Il caporalato c’è persino nei campi del Trentino
Era sempre stato un modello virtuoso ma qualcosa è cambiato, come dimostrano tre inchieste per sfruttamento emerse negli ultimi giorni
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Negli ultimi dieci giorni in Trentino sono state rese note tre inchieste su sfruttamento del lavoro e caporalato nell’agricoltura locale: riguardano centinaia di lavoratori stranieri impiegati in aziende agricole della Val di Non e della Valsugana, nella raccolta della frutta e in alcuni casi anche nella ristorazione. Secondo la procura di Trento, che ha avviato le inchieste, lavoravano molte più ore di quelle previste dal contratto e venivano pagati molto meno, vivevano in alloggi sovraffollati e fatiscenti, spesso pagando l’alloggio a chi li sfruttava, e in alcuni casi erano sottoposti ad abusi e minacce.
Le tre inchieste si sono aggiunte a un’altra, avviata invece a luglio, anche in quel caso con accuse di caporalato ma nei vigneti. La frutticoltura e la vitivinicoltura sono le due principali filiere dell’agricoltura del Trentino, e le inchieste per certi versi sono più sorprendenti che altrove: il Trentino è considerato un modello virtuoso nella regolamentazione delle filiere agricole. È una regione con una forte presenza di cooperative, fatta di aziende agricole piccole e in buona parte a gestione familiare, su cui vengono svolti molti controlli: sulla regolarità delle filiere il Trentino ha anche costruito la sua stessa immagine, rispetto alla vendita dei prodotti agricoli.
Localmente queste inchieste hanno avuto molta risonanza e sono state denunciate da sindacati e associazioni di consumatori: citando proprio queste inchieste, in questi giorni la provincia autonoma di Trento ha approvato un protocollo per promuovere la legalità nel lavoro agricolo.
Il Trentino è considerato un modello anche nella gestione e nell’integrazione dei lavoratori stranieri: «Quando a partire dagli anni Duemila il numero di lavoratori stranieri è aumentato, a una prima fase critica è seguito un intervento sinergico di istituzioni, associazioni e cooperative che ha portato in poco tempo a buone condizioni lavorative e a sistemazioni in alloggi dignitosi, a volte case degli stessi agricoltori destinate ad alloggi per la stagione della raccolta della frutta», dice Serena Piovesan, ricercatrice dell’università di Trento che si è occupata proprio di quello che definisce «il modello trentino nella gestione della manodopera straniera».
Le inchieste degli ultimi mesi hanno fatto emergere i meccanismi di sfruttamento e caporalato già documentati negli ultimi anni in molti altri posti d’Italia: quelli in cui gli imprenditori, sia stranieri che italiani, sfruttano migranti arrivati da paesi africani o asiatici, a volte reclutandoli direttamente nei paesi d’origine e utilizzando in maniera fraudolenta il cosiddetto decreto flussi, la misura con cui il governo stabilisce ogni anno quanti lavoratori extra-europei possono entrare in Italia. Spesso i lavoratori si indebitano per pagare il viaggio e poi lavorano in condizioni di sfruttamento per ripagarlo, con la promessa di un permesso di soggiorno che non ottengono e minacce di ritorsioni, anche contro le famiglie d’origine, se si ribellano.
L’ultima inchiesta è stata resa nota pochi giorni fa: è stata avviata contro un imprenditore straniero della ristorazione della Val di Non, accusato di aver sfruttato oltre un centinaio di braccianti stranieri tra il 2020 e il 2025. Secondo la procura l’imprenditore li avrebbe fatti arrivare in Italia proprio attraverso il decreto flussi, chiedendo dai 10 ai 12mila euro per il viaggio e dai 4 ai 6mila euro per regolarizzare la loro posizione lavorativa, senza mai farlo.
Li avrebbe fatti lavorare principalmente in aziende agricole e altre volte in ristoranti, in entrambi i casi direttamente o indirettamente a lui collegati, in condizioni di sfruttamento e con alloggi affollati e fatiscenti. Secondo la procura avrebbe ottenuto un profitto di oltre 384mila euro.
