L’uso di soldati per l’ordine pubblico nelle città è un’anomalia italiana

Concretamente non possono fare granché, ma il governo ne schiererà 500 in più a Milano: c'entra molto la scelta del prossimo candidato sindaco

Un soldato impiegato nell'operazione "Strade sicure" in piazza Duomo a Milano, il 22 marzo 2024 (Alessandro Cimma/LaPresse)
Un soldato impiegato nell'operazione "Strade sicure" in piazza Duomo a Milano, il 22 marzo 2024 (Alessandro Cimma/LaPresse)
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Dopo i disordini avvenuti in alcune città nel fine settimana, il governo di Giorgia Meloni ha deciso di adottare nuove misure per affrontare e reprimere le manifestazioni violente. Oltre a nuove norme per aumentare le pene e dare maggiori poteri alle forze di polizia, il governo ha annunciato che impiegherà, nella sola città di Milano, altri 500 soldati dell’esercito.

Il governo aveva detto di voler attribuire a questi soldati funzioni simili a quelle delle forze di polizia, e quindi per esempio il potere di fare arresti in flagranza di reato, ma su questa possibilità ha messo il veto la presidenza della Repubblica e alla fine non è stata introdotta. In questo modo i poteri dei 500 militari resteranno limitati.

In Italia sono già 6.000 i soldati impiegati a vario titolo nell’operazione chiamata “Strade sicure”, che consiste nel presidio fisso di obiettivi potenzialmente sensibili (sedi di istituzioni, ambasciate, edifici religiosi); altri 800 sono invece impegnati nell’operazione “Stazioni sicure”, a presidio delle banchine delle stazioni ferroviarie. Gli ulteriori 500 impiegati a Milano porterebbero dunque il numero totale di uomini e donne delle forze armate impiegati per la pubblica sicurezza a 7.300.

Sono numeri del tutto inusuali per i paesi occidentali. In quasi nessuno dei principali paesi europei, e di quelli del G7, si impiegano soldati per il controllo dell’ordine pubblico e per il presidio ordinario del territorio.

Fa eccezione la Francia, che dal gennaio del 2015, in risposta al periodo di attentati e di stragi di matrice jihadista a Parigi, ha messo in atto l’Operazione Sentinella, per certi versi analoga a “Strade sicure”: lì i soldati coinvolti sono nel complesso 10.000, di cui però solo 3.000 effettivamente impiegati in modo stabile (soprattutto nell’area di Parigi). Ce ne sono poi altri impiegabili in caso di necessità (fino a 4.000) e massima emergenza (altri 3.000).

Altri paesi prevedono la possibilità di ricorrere all’impiego dei soldati per l’ordine pubblico, ma solo in casi eccezionali e per brevissimi periodi.

Sempre dal 2015, sempre a seguito degli attentati a Parigi, il Regno Unito ha attivato la cosiddetta Operation Temperer, che consente di impiegare fino a 5.000 militari di esercito, marina e aeronautica in caso di emergenza nazionale: in base alle informazioni note vi si è ricorso due sole volte, nel maggio del 2017, dopo l’attentato islamista durante il concerto di Ariana Grande a Manchester, in cui erano state uccise 22 persone e un migliaio erano state ferite, e a settembre dello stesso anno per un attentato a Londra.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla stazione Rogoredo di Milano dopo la consegna di un mezzo blindato ai Carabinieri in presidio, il 6 febbraio 2026 (Filippo Attili/LaPresse)

In effetti anche in Italia l’impiego di soldati per funzioni di pubblica sicurezza era nato con un orizzonte temporaneo ben circoscritto. “Strade sicure” fu introdotta nel 2008 dal governo di Silvio Berlusconi, su iniziativa dell’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni e di quello della Difesa Ignazio La Russa. L’obiettivo non dichiarato esplicitamente, ma chiaro sia ai parlamentari di destra sia a quelli di sinistra, era di sopperire alle carenze di organico che iniziavano a farsi sentire nella Polizia di Stato.

Le ristrettezze di bilancio legate alla crisi economica avevano indotto il governo a bloccare le nuove assunzioni nella pubblica amministrazione: tra il 2008 e il 2012 i dipendenti della Polizia passarono da circa 100mila a 93mila. Poterli sostituire, almeno in parte, con soldati dell’esercito era dunque un’alternativa economica e di facile presa sugli elettori di centrodestra.

“Strade sicure” nacque dunque con l’idea che sarebbe dovuta durare sei mesi, rinnovabile una sola volta, per impiegare non più di 3.000 soldati «per specifiche e straordinarie esigenze». Non fu così, anche perché diventò difficile tornare indietro, anche per i governi di centrosinistra. Da una parte per motivi economici: il ministero dell’Interno, da cui dipende la Polizia, risparmia non poco se vengono impiegati soldati dell’Esercito, che dipendono dal ministero della Difesa e che verrebbero comunque pagati. Dall’altra per motivi elettorali, perché uno smantellamento totale o parziale di “Strade sicure” è sempre stato percepito come un disimpegno rispetto alle necessità di garantire la sicurezza nelle città.

