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  • Martedì 27 ottobre 2026

Cosa comporta il ritorno di María Corina Machado in Venezuela

Mette pressione sulla transizione democratica orchestrata dagli Stati Uniti, e sul regime che vorrebbe rallentarla

di Matteo Castellucci

La leader dell'opposizione venezuelana María Corina Machado torna a Caracas accolta dai sostenitori, il 25 ottobre
La leader dell'opposizione venezuelana María Corina Machado torna a Caracas accolta dai sostenitori, il 25 ottobre (EPA/RONALD PENA R)
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Il ritorno in Venezuela della leader dell’opposizione María Corina Machado, dopo quasi 11 mesi all’estero e numerosi tentativi falliti, è uno sviluppo enorme per la laboriosa transizione democratica che è iniziata in estate nel paese su impulso degli Stati Uniti. Il suo ritorno aumenta la pressione sul regime, che ha tutto l’interesse a rallentare la transizione per rimandare il più possibile le nuove elezioni che potrebbero coincidere con la sua fine. Machado è la leader con più seguito e ha pressoché ineguagliabili capacità di mobilitazione: è tornata per candidarsi a quelle elezioni.

Il Venezuela è praticamente un protettorato statunitense da quando, a gennaio, gli Stati Uniti hanno deposto l’ex presidente Nicolás Maduro. L’attuale governo ad interim di Delcy Rodríguez nominalmente è in continuità con quello di Maduro, di cui Rodríguez era vicepresidente, ma nella prassi si è discostato da lui, perché dipende dagli Stati Uniti per la legittimità e persino per i proventi del petrolio che reggono il bilancio dello Stato. Per Rodríguez l’appoggio del governo statunitense è imprescindibile, proprio come per Machado.

È per questo che Rodríguez chiama «aggressione esterna» l’operazione militare in cui le forze speciali statunitensi hanno catturato Maduro, e Machado incolpa generiche «autorità» di averle impedito così a lungo di rientrare in Venezuela. Entrambe non vogliono dire che sono stati gli Stati Uniti per non indispettirli.

Peraltro non si è capito benissimo con chi stanno gli Stati Uniti in questa fase, né se abbiano assecondato il ritorno di Machado o l’abbiano soprattutto subìto.

Inizialmente avevano tagliato Machado fuori dai loro piani e avevano fatto affidamento su Rodríguez come garante dello status quo. Temevano che l’instabilità politica potesse nuocere agli affari pattuiti col regime, anzitutto sullo sfruttamento del petrolio venezuelano, che Machado invece ha criticato. Adesso il segretario di Stato americano Marco Rubio si è intestato d’aver reso possibile il ritorno di Machado trattando direttamente col regime.

– Leggi anche: Delcy Rodríguez, come se niente fosse

In questi giorni Rubio ha dato una specie di doppio avvertimento. Ha alluso sia all’incolumità di Machado, intercedendo quasi come suo protettore; sia alla riuscita dei colloqui che sono iniziati in estate tra il regime venezuelano e settori dell’opposizione, con la regia degli Stati Uniti, e hanno prodotto una parziale distensione tra le parti.

Vente Venezuela, il partito di Machado che si sta riorganizzando, non partecipa ai colloqui, ma neppure li disconosce. Rubio ha fatto capire che non vuole che Machado interferisca.

Il ritorno di Machado è stato accolto dalla popolazione con un entusiasmo eccezionale, che ha dimostrato quanto ancora abbia seguito nel paese. Secondo un sondaggio commissionato da Bloomberg, se si tenessero le elezioni presidenziali oggi Machado prenderebbe il 52 per cento contro il 19 per cento di Rodríguez. Domenica una carovana di persone festanti ha accompagnato Machado nel viaggio attraverso cinque stati, dal confine con la Colombia alla capitale Caracas.

A Caracas l’opposizione l’ha ricevuta con una delle più grandi manifestazioni dal 2024, quando il regime represse con la forza le proteste contro i brogli alle presidenziali. Maduro sostenne di avere vinto quelle elezioni contro il candidato scelto dall’opposizione al posto di Machado (lei era stata esclusa dal regime). Da lì in poi il regime si fece più paranoico e violento, anche arrestando arbitrariamente cittadini stranieri, e lei fu costretta a vivere nascosta e infine a fuggire dal paese.

