Carrie, dal film di cinquant’anni fa alla serie di oggi

La storia tratta dal primo romanzo di Stephen King ha ispirato diversi adattamenti, più o meno riusciti

Sissy Spacek in una scena di Carrie (Everett Collection via Contrasto)
Sissy Spacek in una scena di Carrie (Everett Collection via Contrasto)
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Una ragazzina di 16 anni sta facendo la doccia nello spogliatoio della scuola, quando nota un rivolo di sangue che le cola tra le gambe. Va nel panico perché non sa cosa siano le mestruazioni e crede di morire, mentre le compagne le lanciano addosso assorbenti e tamponi, mortificandola ancora di più. In preda alla rabbia, fa scoppiare una lampadina con la forza del pensiero e si accorge per la prima volta di avere i poteri telecinetici che poi userà per compiere una strage.

È la scena iniziale nonché una delle più famose di Carrie – Lo sguardo di Satana, il celebre film di Brian De Palma uscito il 3 novembre del 1976 e considerato un classico dell’horror, proprio come il romanzo di Stephen King del 1974 da cui è tratto. Sissy Spacek, che interpretava Carrie, fu candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista; il film ebbe un successo di pubblico enorme e le sue scene più forti finirono per essere citate innumerevoli volte nella cultura pop. Da allora sono stati fatti diversi tentativi di riadattare Carrie con molto meno successo. A ottobre, dopo cinquant’anni, è uscita la prima serie tv, che ambienta la storia ai giorni nostri.

Carrie è il primo romanzo di Stephen King, e la sua premessa è semplice: un’adolescente con una madre fanatica religiosa che controlla ogni aspetto della sua vita e compagne di scuola che la bullizzano usa i propri poteri soprannaturali per vendicarsi. Uno degli elementi più sorprendenti e impressionanti per l’epoca era che la protagonista fosse al contempo una vittima e una sterminatrice brutale.

Grazie a Carrie King ottenne una fama praticamente istantanea e l’horror cominciò a ritagliarsi uno spazio nella letteratura mainstream. Il film di De Palma (che in Italia arrivò nel febbraio del 1977) fu paragonato a quelli di Alfred Hitchcock e Roman Polanski perché combinava l’horror con elementi comici e momenti di grande tensione. In più, in modo quasi inedito per l’epoca, mostrava aspetti delicati e drammatici dell’adolescenza femminile: le insicurezze attorno al corpo e alla maturazione sessuale, le pressioni dei coetanei e il senso di vergogna, le costrizioni della famiglia e infine la ribellione, in una forma efferata e truculenta.

Il film non piacque a tutti (per Richard Eder del New York Times era troppo elaborato e faceva davvero paura solo verso la fine). Entrò però nell’immaginario collettivo per il modo in cui rivelava le storture della società statunitense, funzionando come una più ampia riflessione sulle dinamiche di potere, sul ruolo delle donne e sulla loro presa di consapevolezza. Tutti questi elementi sono stati ripresi e adattati in periodi successivi, anche se mai con altrettanto successo.

L’adattamento teatrale del 1988 fu considerato uno dei maggiori fallimenti di Broadway: durò solo cinque spettacoli e fece perdere oltre 7 milioni di dollari.

Nel 1999 uscì Carrie 2: La furia, un film pensato per essere il sequel di quello del 1976 incentrato sul personaggio di Rachel Lang, sorellastra di Carrie (che nel libro non esiste). Ricevette recensioni perlopiù negative e fu criticato per aver riciclato le idee dell’originale, anche se poi venne un po’ rivalutato per il modo in cui parlava della cosiddetta cultura dello stupro, un concetto che ai tempi era ancora poco conosciuto. Nel 2002 uscì un film per la tv, che in origine doveva essere il pilota di una serie, e che fu accolto altrettanto tiepidamente.

Più convincente fu invece Lo sguardo di Satana – Carrie, del 2013, con Chloë Grace Moretz nel ruolo della ragazzina e Julianne Moore in quello della madre. Fu il primo a introdurre il tema dei social media e del cyberbullismo, ma con risultati comunque altalenanti (per Peter Bradshaw del Guardian Moretz sarebbe stata più credibile come bulla).

– Leggi anche: Il film horror più popolare della storia

La nuova miniserie su Carrie ha 8 puntate ed è stata ideata da Mike Flanagan, che è già noto per serie tv horror come Hill House e La caduta della casa degli Usher, e aveva già diretto diversi adattamenti dei romanzi di King, compresi Doctor Sleep (2019) e The Life of Chuck (2024). Per Judy Berman di Time è «il primo adattamento [di Carrie] degno di nota in cinquant’anni», mentre per Lucy Mangan del Guardian porta bullismo e violenza «a nuovi estremi».

Parlando con il programma della BBC Newsbeat, Flanagan ha ricordato che fino a qualche decennio fa il bullismo rimaneva relativamente confinato al contesto scolastico, mentre con i social ha assunto tutta un’altra dimensione. Nella serie l’umiliazione di Carrie viene amplificata attraverso video ripresi in diretta e un profilo Instagram falso.

Rispetto al romanzo ci sono alcune differenze, come l’introduzione di nuovi personaggi che puntano a inserire le vicende di Carrie in una storia più ampia: la serie infatti è stata rinnovata per una seconda stagione nonostante le vicende del libro siano tutte già contenute nella prima. Flanagan insiste molto più che nei film precedenti sul raccontare Carrie come un personaggio positivo e aperto, che diventa violento per via delle circostanze traumatiche in cui cresce.

La serie riprende anche l’espediente narrativo con cui la storia viene raccontata attraverso media diversi (al tempo resoconti della polizia, lettere o articoli di giornale, qui soprattutto i social): è una tecnica oggi diffusa, ma che al tempo era una grande novità, e che negli adattamenti precedenti era assente. La miniserie di Flanagan è piaciuta anche a King.