II proposto dal palco. La cosa è coerente con le loro origini e l’attaccamento alla causa irlandese, ma suscitò subito risentimento in sala, in particolare in Sean Connery. Nonostante Connery nel Regno Unito fosse considerato un personaggio intoccabile, senza troppa deferenza i due McDonagh gli risposero di andare affanculo.