Come i dazi di Trump stanno dividendo due città
A Detroit e Windsor, separate soltanto da un fiume, tutti ne avrebbero fatto volentieri a meno
di Laura Loguercio, da Detroit e Windsor
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(Laura Loguercio/il Post)
I canadesi vengono spesso descritti come persone educate e premurose, che si scusano per qualsiasi cosa anche quando non sarebbe davvero necessario. Da mesi nella città canadese di Windsor, sul confine con il Michigan e quindi con gli Stati Uniti, la situazione si è ribaltata. «Quasi sempre, quando un americano scopre che sei canadese la prima cosa che dice è: “Mi dispiace molto”», dice Drew Dilkens, sindaco di Windsor dal 2014. «Non devono nemmeno spiegare per cosa, lo sappiamo benissimo».
È una conseguenza dello sgretolamento delle relazioni con gli Stati Uniti, il paese con cui il Canada condivide il confine più lungo del mondo – quasi novemila chilometri – e col quale intrattiene da sempre profondissime relazioni economiche, culturali, sociali. Uno sgretolamento cercato e iniziato da Donald Trump e culminato nella guerra commerciale iniziata qualche settimana fa, che sta dividendo anche due città vicinissime e intrecciate come Detroit e Windsor, una negli Stati Uniti e una in Canada, che si affacciano sulle sponde opposte del fiume Detroit.
Il viaggio tra le due città dura meno di dieci minuti. Si percorre in macchina un ponte o un tunnel, e alla fine si fa un rapido controllo dei documenti. Windsor ha circa 230mila abitanti, Detroit ne ha 650mila: «È il nostro giardino, con i ristoranti, gli eventi sportivi, l’intrattenimento, i concerti e lo shopping», dice Dilkens. O almeno lo era, perché da quando Trump ha iniziato a minacciare di annettere il Canada e a imporre dazi altissimi sulle merci importate, molti canadesi hanno smesso di andarci.
Nel suo secondo mandato, Trump ha iniziato proprio dai paesi più vicini agli Stati Uniti: all’inizio del 2025 impose dazi altissimi contro il Messico e il Canada, accusandoli di non fare abbastanza per fermare gli immigrati e la circolazione del fentanyl, uno degli antidolorifici alla base della crisi degli oppioidi nel Nord America. Contro il Canada ha sempre usato una retorica ostile, definendolo più volte il «51esimo stato americano», chiamando il primo ministro «governatore» e pubblicando sui suoi social delle mappe con la bandiera statunitense disegnata sul paese (e su altri, come il Messico e l’Islanda).
A differenza di molti altri leader internazionali, però, il primo ministro canadese Mark Carney non ha ceduto alle minacce e ha risposto con gli stessi mezzi. A fine marzo del 2025 disse che il «vecchio rapporto» tra Stati Uniti e Canada, basato sulla cooperazione economica e militare, «è finito».
Oggi gli Stati Uniti applicano sulle merci canadesi dazi tra il 15 e il 50 per cento, in base al tipo di prodotti, contestando peraltro gli accordi commerciali precedentemente in vigore, negoziati e firmati dallo stesso Donald Trump nel suo primo mandato. A fine agosto, dopo settimane di negoziati inconcludenti, il Canada ha imposto a sua volta dazi fino al 50 per cento su alcuni beni importati dagli Stati Uniti.

Il Gordie Howe International Bridge tra Windsor e Detroit (Laura Loguercio/il Post)
Il corridoio commerciale tra Detroit e Windsor è il più trafficato tra Stati Uniti e Canada: da lì passa il 30 per cento del commercio su gomma, che corrisponde a merci per l’equivalente di 173 milioni di euro al giorno. Tutte le aziende, sia canadesi che statunitensi, stanno risentendo dei dazi e dell’incertezza causata dai continui annunci e capricci di Trump.
È un problema per il settore automobilistico, per esempio, che è fondamentale per Windsor ma soprattutto per Detroit e per tutto il Michigan. Lì all’inizio del Novecento furono fondate aziende come Ford, Chrysler e General Motors, che nonostante le crisi e le profonde trasformazioni dei decenni successivi sono ancora i principali datori di lavoro della zona. I dazi statunitensi sulle auto canadesi e su alcuni loro componenti sono del 25 per cento, ma Trump ha detto che li aumenterà al 50 per cento entro il 2027. Sarebbe disastroso per tutta la filiera, e per le relazioni tra due città che sono cresciute insieme anche attorno a quest’industria.

