Il governo è indietro sulla legge di bilancio
I partiti stanno ancora discutendo su cosa inserire e non sanno quanti soldi avranno a disposizione, se pochi o pochissimi
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Martedì sera il Consiglio dei ministri ha approvato il Documento Programmatico di Bilancio (DPB), un passaggio fondamentale per arrivare al disegno di legge di bilancio vero e proprio, cioè quel provvedimento che stabilirà le entrate e le spese dello Stato per il prossimo anno e che deve essere approvato dal parlamento entro il 31 dicembre. Di solito in questa occasione si comincia a conoscere qualche dettaglio in più sulle misure, che riguardano moltissime persone: parliamo di riduzioni o aumenti di tasse, di nuove spese o tagli, eccetera.
Ma anche quest’anno il governo di Giorgia Meloni è arrivato molto a ridosso delle scadenze nella scelta di cosa inserire nella legge di bilancio, detta anche manovra finanziaria, o solo “manovra”. Quindi di fatto non ci sono dettagli, si sa solo che ci saranno pochi soldi da spendere.
Il DPB di solito viene approvato insieme al disegno di legge di bilancio. Sono due documenti complementari: il DPB è il riepilogo da mandare alla Commissione europea con i numeri e i saldi della legge di bilancio, e il disegno di legge contiene il dettaglio delle misure. Per il secondo anno di fila a questo punto di ottobre il disegno di legge di bilancio non è ancora stato approvato, perché non è pronto e perché i partiti al governo stanno discutendo su cosa metterci.
Un episodio in particolare dà l’idea della frenesia dei lavori e di un certo pressappochismo generale. Martedì pomeriggio un primo ordine del giorno del Consiglio dei ministri indicava che all’esame ci sarebbe stato anche il disegno di legge, cosa che è stata poi smentita qualche ora dopo con un nuovo ordine del giorno e una comunicazione del governo che diceva che c’era stato un errore. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva già detto solo qualche ora prima in parlamento che il disegno di legge quest’anno sarebbe arrivato con diverse settimane di ritardo
Ci sono comunque delle scadenze da rispettare. Il DPB deve essere mandato alla Commissione europea entro il 15 ottobre di ogni anno, mentre la legge di bilancio può aspettare fino al 20 ottobre per essere presentata in parlamento, che la deve discutere e approvare entro il 31 dicembre.
Ci sono scarse informazioni anche sullo stesso DPB, che aiuterebbe a farsi un’idea dell’entità della manovra (dalle indiscrezioni uscite nei giorni scorsi dovrebbe valere un terzo rispetto a quella dell’anno scorso, tra i 7 e gli 8 miliardi di euro): come ogni anno il DPB ancora non è stato pubblicato nonostante l’approvazione. Nemmeno il comunicato stampa del Consiglio dei ministri arrivato nella notte dà informazioni nuove e significative.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, con a sinistra il ministro degli Esteri Antonio Tajani e a destra il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, alla Camera ad aprile (Roberto Monaldo/LaPresse)
Il governo si è incartato su due cose. La prima riguarda come verranno spesi i soldi della cosiddetta “clausola di salvaguardia nazionale” (o NEC, National Escape Clause): è uno strumento messo a disposizione dall’Unione Europea affinché i singoli Stati membri possano indebitarsi in maniera straordinaria, fino all’1,5 per cento del proprio Prodotto Interno Lordo (PIL), per finanziare misure strutturali sull’energia e sulla difesa tra il 2025 e il 2028.
Il governo italiano potrà così spendere circa 28,8 miliardi di euro in più nei prossimi due anni, in deficit, cioè, detta semplice, facendo debito pubblico. Al 2027 ne sono destinati la metà, 14,4 miliardi, ripartiti equamente tra energia e difesa.
La condizione per ottenere la possibilità di fare questo deficit aggiuntivo è di destinare i soldi a investimenti in difesa ed energia: il governo vorrebbe però usarlo anche per spese ordinarie, per esempio per finanziare alcune misure per ridurre il costo delle bollette o per tagliare le accise sui carburanti. Sono misure legate alla crisi energetica ma non sono investimenti. Il governo sta negoziando con la Commissione europea la possibilità di derogare in parte a questi vincoli: la risposta non arriverà prima dell’inizio di novembre, insieme all’approvazione definitiva della possibilità per l’Italia di accedere alla clausola.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con Giorgia Meloni a Roma, nel 2025 (AP Photo/Gregorio Borgia)
La seconda cosa che sta rallentando i lavori è un’ulteriore richiesta alla Commissione europea per una maggiore flessibilità sulle regole europee sui conti pubblici. Questa flessibilità riguarda due criteri.
Il primo è il criterio della spesa netta, di fatto il parametro più importante con cui la Commissione valuta l’andamento dei conti: è la spesa pubblica al netto degli interessi sul debito, e ogni paese ha concordato la variazione massima che può avere ogni anno. Il problema è che quest’anno la spesa netta crescerà per via dell’aumento generale dei prezzi dovuto alla guerra in Medio Oriente, ma anche perché le pensioni e alcuni sussidi sono indicizzati al costo della vita.
Il governo chiede alla Commissione di ignorare gli aumenti di spesa pubblica che derivano dalla sola inflazione, in modo da avere spazio per inserire altri aumenti di spesa. Qualsiasi spesa in più che il governo vuole introdurre dovrebbe essere controbilanciata dalla riduzione di un’altra voce, dunque questa richiesta permetterebbe di liberare diversi miliardi di euro.
Il secondo criterio riguarda la possibilità di usare i maggiori incassi fiscali ottenuti per via dell’inflazione, per esempio il maggiore gettito IVA determinato dall’aumento generale dei prezzi. Le regole europee prevedono che le maggiori entrate straordinarie vengano destinate in automatico alla riduzione del debito pubblico, mentre il governo vorrebbe usarle per finanziare misure ordinarie, come una riduzione delle tasse. Anche in questo caso se la Commissione accettasse significherebbe poter spendere diversi miliardi in più.
Entrambi i fronti aperti con la Commissione sono molto importanti per il governo, dato che con le risorse che ha al momento a disposizione non riesce a finanziare le diverse misure che vorrebbe inserire in questa legge di bilancio, misure che serviranno a ottenere qualche consenso in vista delle elezioni il prossimo anno.
Tra queste ci sarebbe un’ulteriore riduzione dell’IRPEF, cioè l’imposta sui redditi delle persone fisiche, che è strutturata a scaglioni. Il governo vorrebbe intervenire sul penultimo scaglione di reddito, quello tra i 28mila e i 50mila euro, su cui attualmente si paga il 33 per cento di imposte. Oltre questo scaglione si passa al 43 per cento.
Il governo vorrebbe alzare da 50 a 60mila la soglia del penultimo scaglione, in modo da ridurre l’imposta da pagare per i redditi medi, che in questi anni sono cresciuti per via dell’inflazione e che per questo pagano sempre più tasse: il governo aveva corretto questa stortura negli anni passati solo per i redditi più bassi. A questo vorrebbe aggiungere il rialzo della soglia per accedere al regime forfettario per le partite IVA, la cosiddetta flat tax: attualmente è un’imposta fissa al 5 o al 15 per cento per i lavoratori autonomi che fatturano non più di 85mila euro l’anno. Il governo vorrebbe portare questo limite a 100mila euro.
Dal lato delle entrate c’è la possibilità che il governo introduca una nuova tassa sulle banche, con un gettito potenziale tra i 2 e i 3 miliardi di euro all’anno, e una sul settore dei giochi, per un altro miliardo.
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