Al centro di un’altra delle tre inchieste ci sono invece una coppia di imprenditori nigeriani, sposati, accusati di sfruttamento dei lavoratori, riduzione in schiavitù, tratta di persone e maltrattamenti con lesioni nei confronti di un numero imprecisato di lavoratori nigeriani. Anche in questo caso li avrebbero reclutati direttamente nel paese d’origine per poi impiegarli in aziende agricole locali: secondo la procura la coppia si faceva pagare dai titolari delle aziende agricole, per poi corrispondere ai lavoratori una minima parte del guadagno.
Sempre secondo la procura, gli imprenditori che gestivano le aziende erano a conoscenza delle condizioni in cui vivevano i lavoratori: in tutto sono indagate cinque persone tra cui due trentini.
Ci sono accuse simili al centro della terza inchiesta, avviata invece contro un imprenditore trentino accusato di aver sfruttato 84 migranti nella raccolta dei piccoli frutti (cioè lamponi, mirtilli, ribes e in generale i frutti di bosco) tra il 2018 e il 2024. L’inchiesta dello scorso luglio invece riguarda un cittadino italiano di origini pakistane accusato di caporalato nella gestione di lavoratori pakistani a partire da maggio del 2025: li avrebbe impiegati in vigneti e frutteti in condizioni di sfruttamento, minacciando ritorsioni, o facendo malmenare da altri lavoratori, chi si ribellava. L’inchiesta è nata dalle denunce presentate nel corso del 2025 da due giovani lavoratori pakistani.
Negli ultimi quindici anni il lavoro irregolare in Trentino è aumentato, e molto. Lo confermano i dati contenuti nell’osservatorio pubblicato ogni anno dalla Fondazione Placido Rizzotto, che si occupa di lavoro nelle filiere agricole e agroalimentari: nel 2011 il Trentino-Alto Adige era la seconda regione italiana col minor tasso di irregolarità lavorativa in Italia, pari al 9 per cento (la prima era l’Emilia-Romagna, con l’8,6 per cento, quella col tasso più elevato la Calabria, col 29 per cento), e quella col minor tasso di irregolarità lavorativa in assoluto proprio nel settore agricolo (il 14 per cento circa).
Nell’ultimo rapporto pubblicato, del 2024, il tasso di irregolarità lavorativa era salito al 19 per cento (questo rapporto non conteneva i due dati distinti come quello del 2011).
Nel corso di questi anni in Trentino-Alto Adige sono nettamente aumentati i lavoratori stranieri: secondo Serena Piovesan, molti agricoltori hanno cominciato a cercarli anche perché i figli sceglievano altri lavori e si era interrotta «la catena di trasmissione familiare» delle aziende. Sempre secondo la Fondazione Placido Rizzotto, tra il 2008 e il 2015 i lavoratori stranieri nel settore agricolo sono raddoppiati.
È cambiata anche la provenienza dei lavoratori stranieri: prima erano soprattutto europei (prevalentemente polacchi, rumeni, cechi e poi albanesi), ora ci sono sempre più lavoratori africani (soprattutto nigeriani) o provenienti da paesi asiatici, soprattutto dal Pakistan. In moltissimi casi sono rifugiati o richiedenti asilo, con reti sociali molto più fragili, provenienti da molto più lontano e con scarsa conoscenza dell’italiano, a volte nulla.
Su questi lavoratori è più facile esercitare forme di sfruttamento. Secondo Juri Frapporti, segretario della FLAI CGIL del Trentino, molti di loro vengono da paesi in cui è considerato normale dovere qualcosa a qualcuno che ti trova un lavoro: e chi li sfrutta, che siano imprenditori stranieri o italiani, ne approfitta, facendo leva anche sul fatto che non parlino italiano e non conoscano i propri diritti.
C’entra anche il modo in cui funzionano le filiere in cui lavorano. In Trentino la raccolta della frutta dura solo poche settimane: per un lavoratore polacco o rumeno che ha libertà di circolazione nell’Unione Europea può essere un lavoro come un altro. Per chi arriva dal Pakistan o dalla Nigeria, invece, il contratto stagionale è spesso l’unico modo per ottenere un permesso di soggiorno e restare in Italia legalmente.



