• Mondo
  • Giovedì 5 novembre 2026

Dopo la sconfitta, Trump è in difficoltà anche in Medio Oriente

Potrebbe dover cambiare i suoi piani contro l'Iran, e rivedere i rapporti con il governo di Netanyahu

Donald Trump al porto di Corpus Christi, Texas, 27 ottobre (AP Photo/Alex Brandon)
Donald Trump al porto di Corpus Christi, Texas, 27 ottobre (AP Photo/Alex Brandon)
Caricamento player

Nelle scorse settimane il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva alluso più volte alla possibilità di riprendere la guerra contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato: secondo i media statunitensi, il dipartimento della Difesa aveva già preparato piani e avvertito gli alleati nella regione. È ancora possibile che la guerra riprenda, ma dopo la sconfitta straordinaria subita dai Repubblicani sembra molto meno probabile.

Il risultato delle elezioni di metà mandato ha mostrato quanto l’elettorato statunitense sia stanco della guerra in Medio Oriente cominciata da Trump. È stata descritta come una delle massime ragioni di insoddisfazione più o meno in tutti i sondaggi, anche per il modo in cui ha contribuito all’aumento del costo della vita. Non solo: molti esponenti Repubblicani, a partire dal vicepresidente JD Vance, hanno cominciato a criticare apertamente la guerra e a chiedere che Trump la interrompa per concentrarsi sull’America First, cioè sulle priorità interne degli Stati Uniti.

Questo mette Trump in una situazione molto difficile. Da un lato il presidente è consapevole che la situazione con l’Iran è irrisolta: i traffici nello stretto di Hormuz sono ancora instabili e gli scambi sporadici di missili mostrano come l’Iran sia ancora una potenziale minaccia per gli Stati Uniti e i loro alleati nella regione. Trump inoltre non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era posto all’inizio della guerra: non ha abbattuto il regime iraniano, non ha posto fine al suo programma nucleare né a quello missilistico.

Al tempo stesso però riprendere la guerra ora significherebbe andare contro una volontà che l’elettorato americano, e soprattutto quello Repubblicano, ha espresso in maniera molto esplicita alle ultime elezioni. Significherebbe anche rischiare il malcontento dell’ala più populista del partito, quella guidata da Vance, che potrebbe arrivare a trasformarsi in una rivolta aperta.

Questo senza considerare il fatto che la ripresa della guerra, da sola, non risolverebbe niente: l’Iran ha già dimostrato di saper resistere agli attacchi militari e alla pressione economica degli Stati Uniti, e non ci sono ragioni per pensare che nuovi bombardamenti potrebbero cambiare lo stato delle cose.

Un murale a Teheran, in Iran, che mostra dei malconci Steve Witkoff (capo negoziatore di Trump), Trump, Netanyahu e JD Vance (AP Photo/Vahid Salemi)

Un murale a Teheran, in Iran, che mostra dei malconci Steve Witkoff (capo negoziatore di Trump), Trump, Netanyahu e JD Vance (AP Photo/Vahid Salemi)

Nel messaggio in cui commenta la sconfitta elettorale, Vance fa anche un’altra richiesta a Donald Trump, che potrebbe avere grossi effetti sulla politica statunitense in Medio Oriente: «Cambiare la nostra relazione con Israele».

Per decenni tutta la politica statunitense, e il Partito Repubblicano in particolare, ha avuto una relazione strettissima con lo stato israeliano, a cui sono stati forniti in maniera incondizionata aiuti economici, armi, e copertura diplomatica all’ONU e in altri consessi internazionali. Negli ultimi anni però questa politica è diventata sempre più criticata: sia dai progressisti, scandalizzati per i massacri nella Striscia di Gaza, sia dai populisti di destra come Vance, preoccupati piuttosto che la troppa attenzione a Israele stesse distogliendo gli Stati Uniti dalle loro vere priorità.

Ora agli occhi dei populisti questa preoccupazione si è avverata: secondo loro è a causa del sostegno a Israele che gli Stati Uniti stanno perdendo parte della loro influenza in Medio Oriente (parzialmente vero); è a causa della persuasione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che Trump si è convinto a entrare in guerra contro l’Iran (probabilmente vero); e tutto questo ha finito per ripercuotersi sull’amministrazione e sui Repubblicani, che hanno subìto l’epocale sconfitta alle elezioni di metà mandato di martedì.

Trump ha già cominciato a mostrarsi ricettivo verso questo argomento: martedì, mentre il voto era ancora in corso, ha annunciato che annullerà 3,8 miliardi di dollari in aiuti militari promessi a Israele per l’anno prossimo. Questa notizia ha preoccupato molto il governo di Netanyahu, che senza quei miliardi rischia di dover alzare le tasse o tagliare le spese per mantenere lo stesso livello di spesa militare. Nonostante l’annuncio di Trump, però, il taglio degli aiuti non è ancora stato formalizzato.

La relazione tra Stati Uniti e Israele è storica e strategica, e gli Stati Uniti continuano a vedere in Israele un alleato fondamentale. Per questo è difficile oggi immaginarsi che i rapporti bilaterali si raffredderanno troppo: potrebbero esserci degli aggiustamenti, ma non un cambiamento radicale.