Il candidato che sta dividendo il Michigan
Abdul El-Sayed sta provando a vincere un seggio cruciale per le elezioni di metà mandato, in una campagna dura, estenuante e molto personale
di Laura Loguercio, dal Michigan
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Il candidato del Partito Democratico statunitense per il Senato in Michigan, Abdul El-Sayed, inizia tutti i suoi comizi con la stessa frase: «Mi sono candidato perché il mio nome è perfetto per fare politica negli Stati Uniti». È una battuta ma è anche una rivendicazione, perché El-Sayed è impegnato in una delle campagne elettorali più dure, divisive ed emblematiche di queste elezioni di metà mandato, anche sul piano personale.
El-Sayed ha 41 anni, è musulmano ed è emerso negli scorsi mesi contestando innanzitutto le scelte e l’establishment del Partito Democratico, accusato di essere pavido, incapace di rispondere ai bisogni delle persone e non abbastanza radicale, anche se El-Sayed rifiuta l’etichetta di socialista. La sua campagna ha generato grande entusiasmo, soprattutto nelle città e tra i giovani, e lo ha portato a vincere le primarie per un soffio e tra grandi polemiche e divisioni dentro il Partito Democratico.
Oggi che è il candidato del partito in uno stato in bilico, dove Donald Trump ha vinto sia nel 2016 che nel 2024, la sua candidatura è diventata ancora più importante. Il risultato di El-Sayed dirà qualcosa sulla capacità del Partito Democratico di compattarsi dopo un’elezione primaria molto dura, e soprattutto un’eventuale vittoria dimostrerebbe la possibilità di una candidatura come la sua di vincere anche in luoghi molto diversi da quelli in cui vanno forte normalmente i candidati più radicali, innanzitutto molto urbani e progressisti.
Quella in Michigan, poi, è un’elezione eccezionale anche per il suo peso nazionale. Alle elezioni di metà mandato si rinnovano tutti i 435 seggi della Camera statunitense e un terzo di quelli del Senato, 33. Per riprendersi la maggioranza al Senato, i Democratici devono confermare tutti i seggi attuali e vincerne quattro oggi occupati da Repubblicani. In Michigan però il senatore uscente è un Democratico che ha scelto di non ricandidarsi: perdere lì vorrebbe dire fare un passo indietro e complicare le speranze di rimonta (a quel punto i seggi da strappare ai Repubblicani diventerebbero cinque).
I sondaggi danno El-Sayed in vantaggio contro il candidato dei Repubblicani, Mike Rogers, ma quasi sempre entro il margine d’errore. Fino alla fine di agosto, El-Sayed era persino indietro: in un clima nazionale apparentemente molto favorevole ai Democratici, al punto da pensare di vincere anche in luoghi come il Texas, il Kansas o l’Iowa, in Michigan la situazione fin qui è stata molto equilibrata. La campagna è estenuante e pervasiva: si vede nei continui spot televisivi, sui cartelloni in autostrada, sui social, nelle caselle di posta e anche sulla porta di casa, con migliaia di volontari che bussano ogni giorno per convincere quante più persone possibili a votare.

Un cartello della campagna di Abdul El-Sayed a Dearborn, Detroit (Laura Loguercio/il Post)
Abdul El-Sayed è nato in Michigan e il suo nome completo è Abdulrahman. I suoi genitori, egiziani, lo semplificarono quando iniziò l’asilo per renderlo più familiare agli statunitensi. Per il secondo figlio scelsero apposta un nome semplice, senza sapere in che guaio si stavano mettendo: Osama.
El-Sayed è laureato in Medicina alla Columbia University di New York e ha un dottorato in Sanità pubblica conseguito a Oxford, ma non ha mai fatto la specializzazione e non può esercitare la professione di medico. Se venisse eletto, diventerebbe il primo senatore musulmano nella storia degli Stati Uniti. Riassume le sue posizioni in uno slogan che scandisce insieme al pubblico in ogni suo comizio: “Money out of politics; Money in your pockets; Medicare for all”. Tradotto: Fuori i soldi dalla politica, mettiamo i soldi nelle vostre tasche, Medicare per tutti, cioè l’estensione della copertura delle spese sanitarie di cui godono i pensionati – il programma Medicare, appunto – all’intera popolazione.
“Medicare for all” è una proposta-bandiera della corrente di sinistra del Partito Democratico da una decina di anni, e una delle più discusse. Tutto il partito condivide l’obiettivo di estendere la copertura sanitaria e correggere le molte storture del modello basato su assicurazioni private complicate e costose, ma la proposta della sinistra passa per un unico piano pubblico e quindi la fine delle assicurazioni, comprese quelle offerte dai datori di lavoro con cui oggi è coperta più o meno metà degli statunitensi. Andrebbe finanziata con un grosso aumento delle tasse e porterebbe plausibilmente a lunghe liste d’attesa.
Per questo, il resto del partito preferirebbe arrivare alla copertura universale per gradi e cominciare con la cosiddetta public option: un’assicurazione pubblica a cui chiunque possa iscriversi, equa e senza scopo di lucro, che faccia concorrenza a quelle private. Secondo i sondaggi il “Medicare for all” piace alle persone, ma il sostegno cambia a seconda di come viene presentata la proposta: quando agli intervistati si spiega che comporterebbe la fine delle assicurazioni private, o che potrebbe allungare i tempi d’attesa, i favorevoli scendono molto.
El-Sayed è stato per anni direttore dei dipartimenti sanitari della città di Detroit e della contea di Wayne. È molto a suo agio quando parla dei malfunzionamenti del sistema sanitario statunitense, e i suoi argomenti risultano ancora più efficaci alla luce della crescente preoccupazione degli statunitensi per l’aumento del costo della vita: molte persone ai comizi dicono che lo voteranno soprattutto perché vorrebbero che l’assistenza medica fosse garantita a tutti a prezzi accessibili.

