Due persone sono morte in un incendio al Porto Vecchio di Trieste
Dove, in assenza di alternative, trovano solitamente riparo dal freddo persone migranti o senzatetto
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Nella notte tra domenica e lunedì c’è stato un incendio all’interno di un magazzino di tre piani del Porto Vecchio a Trieste in cui, in assenza di alternative, trovano solitamente riparo dal freddo le persone migranti o senza fissa dimora. Due persone sono morte, un uomo marocchino e una donna italiana, entrambi di età compresa tra i 20 e i 30 anni.
L’incendio è iniziato verso le 23. Le circostanze che l’hanno provocato non sono ancora state chiarite, ma l’ipotesi di chi sta indagando è che le persone che si trovavano all’interno del magazzino, almeno 20, abbiano acceso un fuoco per riscaldarsi o cucinare (in questi giorni a Trieste ci sono temperature intorno ai dieci gradi e il vento è molto forte, con raffiche che superano i 100 chilometri all’ora). Dal piano terra, il fuoco avrebbe poi causato il cedimento di un solaio soprastante.

Il magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste, 2 novembre 2026 (Giovanni Aiello)
Le operazioni di ricerca e di soccorso si sono protratte per diverse ore e sono state piuttosto complicate. I vigili del fuoco, spiega il quotidiano Il Piccolo, sono entrati dal piano terra dove il fuoco aveva completamente avvolto un soppalco in legno che poco dopo è crollato, senza colpire i soccorritori. Una squadra ha iniziato le operazioni di spegnimento mentre un’altra ha cercato di aprire dei varchi per raggiungere e ispezionare gli altri due piani della struttura. I due corpi, ustionati, sono stati trovati al primo piano.
Secondo i primi rilievi le due persone sarebbero rimaste intrappolate all’interno di una stanza e sarebbero morte a causa del monossido di carbonio che sarebbe salito dal piano terra attraverso un’incanalatura. Le altre persone presenti all’interno del magazzino, soprattutto persone migranti, sono riuscite invece a salvarsi.
Osservando il mare da piazza Unità d’Italia a Trieste il Porto Vecchio si trova sulla destra. È un’area enorme andata via via in disuso, e da anni al centro di molte idee di riqualificazione. Si estende per circa 617mila metri quadrati, comprende cinque moli, più di 3mila metri di banchine, e 23 grandi edifici tra hangar, magazzini e altre strutture.

Il magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste, 2 novembre 2026 (Giovanni Aiello)
Il magazzino dove nella notte sono morte due persone è il numero 18, quello dove fino a poco tempo fa erano custoditi gli oggetti appartenuti a chi, dal 1945 in poi, lasciò case e paesi dell’Istria e della Dalmazia, i territori che dopo la fine della Seconda guerra mondiale passarono dall’Italia alla Jugoslavia. Il magazzino 18, così come altri, è spesso utilizzato dalle persone migranti che arrivano in città attraverso la rotta balcanica che parte dall’Asia e via terra passa da Grecia, Albania, Croazia e Slovenia.
Francesco Cibati è tra i soci fondatori di Linea d’Ombra, un’associazione che si occupa di prima accoglienza. Dice che da anni l’amministrazione di Trieste, guidata da Roberto Dipiazza, di Forza Italia, gestisce il percorso delle persone migranti attraverso «la politica degli sgomberi».
«Sgomberano, sigillano gli spazi, non danno alcuna alternativa, le persone si spostano, vengono sgomberate di nuovo e avanti così», spiega Cibati. Lo sgombero più eclatante, a Trieste, avvenne nel giugno del 2024 quando, a seguito di un’ordinanza del sindaco, il Silos, un magazzino fatiscente vicino alla stazione, venne svuotato e recintato per impedire ai nuovi arrivati di entrare.

La facciata posteriore del magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste, 2 novembre 2026 (Giovanni Aiello)
La chiusura del Silos, così come quella di altri spazi occupati, ha complicato ulteriormente la gestione dei migranti, che a Trieste ha una sua particolarità, cioè il cosiddetto fenomeno dei «richiedenti asilo per strada». Secondo Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà (ICS) che coordina il lavoro di molte associazioni, questo fenomeno si è creato per una precisa responsabilità delle istituzioni.
Per la legge le misure di accoglienza si applicano dal momento in cui la volontà di chiedere protezione internazionale viene manifestata: non al momento della formalizzazione della domanda. «A partire dalla manifestazione di volontà la prefettura deve collocare in accoglienza le persone, dando loro un tetto». Ma questo, dice Schiavone, a Trieste non accade «per la precisa volontà di lasciare le persone per strada ignorando i diritti dei quali dispongono».
Quel che nella pratica accade è che la manifestazione di volontà di chiedere protezione internazionale non viene registrata e che alle persone che l’hanno espressa viene consegnato un semplice invito su carta intestata della questura a ripresentarsi nei suoi uffici dopo qualche settimana.
In quegli inviti, che di volta in volta vengono rinnovati posticipando l’appuntamento anche di mesi, non solo non viene specificata la natura dell’appuntamento, ma soprattutto non viene indicato il fatto che queste persone sono richiedenti asilo. La conseguenza è che l’accesso alla procedura di asilo viene rinviato e che la prefettura non provvede a inserire chi ne avrebbe immediatamente diritto nel sistema di accoglienza. Schiavone parla di «un trucco per aggirare la norma: questura e prefettura fingono che non si tratti di richiedenti asilo, che vengono dunque lasciati volutamente fuori dal percorso di accoglienza con l’obiettivo di dissuaderli, con la speranza che vadano altrove, che il giorno dell’appuntamento non si presentino e che quindi la loro richiesta si autoelimini».
Tutto questo sistema, prosegue Schiavone, è accompagnato da un paradosso: da mesi le strutture gestite da ICS hanno mediamente 70 posti letto vuoti, mentre un centinaio di persone sono costrette a dormire per strada o nei magazzini del Porto Vecchio. Insomma, ICS avrebbe a disposizione posti per un alloggio dignitoso, che però rimangono inutilizzati.
Nel frattempo è stata annunciata una manifestazione per le 18:30 in piazza Libertà. Il sindaco Roberto Dipiazza, che la settimana scorsa ha incontrato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha commentato: «Ho riferito al ministro che non basta più trasferire 60 migranti a settimana, ma che bisogna portarli via tutti. Fortunatamente ha capito». Dipiazza ha poi implicitamente ribadito la volontà politica di non ampliare il sistema di accoglienza né di utilizzare quello che già esiste: «A Lampedusa se facevano posto per cinquecento persone ne arrivavano in mille, se lo facevano per mille arrivavano in duemila e così via. Lo stesso accadrebbe da noi ed è una cosa che non posso permettere che avvenga».



