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  • Martedì 27 ottobre 2026

I due schieramenti delle elezioni israeliane, più uno

Il primo sta con Netanyahu, l’altro contro ma senza metterne in discussione le guerre, e poi ci sono i partiti arabi: si vota oggi

Un manifesto elettorale del partito di Netanyahu, che lo contrappone ai leader degli altri partiti, il 18 ottobre a Bnei Brak (AP Photo/Oded Balilty)
Un manifesto elettorale del partito di Netanyahu, che lo contrappone ai leader degli altri partiti, il 18 ottobre a Bnei Brak (AP Photo/Oded Balilty)
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Alle elezioni parlamentari in Israele di martedì il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu si gioca qualcosa di più della sopravvivenza politica. Negli ultimi anni ha sfruttato l’incarico per sottrarsi ai processi per corruzione in corso contro di lui e per impedire la creazione di una commissione d’indagine indipendente sugli errori e sui fallimenti che permisero l’attacco di Hamas del 7 ottobre del 2023.

Netanyahu guida una coalizione di estrema destra, e all’opposizione ci sono principalmente partiti di destra e centrodestra. Nessuno mette davvero in discussione le guerre che il governo attuale ha iniziato in Medio Oriente: casomai se ne contesta la gestione, ritenendola o troppo oltranzista o troppo morbida.

Oggi in Israele si vota per rinnovare i 120 membri della Knesset, il parlamento unicamerale, che poi dovrà votare la fiducia a un nuovo governo. I partiti possono essere divisi grossomodo in tre blocchi: i due più ampi sono quello di Netanyahu, coi suoi alleati dell’estrema destra religiosa, e quello contro Netanyahu, che è guidato dal generale Gadi Eisenkot.

È plausibile, guardando i sondaggi, che nessuno dei due blocchi raggiunga la maggioranza di 61 seggi in parlamento. Potrebbe quindi essere decisivo il terzo blocco, quello formato dai partiti arabi.

Netanyahu è il capo del Likud, il principale partito di destra. In questi anni ha governato insieme ai partiti di estrema destra Potere ebraico, del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, e Sionismo religioso, del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. Ben Gvir e Smotrich hanno posizioni razziste ed estremamente ostili contro i palestinesi; hanno favorito l’espansione delle colonie illegali in Cisgiordania e offerto copertura politica alle violenze dei coloni, tra le altre cose.

Oltre a loro, Netanyahu ha potuto contare spesso sul sostegno di due partiti ultraortodossi, Ebraismo della Torah Unito (UTJ) e Shas, che pure nel 2025 si ritirarono dal suo governo dopo avergli chiesto di sancire per legge l’esenzione dal servizio militare per gli ebrei ultraortodossi. L’esenzione, che risale alla fondazione dello stato di Israele, è una questione di cui si discute da tempo, ma è diventata più sentita con lo stato di guerra permanente in cui si trova Israele dal 2023, che ha moltiplicato le rotazioni al fronte dei riservisti.

– Leggi anche: In Israele gli ultraortodossi vivono in una bolla

Gadi Eisenkot visita il Muro del Pianto, luogo sacro per gli ebrei, il 22 ottobre a Gerusalemme

Gadi Eisenkot visita il Muro del Pianto, luogo sacro per gli ebrei, il 22 ottobre a Gerusalemme (EPA/ABIR SULTAN)

C’è poi l’opposizione sionista, cioè favorevole all’esistenza di Israele come stato ebraico (gli ultraortodossi invece non sono sionisti, ma questa distinzione non è rilevante ai fini delle alleanze). Il partito più forte dello schieramento contrario a Netanyahu è Yashar, quello di Eisenkot, che ha comunque posizioni conservatrici.

La seconda forza della coalizione è Insieme, la lista di destra e centrodestra in cui si sono uniti Naftali Bennett e Yair Lapid, che erano i principali leader dell’opposizione finché non è arrivato Eisenkot. Nel 2021 Bennett e Lapid governarono insieme, alleandosi con il partito arabo Ra’am, in una delle poche fasi in cui Netanyahu finì all’opposizione e in un contesto di generale instabilità: le ultime elezioni, nel 2022, erano state le quinte in tre anni.

Nessuno di questi partiti è contrario alle guerre di Netanyahu, ma hanno un atteggiamento più pragmatico. Per esempio Eisenkot, che è un generale dell’esercito e fino al 2024 faceva parte del Gabinetto di guerra israeliano, ruppe con Netanyahu per gli ostaggi israeliani detenuti da Hamas: Eisenkot chiedeva un cessate il fuoco immediato e trattative che portassero alla loro liberazione, al posto della guerra a oltranza di Netanyahu. Anche sulle colonie israeliane in Cisgiordania i partiti di opposizione hanno un approccio più pragmatico: Eisenkot per esempio è favorevole, ma ha promesso di impedire nuove costruzioni nella zona controllata da Israele e di smantellare le colonie già presenti nelle zone che dovrebbero essere sotto il controllo palestinese (cosa molto difficile da mettere in pratica).

In questo contesto, in cui gli altri tre partiti dello schieramento contro Netanyahu sono di destra, la sinistra è marginale. È ridotta ai Democratici di Yair Golan, che sono nati dalla fusione dello storico Partito Laburista, che governò Israele per decenni, e di Meretz, un partito laico alla sua sinistra. Nella società israeliana degli ultimi anni, che si è spostata sempre più a destra, c’è poco spazio per gli ideali liberali e pacifisti che erano centrali per quest’area politica. Golan è stato il leader più esplicito nel criticare la condotta dell’esercito israeliano a Gaza, entro gli standard del dibattito pubblico israeliano.

Ci sono infine due partiti arabi. Ra’am è quello più conservatore, che già nel 2021 collaborò con l’opposizione sionista di Bennett e Lapid, e che sarebbe più disposto a farlo di nuovo. Poi c’è Lista comune, che riunisce un partito comunista, uno più tradizionale e uno nazionalista.

Le liste arabe ritengono di essere determinanti per il prossimo governo e pesano elettoralmente, anche perché un quinto della popolazione israeliana è araba (perlopiù palestinese). Si sono offerte di partecipare a una possibile coalizione alternativa a Netanyahu, ma per il momento gli altri partiti hanno rifiutato temendo che una simile alleanza venga malvista dagli elettori: questo conferma quanto l’etnonazionalismo di Netanyahu si sia affermato anche fuori dalla sua area politica.

– Leggi anche: La sinistra in Israele è quasi sparita

I seggi hanno aperto alle 6 e chiuderanno alle 21, ora italiana. Israele ha un sistema elettorale proporzionale, con uno sbarramento del 3,25 per cento, e di norma l’incarico di formare il governo viene assegnato al leader del partito o dello schieramento più votato. Se come sembra nessuna coalizione otterrà la maggioranza, saranno determinanti le trattative successive. In passato Netanyahu è stato molto abile a mercanteggiare e trovare accordi, mentre l’opposizione ha le idee più confuse: fare previsioni è azzardato.