Detroit (Michigan) vista da Windsor (Ontario, Canada) (Laura Loguercio/il Post)
L’industria dell’auto lavora in simbiosi tra Detroit e Windsor: componenti fatti in Michigan vengono assemblati in Canada e viceversa, e passano il confine in media sei volte prima che il veicolo sia pronto. I dazi complicano questa catena produttiva e rendono tutto più costoso. «Molte aziende sono in una situazione difficile, che sta costando loro milioni di dollari a settimana», dice Glenn Stevens, direttore di MichAuto, l’associazione che rappresenta l’industria automobilistica in Michigan. «I rapporti commerciali sono sempre più logori e non stanno andando nella giusta direzione».
I dazi contro il Canada sono entrati anche nella campagna elettorale per le elezioni di metà mandato del 3 novembre, che in Michigan è particolarmente intensa. Sono una delle poche cose su cui il candidato Repubblicano al Senato Mike Rogers e quello Democratico Abdul El-Sayed vanno d’accordo: entrambi li criticano e sostengono che dovrebbero essere eliminati, perché stanno danneggiando le aziende del Michigan. È una posizione scontata per El-Sayed ma anomala per Rogers, che ha ricevuto il sostegno di Trump e pubblicizza la sua vicinanza al presidente. Sostenere i dazi, però, gli farebbe perdere voti: la sua posizione fa capire bene quanto le misure del governo federale siano impopolari nella zona che più le subisce.
Uno spot elettorale in cui Rogers dice: «Qui in Michigan, sappiamo che il Canada non è un nostro nemico»
Il legame tra Detroit e Windsor è fatto anche di persone. Ogni giorno in migliaia attraversano il confine per andare a lavorare dall’altra parte, o per turismo: «Non siamo solo partner commerciali, siamo amici e vicini», dice Stevens; è un sentimento condiviso da tutte le persone con cui ha parlato il Post. La guerra commerciale però ha sollevato tra i canadesi un sentimento di ostilità verso gli Stati Uniti, e il modo più concreto per esprimerlo è smettere di spendere soldi in prodotti o servizi americani.
Nell’area metropolitana di Detroit i turisti dal Canada sono diminuiti del 30 per cento da marzo del 2025, dice Brett McWethy, direttore della Comunicazione per Visit Detroit, un’organizzazione indipendente che promuove il turismo nella città. L’agenzia ha anche smesso di fare annunci pubblicitari rivolti al Canada, perché teme che non sarebbero più accolti positivamente. «Non siamo arrabbiati con i canadesi perché loro sono arrabbiati con noi. Capiamo la loro frustrazione», dice McWethy. «Quando saranno pronti a tornare a visitarci, li accoglieremo a braccia aperte».

Windsor, Canada (Laura Loguercio/il Post)
Adriano Ciotoli ha un locale per eventi e organizza attività turistiche a Windsor con la sua società WindsorEats. Per otto anni ha organizzato tour settimanali per portare i turisti canadesi nei bar di Detroit. Erano sempre pieni e portavano all’azienda più di 6mila euro al mese di entrate. Dall’inizio del 2025, dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, Ciotoli ha interrotto il servizio: «Non ce la sentivamo più», dice. C’erano anche difficoltà pratiche, per esempio i controlli sul confine stavano diventando più lunghi e rendevano difficile rispettare i tempi della visita. Anche Ciotoli è tra i molti abitanti di Windsor che andavano spesso a Detroit, ma non ci torna da mesi: «È come se qualcuno avesse messo un muro in città dicendo che non si può più andare dall’altra parte».
Windsor e Detroit sono collegate da due tunnel, uno stradale e uno ferroviario, e da due ponti. Uno, il Gordie Howe International Bridge, è stato inaugurato a luglio: ha sei corsie ed è attraversabile in auto, a piedi e in bicicletta. Ha una struttura scenografica con una serie di enormi cavi bianchi che seguono tutto il percorso. Canada e Stati Uniti discutevano del progetto da più di 25 anni, ma per una serie di ritardi e incomprensioni il ponte ha aperto proprio ora, nel momento peggiore per le loro relazioni. È di proprietà del Canada e dello stato del Michigan, ma le spese di costruzione, pari all’equivalente di circa 4 miliardi di euro, sono state pagate interamente dal Canada: lo ripagherà con i pedaggi, ci vorranno decenni.
Grazie al nuovo ponte, comunque, è la prima volta in quasi trent’anni che il confine tra le due città – e tra i due paesi – è attraversabile a piedi. In Canada l’apertura del ponte ha sollevato molto interesse: tanti vogliono percorrerlo anche solo per vedere com’è. «Dato che molte persone non vogliono spendere soldi negli Stati Uniti lo attraversano, arrivano alla dogana e poi tornano indietro», dice il sindaco Dilkens. Un negozio vicino al confine ha anche creato una linea di prodotti dedicata al ponte con magliette, calamite, felpe e cappellini. La proprietaria dice che sta vendendo bene.

Windsor, Canada (Laura Loguercio/il Post)
Secondo Dilkens, ci vorrà del tempo prima che le cose tra Windsor e Detroit – e quindi anche tra Canada e Stati Uniti – tornino alla normalità. «Per molti canadesi non succederà quando Trump se ne andrà», cioè quando terminerà il secondo e ultimo mandato, all’inizio del 2029. «Servirà un periodo di riconciliazione da parte degli americani, dato che le azioni del loro presidente sono state gratuite, ingiustificate e ingiuste».