Anzi, l’operazione è continuata ed è diventata sempre più possente nel corso degli anni. Da circa 3.000 soldati per sei mesi si arrivò a rendere stabile l’impiego di un numero di uomini e donne delle forze armate molto più ampio: fino a 8.000. Nel 2022 Lorenzo Guerini, ministro della Difesa del PD nel governo di Mario Draghi, decise di ridimensionare l’operazione, riducendo il numero di soldati coinvolti a 5.000, con un piano che prevedeva un’ulteriore progressiva riduzione di personale, fino allo smantellamento definitivo.

Guido Crosetto, suo successore nel governo Meloni, nel 2023 decise di rinforzare “Strade sicure”, riportando i soldati impiegati a 6.000, e questo nonostante abbia sempre detto di essere scettico sull’effettiva utilità di questa operazione. Sempre nel 2023 vennero aggiunti gli 800 soldati di “Stazioni sicure”.

Affidare all’esercito il presidio ordinario delle città – cioè quello che avrebbe voluto fare il governo coi 500 soldati mandati a Milano – è un’abitudine in voga nei paesi sudamericani, dove però i problemi di sicurezza sono ben altra cosa, oppure in regimi dispotici o sistemi non pienamente democratici. Nei paesi occidentali è consolidata la prassi di distinguere tra i militari in senso stretto, cioè i soldati delle forze armate, e gli agenti di pubblica sicurezza o forze dell’ordine: hanno ordinamenti, prerogative e funzioni differenti.

In Italia questa distinzione è diventata netta a partire dal 1981, quando una riforma promossa tra gli altri dall’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni avviò la smilitarizzazione della Polizia, che divenne una forza di pubblica sicurezza civile, con un proprio ordinamento specifico, le sue professionalità e le sue specializzazioni particolari, con competenze specifiche. Sono tutte cose di cui la Polizia va generalmente molto fiera, perché questo statuto la distingue dai Carabinieri e dagli altri corpi di polizia giudiziaria, tutti di ordinamento militare. Per questo i sindacati di polizia erano contrari a dare poteri di polizia ai soldati.

In questa distinzione c’è uno degli aspetti più critici dell’impiego di soldati nelle operazioni ordinarie di pubblica sicurezza. I militari di “Strade sicure” sono equiparati ad agenti di pubblica sicurezza: possono quindi vigilare sugli obiettivi sensibili, controllare il territorio, identificare le persone o fare perquisizioni immediate solo di fronte a un rischio concreto per l’incolumità pubblica.

Non possono svolgere, invece, le funzioni attribuite agli agenti e agli ufficiali di polizia giudiziaria (cioè, in sostanza, tutti gli altri corpi di pubblica sicurezza come Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza): non possono quindi fare indagini, raccogliere prove, redigere verbali per trasmettere informazioni direttamente all’autorità giudiziaria, arrestare persone colte in flagranza di reato.

Tutte queste funzioni sono quindi precluse ai soldati impiegati in “Strade sicure”, che possono limitarsi al massimo ad accompagnare gli agenti di polizia che devono svolgerle. Se, per esempio, durante una manifestazione c’è un tafferuglio, un militare non può intervenire per chiedere i documenti a chi è coinvolto negli scontri, a meno che non sia chiaro chi stesse commettendo un reato. Non può arrestare i presunti colpevoli, né può fermare dei manifestanti sospettati di voler raggiungere una piazza dove sono in corso violenze e identificarli. Tutte queste cose possono farle solo gli agenti e gli ufficiali di polizia giudiziaria.

Per questo lunedì sera Crosetto era stato costretto a fornire pubblicamente dei chiarimenti. Notoriamente contrario, almeno sul piano personale, all’impiego di militari per operazioni di ordine pubblico, il ministro della Difesa aveva scritto sui social che «è facile annunciare militari in più senza nemmeno affrontare il problema di cosa dovranno fare e come potranno farlo». Aveva anche detto che era necessario che il Consiglio dei ministri desse ai soldati la possibilità di «agire come le forze di polizia», cosa che poi è successa solo in parte.

In ogni caso era un chiaro riferimento polemico alla Lega di Matteo Salvini, che da settimane incalza gli alleati di governo affinché venga potenziata ed estesa “Strade sicure”. Crosetto aveva anche precisato: «Ringrazio il Sottosegretario Perego che da alcuni giorni sta lavorando con gli uffici legislativi del Ministero per consentire di poter aumentare i militari a supporto delle forze di polizia a Milano».

Era un passaggio apparentemente tecnico, ma in realtà molto politico. Matteo Perego, sottosegretario alla Difesa e deputato di Forza Italia, è da settimane indicato come uno dei possibili candidati del centrodestra a sindaco di Milano: lo ha proposto il leader di Forza Italia Antonio Tajani su sollecitazione dello stesso Crosetto, che è di Fratelli d’Italia (il partito è favorevole alla candidatura di Perego). La Lega ha opposto a questa candidatura quella della sua europarlamentare Silvia Sardone, che è stata particolarmente perentoria nel chiedere un uso più massiccio di militari nelle strade di Milano.

Impiegare 500 soldati a Milano è insomma una scelta dettata almeno in parte da logiche propagandistiche, e la critica alla Lega affiancata all’elogio di Perego aveva un chiaro intento politico.