La sinistra in Israele è quasi sparita
Lo spazio per le posizioni liberali e pacifiste si è ristretto sempre di più e la competizione oggi è tra la destra e la destra estrema
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Oggi nella politica israeliana la sinistra è quasi irrilevante, nonostante sia stata egemone per decenni: alle ultime elezioni parlamentari, nel 2022, l’unico partito di sinistra a entrare in parlamento elesse 4 deputati, su 120 complessivi. È un declino iniziato quasi due decenni fa, ma diventato più evidente ora, nonostante le proteste contro le derive antidemocratiche del governo di Benjamin Netanyahu e contro la gestione di alcuni aspetti della guerra nella Striscia di Gaza abbiano spesso unito la società civile progressista del paese.
Lo Stato di Israele fu fondato anche sull’impulso del cosiddetto «sionismo laburista», un movimento che univa ideali socialisti e collettivisti al progetto nazionalista di costruire uno Stato ebraico. Il movimento dei kibbutz, comunità agricole egalitarie, e lo sviluppo economico guidato dallo Stato erano punti importanti del progetto, che affiancava l’uguaglianza sociale alla costruzione di una nazione.
I Laburisti dominarono la politica israeliana fino al 1977, esprimendo tutti i primi ministri, e rimasero la principale forza di governo fino agli anni Novanta. Nel 2024 gli eredi dei Laburisti si unirono con un altro partito laico e di sinistra, Meretz, storicamente più a sinistra di loro. Insieme formarono i Democratici.
Alle elezioni di martedì 27 ottobre i Democratici fanno parte della coalizione che sostiene il generale Gadi Eisenkot contro l’alleanza di estrema destra di Netanyahu. Ma sono una piccola forza politica in una coalizione formata da quattro partiti e guidata da Yashar, di centrodestra (anche l’alleanza Beyachad, cioè Insieme, che è la seconda forza all’interno della coalizione, è di centrodestra).

Un cartellone elettorale dei Democratici, con Yair Golan e Benjamin Netanyahu: lo slogan dice «Dalla corruzione alla leadership» (AP Photo/Ariel Schalit)
In Israele la competizione politica non è più fra destra e sinistra, ma fra destra estrema e una destra con qualche sostegno altrove. La sinistra è ridotta nei numeri e ai margini del dibattito.
I motivi di questo declino vanno cercati nel cambiamento della società israeliana, che negli anni si è spostata molto a destra, nonché nella centralità che hanno assunto nel discorso politico alcuni temi come la sicurezza, l’identità nazionale e i rapporti con il mondo arabo.
Il progetto politico della sinistra israeliana sulla questione palestinese prevedeva un lento processo di pace e qualche concessione territoriale (come il ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza), in cambio di una distensione dei rapporti con la leadership palestinese. Nel medio-lungo termine questo avrebbe dovuto portare una maggiore sicurezza del territorio israeliano e meno attacchi e attentati compiuti dai gruppi armati palestinesi.
Il processo culminò negli accordi di Oslo del 1993, firmati dal primo ministro laburista Yitzhak Rabin e da Yasser Arafat, leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP). L’assassinio di Rabin, il fallimento dei successivi negoziati israelo-palestinesi e a partire dal 2000 l’inizio di una nuova rivolta di massa palestinese nota come seconda Intifada, che peraltro produsse diversi attentati contro i civili israeliani, misero definitivamente in crisi quel modello.
Per molti in Israele quegli anni furono la dimostrazione che le concessioni non potevano portare a pace e sicurezza. Netanyahu e la destra religiosa promuovevano – e promuovono tuttora – un modello opposto: impedire la formazione di uno stato indipendente palestinese e concentrare tutte le risorse sulla sicurezza interna.

A destra, Yitzhak Rabin a una convention del partito Laburista a Tel Aviv il 23 febbraio 1977 (AP Photo/Max Nash)
Negli ultimi due decenni le posizioni della sinistra sono diventate sempre più impopolari.
Oggi i Democratici concentrano il loro messaggio sulla difesa delle istituzioni democratiche e in particolare dell’apparato della giustizia, che Netanyahu vorrebbe riformare. Parlano di salvaguardia delle libertà civili e restano a favore della cosiddetta soluzione dei due stati, uno israeliano e uno palestinese, e contrari all’occupazione militare della Cisgiordania e all’ampliamento delle colonie israeliane.
Ma sono temi che il partito deve maneggiare con una certa cura, perché hanno sempre meno spazio nel dibattito pubblico israeliano. Mostrarsi critici con il governo su temi come la guerra a Gaza può inoltre provocare indignazione e critiche, come successe ai Democratici nel maggio del 2025.
In quell’occasione il leader dei Democratici, Yair Golan, commentò la ripresa della guerra israeliana nella Striscia di Gaza usando espressioni decise e dure, secondo gli standard del dibattito pubblico israeliano. Disse che Israele non aveva definito gli obiettivi strategici da raggiungere con la guerra, e questo era un problema, e parlò del rischio che il paese rimanesse isolato a livello internazionale, come era successo al Sudafrica durante il regime dell’apartheid: «Un paese sano non muove guerra contro i civili, non uccide i bambini per divertimento e non si pone l’obiettivo di espellere una popolazione» da un territorio.
Nonostante Golan avesse una certa reputazione, anche per essere stato vicecapo di stato maggiore dell’esercito israeliano e per essere intervenuto durante l’attacco del 7 ottobre per difendere diversi civili dalle violenze di Hamas, fu molto criticato per quelle frasi, anche dal campo progressista.
Le sue parole furono interpretate non come una critica al governo, ma come un più ampio attacco all’esercito e a tutti i soldati impegnati al fronte. L’opinione pubblica israeliana, che spesso è poco o per nulla informata degli eccessi delle operazioni militari, prese quelle denunce come accuse ingiustificate di deliberato sadismo. Golan in seguito provò a spiegarsi, ma quell’episodio gli costò parecchio e secondo molti rischia di pagarlo ancora oggi, in termini di voti alle elezioni di martedì.

Il leader dei Democratici Yair Golan, il 17 gennaio 2022 (AP Photo/Tsafrir Abayov)
Nel programma dei Democratici ci sono anche ampi riferimenti alla difesa e alla promozione dei diritti civili, a partire da quelli della comunità LGBTQ+. In Israele però queste posizioni non sono una prerogativa solo della sinistra, ma sono largamente condivise, a eccezione delle forze religiose. È difficile quindi che possano diventare un motivo centrale per spingere le persone a votare a sinistra.
Il programma progressista, laico e favorevole a una pacificazione trova sempre meno spazio nella politica israeliana, se non nelle città più grandi e multiculturali, come Tel Aviv e Haifa, che sono governate dai Democratici in collaborazione con liste civiche. Il sistema parlamentare israeliano garantisce però una certa influenza anche a partiti piccoli, se decisivi per ottenere una maggioranza: Golan e gli eredi dei Laburisti puntano a partire da lì per ricostruire un progetto di sinistra più ampio.



