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  • Martedì 3 novembre 2026

L’arte di perdere le elezioni e (non) negare la sconfitta

Breve campionario di come l'hanno gestita alcuni leader autoritari, in attesa di vedere come andrà negli Stati Uniti e come la prenderà Trump

Viktor Orbán e Aleksandar Vučić durante una visita in Cina nell'ottobre del 2023
Viktor Orbán e Aleksandar Vučić durante una visita in Cina nell'ottobre del 2023 (EPA/GRIGORY SYSOEV /SPUTNIK/KREMLIN POOL)
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Non è affatto detto che il presidente Donald Trump accetti un’eventuale sconfitta del suo Partito Repubblicano alle elezioni di metà mandato, che peraltro è pronosticata dai sondaggi. Tuttora Trump sostiene di aver vinto le presidenziali del 2020, quando fu battuto da Joe Biden e fu accusato di aver istigato le migliaia di suoi sostenitori che il 6 gennaio 2021 assaltarono il Congresso.

Nel 2026 due leader nazionalisti e autoritari che si ispirano a Trump o sono molto vicini a lui hanno accettato senza grossi drammi di cedere il potere dopo aver perso le elezioni: l’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán ad aprile e l’ex presidente serbo Aleksandar Vučić poche settimane fa. Ma c’è stato anche un caso diverso: il candidato della destra alle presidenziali brasiliane, Flávio Bolsonaro, che ha seguito l’esempio di Trump e ha parlato di brogli. Poi è fuggito negli Stati Uniti.

Tra questi leader politici ci sono delle differenze.

Flávio Bolsonaro dopo la sconfitta al ballottaggio delle presidenziali brasiliane, il 25 ottobre

Flávio Bolsonaro dopo la sconfitta al ballottaggio delle presidenziali brasiliane, il 25 ottobre (AP Photo/Eraldo Peres)

Nel caso di Orbán e Vučić, la più banale è che i loro governi sono inseriti nel contesto europeo, dove altri stati più potenti hanno influenza su di loro. L’Ungheria, per esempio, dipende dai fondi dell’Unione Europea, mentre la Serbia di Vučić è candidata a entrarci. È verosimile che ad aprile gli apparati diplomatici degli altri paesi membri abbiano incoraggiato Orbán a cedere il potere, o trovato il modo di farglielo sapere.

Il caso di Vučić è interessante perché invece la notte delle elezioni sembrava fosse tutto pronto per sostenere un eventuale rifiuto di ammettere la sconfitta. Molti osservatori hanno riferito di un’atmosfera cupa e tesa a Belgrado e in un primo momento Informer, un gruppo mediatico vicino a Vučić, gli aveva attribuito la maggioranza. In alcuni punti del centro della capitale l’illuminazione andava e veniva, ed erano state avvistate squadre degli apparati di sicurezza a presidio dei palazzi governativi.

La polizia serba in assetto antisommossa a Belgrado il 25 ottobre, notte delle elezioni

La polizia serba in assetto antisommossa a Belgrado il 25 ottobre, notte delle elezioni (AP Photo/Marko Drobnjakovic)

Vučić ha smentito tutto ma secondo una ricostruzione del Times britannico avrebbe considerato la possibilità e per farlo desistere sarebbe stata importante una telefonata proprio di Orbán, oltre alle pressioni di altri governi europei. Vučić ha sostenuto di avere parlato con Orbán solo ore dopo, quando aveva già accettato la sconfitta.

Un’altra cosa che può fare la differenza è l’aritmetica.

I partiti di Orbán e Vučić – nonostante il lunghissimo periodo al potere dei loro leader, rispettivamente 16 e 14 anni, e i modi più o meno violenti con cui hanno represso l’opposizione – hanno perso con margini netti. Le proporzioni delle loro sconfitte hanno reso impraticabile intestarsi una vittoria che non c’era. Peraltro, entrambi sono intenzionati a restare in politica, e quindi hanno raccontato le elezioni perse come una battuta d’arresto prima di una rivalsa futura. Flávio Bolsonaro invece ha perso di pochissimo contro Lula, appena 4 milioni di voti su quasi 160 milioni di aventi diritto.

La tattica di Flávio Bolsonaro ha ricordato parzialmente quella di suo padre, l’ex presidente Jair, che a sua volta ricordava quella di Trump nel 2020. Dopo aver perso le elezioni nel 2022, sempre contro Lula, Jair Bolsonaro non riconobbe il risultato e andò in Florida, dove rimase tre mesi. Era lì quando l’8 gennaio 2023 migliaia di suoi sostenitori assaltarono parlamento, Corte Suprema e palazzo della presidenza, a Brasilia. Oggi Jair Bolsonaro sta scontando una condanna a 27 anni per tentato colpo di stato.

L'allora presidente venezuelano Nicolás Maduro mostra una copia della Costituzione durante una conferenza stampa dopo le elezioni truccate, il 31 luglio 2024 nel palazzo presidenziale di Miraflores a Caracas (EPA/RONALD PENA R.)

L’allora presidente venezuelano Nicolás Maduro mostra una copia della Costituzione durante una conferenza stampa dopo le elezioni truccate, il 31 luglio 2024 nel palazzo presidenziale di Miraflores a Caracas (EPA/RONALD PENA R.)

Per restare agli ultimi anni e all’America del Sud, c’è un caso di un presidente rimasto in carica nonostante avesse perso le elezioni: Nicolás Maduro dopo le presidenziali del 2024 in Venezuela.

Maduro si rifiutò di diffondere le ricevute del voto elettronico, che avrebbero dimostrato la vittoria del candidato dell’opposizione, e fece reprimere con la forza le proteste grazie all’esteso apparato di sicurezza del regime socialista al potere dal 1998. Maduro controllava la Commissione elettorale e il Tribunale supremo, ma del resto il Venezuela di quegli anni non era una democrazia in grado di opporsi ai brogli. Oggi è in corso un lento e incerto processo di transizione democratica dopo che Maduro è stato destituito e catturato in un’operazione militare degli Stati Uniti.