Il governo è arrivato a questa legge di bilancio con meno soldi del previsto
I due documenti economici approvati dal Consiglio dei ministri provano a far quadrare i conti con stime piuttosto ottimistiche sulla crescita del paese
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Il Consiglio dei ministri ha approvato due documenti economici importanti, che inaugurano il periodo che porterà all’approvazione entro la fine dell’anno della legge di bilancio, cioè del provvedimento che stabilirà le spese e le entrate dello Stato per il 2027. Questa sarà l’ultima legge di bilancio prima delle elezioni politiche del 2027, quella in cui il governo di Giorgia Meloni vorrebbe inserire misure popolari per garantirsi consensi, ma a cui per una serie di ragioni è arrivato con margini molto scarsi.
I documenti che ha approvato il Consiglio dei ministri non spiegano ancora cosa ci sarà nella legge di bilancio, ma aiutano a farsi un’idea approssimativa su quanti soldi potrà contare il governo. Sono meno del previsto.
Il primo approvato è il Documento programmatico di finanza pubblica, quello che fino a poco tempo fa si chiamava NADEF. Qui il governo dà un quadro della situazione economica in cui prevede di inserire le sue misure e infatti il numero più importante da guardare è la stima sulla crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL), che il governo prevede all’1 per cento nel 2026 e allo 0,8 nel 2027. È una previsione piuttosto ottimistica, considerando anche la difficile situazione dell’economia mondiale, tra guerre, crisi energetica e inflazione.
Ma nell’ottica del governo una maggiore crescita è necessaria per migliorare gli altri due indicatori da monitorare: il rapporto tra debito pubblico e PIL e quello tra deficit e PIL.
Il deficit, detto anche disavanzo, è la differenza tra le entrate e le spese dello Stato: se il governo spende più di quanto incassa con le tasse deve chiedere soldi in prestito, che contribuiscono a far aumentare il debito pubblico. Avendo entrambi gli indicatori il PIL al denominatore, con una crescita superiore alle attese il valore complessivo del rapporto si riduce (sempre che il numeratore non salga). Non è solo una considerazione contabile, un migliore andamento dell’economia contribuisce davvero a migliorare le finanze pubbliche.
Nel 2026 il debito è previsto al 138,1 per cento del PIL, leggermente in calo rispetto alle ultime previsioni, e nel 2027 al 138,6 per cento; nel 2026 il deficit è previsto al 2,9 per cento del PIL, in calo rispetto al 3,1 del 2025. La stima è dunque che quest’anno il deficit scenda sotto la soglia del 3 per cento, quella massima prevista dalle regole europee del Patto di stabilità e che l’Italia supera da anni, prima per la pandemia e poi per una combinazione di motivi, tra strascichi dei costosissimi bonus edilizi (tra cui il Superbonus) e maggiori spese (e anche errori di calcolo del governo).
Questo permetterebbe all’Italia di uscire nel 2027 dalla procedura per deficit eccessivo in cui si trova dal 2023. È una procedura che implica un maggior controllo sui conti pubblici da parte della Commissione europea e un percorso vincolante di rientro. Il governo italiano fino all’ultimo ha sperato in una revisione statistica dell’Istat sul PIL che avrebbe portato il deficit del 2025 dal 3,1 a meno del 3. Non è successo, con grande delusione del governo, che puntava al riconoscimento formale di anni di grande rigore dei conti.
Ma soprattutto puntava a sfruttare appieno già da quest’anno alcuni vantaggi concessi dall’Unione Europea per affrontare le spese in energia e difesa, quelli previsti dalla “clausola di salvaguardia sulla difesa”, la cosiddetta escape clause. È su questa clausola e sul deficit che verte proprio il secondo documento approvato dal Consiglio dei ministri.
La clausola di salvaguardia sulla difesa permette agli stati fuori dalla procedura per deficit eccessivo di indebitarsi oltre i limiti previsti dal Patto di stabilità – e quindi di avere un deficit fino al 4,5 per cento del PIL all’anno per quattro anni – a patto di destinare quelle risorse a programmi di difesa. Era stata introdotta nel 2025 inizialmente con il piano di riarmo europeo, pensato per sostenere l’Ucraina e rendersi più indipendenti dagli Stati Uniti per la difesa. A giugno, data la crescente crisi energetica causata dalla guerra in Medio Oriente, la Commissione europea ha poi stabilito che lo 0,3 per cento potrà essere destinato a investimenti nel settore energetico, nel triennio tra il 2026 e il 2028, con un limite complessivo nei tre anni dello 0,6 per cento del PIL (il resto rimane alla difesa).
Stare fuori dalla procedura per deficit eccessivo avrebbe significato per l’Italia ottenere fino a 36 miliardi di euro già da quest’anno e fino al 2028, distinti tra 22 per la difesa e 14 per l’energia. Il governo aveva intenzione di richiederli tutti e 36, ma non essendoci riuscito ha dovuto rivedere i propri piani.
Il Consiglio dei ministri ha approvato un deficit aggiuntivo che si ferma a circa 28 miliardi per il prossimo biennio grazie alla clausola di salvaguardia europea, che dovrà essere approvato dal parlamento. Questi soldi saranno ripartiti equamente nei due anni, 14 nel 2027 e 14 nel 2028 (cioè 0,6 per cento del PIL in entrambi gli anni), divisi tra 7 per investimenti in difesa e 7 per investimenti in energia.
Dato che il governo prevede (e auspica) che nel 2027 l’Italia sarà fuori dalla procedura per deficit eccessivo, questi soldi non dovrebbero contare per il calcolo del deficit, anche qualora sfori il 3 per cento: e infatti il rapporto tra deficit e PIL è previsto al 3,4 per cento nel 2027 (2,8 senza gli investimenti della clausola) e al 3,3 nel 2028 (e quindi 2,7).
Il governo potrebbe poi decidere di spostare un po’ di fondi sull’energia per una questione esclusivamente politica: dimostrare che la sua priorità è la gestione della crisi energetica, e non il riarmo, cioè un tema poco popolare nell’opinione pubblica e contro cui si batte buona parte dell’opposizione, dall’estrema destra di Roberto Vannacci al Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, passando anche per una parte del Partito Democratico. Su questo però il messaggio rischia di essere fuorviante: questi soldi non possono essere destinati a spesa corrente per abbassare il costo dei carburanti o delle bollette, ma sono vincolati a investimenti in produzione di energia da fonti rinnovabili, come potrebbe essere l’installazione di pannelli solari o pale eoliche.
Una precisazione: non sono soldi che l’Unione Europea regala all’Italia, ma soldi che l’Italia è autorizzata a prendere in prestito e che dovrà restituire con gli interessi. Il vantaggio è che lo può fare nei prossimi anni (e avrebbe potuto farlo già quest’anno) senza sforare i vincoli europei. L’idea del governo era di usare queste risorse per finanziare misure già previste in energia e difesa, e destinare ad altre spese i soldi liberati in questo modo.
Non potrà, e di fatto per il 2026, e a catena nel 2027, significherà avere diversi miliardi di euro in meno del previsto per le misure ordinarie e praticamente nessuno spazio aggiuntivo per ulteriore indebitamento. Nei piani del governo c’erano un’ulteriore riduzione delle tasse per il ceto medio e nuovi bonus edilizi per l’efficientamento energetico degli edifici. Tutte cose per cui dovrà trovare altre entrate.
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