Per ora a Machado è stata sufficiente questa prova di forza e di sostegno: non ha ancora fatto discorsi pubblici e la prima conferenza stampa è prevista solo giovedì. Ha affidato la comunicazione alle foto e video in cui è circondata dalla folla. Il ritorno non era stato preannunciato: è stata una mobilitazione spontanea, gestita attraverso i social (i media tradizionali restano condizionati dal regime) e scaturita da un messaggio improvviso e telegrafico: «Sono qui. Con voi».

Domenica la prima iniziativa di Machado è stata andare a messa nella chiesa della Divina Pastora di Barquisimeto, la sede di uno dei culti mariani più sentiti in un paese molto cattolico. Lunedì sera ha incontrato Perkins Rocha: uno dei dirigenti del suo partito e responsabile dei ricorsi legali, che è agli arresti domiciliari con la cavigliera elettronica.

Nonostante l’amnistia e più cicli di scarcerazioni, infatti, in Venezuela ci sono ancora prigionieri politici.

È probabile che una delle prossime iniziative sia andare a visitare La Guaira, la zona più devastata dal fortissimo terremoto di fine giugno. L’obiettivo è dare un segnale politico dopo una prolungata assenza, anteponendo i momenti pubblici e simbolici ai discorsi istituzionali o alle interviste.

Delcy Rodríguez sta cercando di minimizzare. Ha sostenuto che sia «uno show» e che come altri oppositori Machado sarebbe potuta tornare con un semplice volo (in realtà era sempre stata fermata). Che il regime di Rodríguez sia preoccupato, però, è evidente dal modo in cui ha tentato di distogliere l’attenzione dal ritorno di Machado. Per esempio sta enfatizzando di avere anticipato il Natale al 1° novembre: è uno stratagemma a cui ricorreva anche Maduro quando cercava di recuperare consenso, perché sotto Natale vengono distribuiti pacchi di aiuti nei quartieri popolari.

Lunedì sia Rubio sia il dipartimento di Stato si sono sbottonati un po’ sui tempi della transizione, pur senza indicare una data precisa per le elezioni. Si aspettano che il rinnovo della composizione del Tribunale supremo sia completato entro fine anno, e che segua a stretto giro quello della Commissione elettorale: sono gli organi con cui Maduro aveva falsificato le elezioni in passato e ripristinarne l’indipendenza è un presupposto per le elezioni.

Il rinnovo è stato concordato nei colloqui tra il regime e l’opposizione, ma il punto è se sarà sostanziale e non solo di forma. La tattica abituale del regime era accettare di cambiare le persone, ma nominarne comunque altre legate a sé o di cui poteva condizionare l’operato. Opposizione e regime hanno compilato liste di tecnici, magistrati e accademici che considerano imparziali. Per il Tribunale, per esempio, vanno scelti 32 nuovi giudici e bisognerà vedere quanto bilanciata sarà la composizione.

A quel punto Rodríguez dovrebbe dichiarare «vacante» la presidenza (è un passaggio richiesto perché formalmente lei è presidente ad interim per l’assenza di Maduro) e indire le elezioni entro sei mesi. La Costituzione venezuelana prevederebbe 30 giorni, e non sei mesi, ma come detto i tempi li dettano gli Stati Uniti. In questo scenario le elezioni potrebbero avvenire entro luglio del 2027, come chiede Machado, o al più tardi nel 2028. Finora Rodríguez è stata ambigua, promettendo elezioni per tenersi buono Trump ma senza dire quando.

Il giornalista venezuelano William Echeverría pensa che la transizione sia irreversibile e che il ritorno di Machado la accelererà. Con lei lì, per il regime sarà più difficile procrastinare le scadenze, quantomeno su questi primi passaggi burocratici. «Per sopravvivere, il movimento chavista, che poi è stato di Maduro e oggi è di Delcy e suo fratello, deve fare tutto quello che gli chiedono gli Stati Uniti. Se non collabori, sai che fine farai: Maduro è in carcere a New York».

Secondo Echeverría, lunedì il dipartimento di Stato si è convinto a intervenire pubblicamente, prospettando per la prima volta un percorso definito verso le elezioni, proprio dopo aver visto le manifestazioni.