Un cartellone con lo slogan “Fuori i soldi dalla politica, mettiamo i soldi nelle vostre tasche; Medicare per tutti” nella sede del Partito Democratico della contea di Kent, Michigan (Laura Loguercio/il Post)
El-Sayed fa moltissimi comizi, che sono sempre pieni anche nelle zone più conservatrici dello stato, e usa sui social una comunicazione che vuole essere spigliata e alla mano – balletti compresi – anche se lui è molto più spesso accigliato che sorridente. Parla in pubblico e risponde alle critiche in modo sfacciato e spavaldo, cercando un approccio conflittuale. Molti dei suoi sostenitori dicono di vedere in lui un volto nuovo, in un momento di generale disaffezione per la politica e delusione verso la leadership di entrambi i partiti.
Jim Frank, il presidente del Partito Democratico nella contea di St. Clair, che vota di solito per i Repubblicani, dice di non aver mai visto «così tanto entusiasmo» per un candidato. Altri paragonano la campagna di El-Sayed a quelle del senatore Bernie Sanders per le primarie del Partito Democratico del 2016 e del 2020, soprattutto per l’esaltazione degli elettori più giovani, bianchi e progressisti; tutti sperano che vada a finire diversamente, visto che Sanders perse le primarie entrambe le volte e nel 2020 perse anche in Michigan.
«Le persone sono stanche di vedere Donald Trump in primo piano, vogliono un cambiamento», dice William Walker, uno studente della Central Michigan University di Mount Pleasant, una città universitaria e progressista che si trova circa due ore a nord di Detroit, in una contea dove Trump ha vinto per tre volte di fila. A metà ottobre El-Sayed ha fatto lì un comizio, ottenendo il consueto successo di pubblico. Ad ascoltare c’era anche Starla Walter, che dice di aver votato per i Repubblicani fino al 2016. Quando le si chiede cosa è cambiato, risponde con una sola parola: «Trump». Al comizio di El-Sayed era in prima fila insieme alla madre, di 91 anni, anche lei Repubblicana per decenni e che ora vota per i Democratici.
El-Sayed sta andando bene soprattutto tra gli elettori più giovani, ma sta faticando tra gli afroamericani, che rappresentano circa il 14 per cento della popolazione in Michigan, quindi una grossa fetta, e votano in maggioranza per il Partito Democratico. Alle primarie di agosto, nelle cinque più grandi città dello stato a maggioranza nera El-Sayed aveva perso, e anche male: aveva preso la metà dei voti della sua sfidante Haley Stevens.
Questo scetticismo era stato letto in parte come inevitabile conseguenza delle idee delle persone afroamericane, che sono generalmente più conservatrici e rappresentano una forza “moderatrice” nel Partito Democratico, ma anche di radicate antipatie e distanze negli Stati Uniti fra la comunità afroamericana e quella arabo-mediorientale. Per provare a rimediare, a settembre El-Sayed ha presentato una serie di proposte indirizzate alle persone nere, e la sua campagna sta organizzando vari incontri e iniziative per guadagnare consensi tra gli afroamericani.

Starla Walter e la madre in prima fila a un comizio di Abdul El-Sayed alla Central Michigan University di Mount Pleasant, Michigan (Laura Loguercio/il Post)

Abdul El-Sayed a un comizio alla Central Michigan University di Mount Pleasant, Michigan (Laura Loguercio/il Post)
L’avversario di El-Sayed non potrebbe essere più diverso da lui. Mike Rogers è bianco, ha 63 anni, è un ex agente dell’FBI che fa politica da decenni e appartiene all’establishment del Partito Repubblicano, quindi ai grandi sostenitori di Trump. Evidenzia su tutti i suoi profili social il sostegno ricevuto da Trump e intorno alla sua candidatura oggi non emerge lo stesso trasporto di El-Sayed.
Brian Szmytke, analista politico e responsabile finanziario del Partito Repubblicano nella contea di Oakland, in Michigan, lo spiega sostenendo che i due elettorati hanno modi diversi di esprimere il loro sostegno. «I Democratici sono sempre molto energici, ma i Repubblicani hanno un lavoro, hanno cose da fare durante la giornata, devono portare a casa i soldi per mantenere le proprie famiglie», dice. «Il loro sostegno si vede quando serve, sulle schede elettorali». La contea di Oakland è una delle più ricche e bianche dell’area metropolitana di Detroit, e da trent’anni lì vincono i Democratici.

