I finanziamenti al cinema saranno gestiti in modo diverso
È stata approvata una riforma molto attesa, che punta a sbloccare una situazione di cui nel settore ci si lamenta da anni
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Il parlamento ha approvato una riforma del settore cinematografico che è stata votata da tutti i partiti di governo e di opposizione, senza contrari o astenuti. È una legge che mira a rendere meno soggetta ai governi la gestione dell’erogazione dei fondi pubblici al cinema e il controllo del loro impiego, anche se nella pratica non lo sarà quanto le associazioni di categoria speravano inizialmente.
Nel 2025 il governo ha stanziato circa 700 milioni di euro in finanziamenti per il settore audiovisivo; nel 2026 600 milioni. I fondi pubblici però erano stati bloccati tra il 2023 e il 2024 e dal 2025 in poi la gestione delle finestre per fare richiesta e dell’erogazione dei soldi è stata disordinata e ha reso difficile la pianificazione delle produzioni, col risultato che sono stati fatti molti meno film. Il ministero della Cultura ha detto più volte che il motivo è la grande mole di domande di finanziamento e l’incapacità di gestirle. Una riforma amministrativa era quindi attesa e richiesta.
La nuova legge ha l’obiettivo prima di tutto di favorire una programmazione triennale dell’assegnazione dei finanziamenti pubblici al cinema e agli altri prodotti audiovisivi, perché le produzioni e le distribuzioni possano pianificare il proprio lavoro per tempo (ci vuole più di un anno per fare un film). Altri obiettivi sono semplificare le procedure di accesso ai fondi pubblici, dare tempi certi per l’erogazione dei contributi e applicare maggiori controlli sull’utilizzo delle risorse.
– Leggi anche: Negli ultimi anni in Italia si sono fatti molti meno film
Fino a oggi i compiti di gestione dei finanziamenti pubblici spettavano alla Direzione Cinema, un organo interno al ministero della Cultura. Con la nuova legge saranno trasferiti a un nuovo ente: l’Agenzia per il cinema e l’audiovisivo. Questo dovrebbe risolvere un grande problema che negli ultimi anni ha penalizzato il finanziamento all’audiovisivo, cioè la fatica del ministero nel gestire le molte domande, i conseguenti ritardi nell’emissione dei bandi o dei soldi, e la scarsa capacità della Direzione Cinema di ascoltare e recepire suggerimenti e indicazioni delle categorie professionali.
La legge stabilisce i principi, ma perché vengano applicati sarà necessaria la pubblicazione di una serie di decreti attuativi previsti entro due anni. Quello che è già stabilito è che l’Agenzia avrà tre organi: un direttore nominato dal Consiglio dei ministri su proposta del ministro della Cultura; un consiglio di amministrazione composto da cinque membri, quattro dei quali di nomina politica, che delibera preventivi e consuntivi, piani programmatici e atti generali; un collegio dei revisori dei conti.
Poi ci sarà il Forum, un organo separato dall’Agenzia e istituito con questa nuova legge. In teoria avrà lo stesso ruolo che un tempo era del vecchio Consiglio superiore del cinema, ma di fatto ha un peso maggiore. È composto in gran parte da rappresentanti delle associazioni del settore audiovisivo. Non gestisce fondi né prende decisioni: sostanzialmente fa da consulente, può dare pareri sugli atti, proporre indirizzi e presentare analisi di settore. È la soluzione trovata dal governo per recepire la richiesta da parte di chi il cinema lo fa di avere un ruolo più attivo.
Oltre a nominare un membro su cinque del consiglio di amministrazione dell’Agenzia avrà comunque un peso molto maggiore di quello che le associazioni di settore hanno ora, cioè quasi nessuno. Anche nella formazione del Forum però entra la politica. Otto dei suoi 16 membri sono infatti nominati dal ministro della Cultura, obbligatoriamente scelti tra esperti del settore. L’altra metà è invece scelta dalle associazioni di settore e poi nominata dal ministro.
La cosa più importante che fa il Forum è dare un contributo cruciale alla nomina di una nuova commissione unica che assegnerà la quota discrezionale di contributi pubblici al posto delle molte commissioni attuali. Lo farà fornendo cinque membri che selezionano una rosa di nomi da cui estrarre a sorte i venti membri della commissione (con un forte controllo sui conflitti d’interessi). Benché i fondi che assegnerà questa commissione di esperti siano una piccola parte del totale, ne beneficeranno le opere audiovisive che hanno più difficoltà a trovare finanziamenti, cioè quelle indipendenti, le opere prime e seconde o quelle che per loro natura sono considerate “difficili”, cioè che non hanno grandi speranze commerciali, ma che lo Stato ritiene giusto produrre comunque.
Si tratta di quel tipo di commissione da cui si erano dimessi alcuni membri a seguito della mancata approvazione dei fondi al documentario sulla morte di Giulio Regeni. La nuova commissione unica sarà composta da venti esperti scelti tra registi, sceneggiatori, autori, critici, professionisti di produzione, distribuzione ed esercizio, oltre a esperti finanziari e legali e docenti universitari. Il mandato durerà un anno, i membri non potranno avere rapporti economici con i progetti esaminati e sarà un lavoro pagato circa trentamila euro l’anno.
Quello che al momento la nuova legge non modifica molto è il sistema di finanziamento pubblico. Dalle indicazioni contenute nel testo della legge si capisce che il sistema che eroga più soldi, il tax credit, cioè lo sgravio fiscale che spetta a chiunque intraprenda una produzione che rispetti i criteri di legge, dovrebbe essere rimodulato dai futuri decreti attuativi, ma non stravolto.
Più attenzione è posta invece ai contributi selettivi (cioè i fondi assegnati dalla commissione), le cui quote riservate alle produzioni indipendenti aumenteranno. Sono risorse che verranno tolte ai film più grandi, visto che sempre per i contributi selettivi è prevista l’introduzione di un tetto per i film dal budget superiore a 5 milioni di euro, così che una parte maggiore dei soldi pubblici possa essere destinata a opere prime e seconde, giovani autori, film complessi a basso budget e “opere di qualità artistica”. Le società di produzione indipendenti inoltre dovranno obbligatoriamente avere dei posti garantiti tra i membri del Forum.
Dal momento della sua nomina nel 2024 il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha avuto un rapporto difficile con il cinema italiano. Le associazioni dei produttori hanno cercato di pacificare la situazione, non solo per avere un buon rapporto con il governo che eroga i fondi, ma anche per evitare che venisse portata avanti la narrazione del “cinema italiano sprecone di fondi pubblici”, in certi casi promossa anche dalla presidente del Consiglio. Al momento dell’approvazione di questa nuova legge Giuli ha parlato di «stilnovo» nei rapporti tra istituzioni e mondo del cinema, «fondato sul dialogo, sulla fiducia e sulla responsabilità reciproca».
Le associazioni di registi e sceneggiatori come i 100autori, l’ANAC, l’AIR3 o la WGI non sono contentissime. Inizialmente sembrava che le categorie professionali avrebbero avuto un ruolo maggiore di quello descritto nel testo finale della legge, e nel passaggio tra Camera e Senato non si è tenuto conto delle loro proposte di emendamento. In più sostengono con un comunicato congiunto che la legge non fornisca vere garanzie di stabilità.
L’Agenzia dovrebbe diventare operativa nel 2028 e la cosa che preoccupa molti nel settore è che la transizione da un governo all’altro causi interruzioni o ritardi ulteriori nell’erogazione di bandi e fondi pubblici.