Cartelloni e gadget nella sede del Partito Repubblicano della contea di Oakland, Michigan (Laura Loguercio/il Post)
Rogers ha attaccato da subito El-Sayed presentandolo come un candidato estremista, radicale e pericoloso, citando il suo nome in modo dispregiativo. Non potendosi liberare del suo nome, El-Sayed ha deciso di appropriarsene e rivendicarlo, e pazienza se nei suoi primi spot era addirittura Sanders a dire «non fate caso a come si chiama»: tutti i volontari e i membri della sua campagna oggi lo chiamano Abdul, e il suo nome ha grande evidenza sui manifesti e sui gadget elettorali. A un certo punto Trump lo ha chiamato con il suo secondo nome, Mohammed, in un post su Truth. Nello stesso spirito, El-Sayed ha detto che Mohammed è «un bellissimo nome».
Gli attacchi, gli insulti e le insinuazioni personali sono continui, in questa campagna, e si è visto molto nel dibattito televisivo di inizio ottobre tra Rogers ed El-Sayed: un confronto fatto di interruzioni, repliche non previste, sovrapposizioni e accuse fuori tema. Il giornalista politico locale che moderava il confronto ha detto che El-Sayed e Rogers hanno continuato a discutere anche durante la pubblicità, aggiungendo di non aver mai «visto una cosa del genere in trent’anni di dibattiti».
A un certo punto parlando delle Flock, le telecamere stradali che leggono le targhe delle auto, registrano i loro spostamenti e mettono i dati a disposizione delle forze dell’ordine, Rogers ha detto che sono utili anche per individuare persone sospettate di avere legami con gruppi terroristici. «È un problema per te? Beh, se qualcuno della tua famiglia fosse sotto osservazione…», ha chiesto allora a El-Sayed, alludendo alle accuse di amicizie estremiste rivolte negli scorsi mesi alla sorella e al padre di El-Sayed. Lui l’ha invitato a esplicitare quelle accuse: «Dillo e basta, ci stai girando intorno da tutta la sera».
I volontari per El-Sayed sostengono che i Repubblicani si concentrino sulla sua religione, sulle origini o sul nome perché non hanno altri elementi per criticarlo. Qualcuno però teme che funzioni. «È la stessa cosa che fa Trump», dice Kym Combs, volontaria per il Partito Democratico nella contea di Kent, nella parte occidentale del Michigan. El-Sayed intanto presenta Rogers come un politico senza scrupoli e disinteressato ad aiutare gli abitanti del Michigan; e cerca anche di associarlo a Trump, che è sempre più impopolare anche a causa dell’aumento del costo dell’energia.
Nelle ultime settimane Rogers ha preso timidamente le distanze da Trump su alcuni temi: ha detto per esempio che la guerra in Medio Oriente deve «finire presto» e ha definito «probabilmente inappropriate» le operazioni violente dell’ICE, l’agenzia federale anti-immigrazione, fatte in Minnesota a gennaio. Ha anche detto che i dazi contro il Canada, che confina con il Michigan, dovrebbero essere rimossi: è forse l’unica cosa su cui lui ed El-Sayed si sono detti d’accordo.
Il legame di Rogers con Trump rimane però fortissimo: «Trump ha vinto in Michigan nel 2024, e uno degli obiettivi della campagna di Rogers è motivare gli elettori che vanno ai seggi solo quando si vota per il presidente. Il suo appoggio conta molto qui», dice Szmytke, il responsabile finanziario dei Repubblicani a Oakland. Trump è andato in Michigan a luglio e dice che tornerà presto.
Intanto il 24 ottobre Barack Obama andrà a Detroit per fare campagna con El-Sayed, un fatto notevole per entrambi: per Obama, perché farà pochissimi comizi dal vivo da qui alle elezioni di metà mandato; per El-Sayed, perché negli scorsi anni aveva criticato molto la presidenza Obama. Anche il senatore Bernie Sanders e la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, i più noti esponenti della corrente di sinistra dei Democratici, faranno varie tappe in Michigan insieme a El-Sayed. La sua vittoria è fondamentale: senza quel seggio, togliere la maggioranza ai Repubblicani al Senato diventerebbe ancora più difficile.



