Perché i disordini a Milano sono sfuggiti al controllo della polizia

Non c'entra tanto l'impreparazione degli agenti impiegati nelle strade, ma quello che era successo nei giorni precedenti

Le barricate in corso Vittorio Emanuele II a Milano, 17 ottobre(ANSA/PAOLO SALMOIRAGO)
Le barricate in corso Vittorio Emanuele II a Milano, 17 ottobre
(ANSA/PAOLO SALMOIRAGO)
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Il governo e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sono stati molto criticati per come sono stati gestiti i disordini durante le manifestazioni del fine settimana: soprattutto a Milano, dove quello che era successo sabato si è ripetuto domenica in modo molto simile senza che le forze dell’ordine riuscissero a evitarlo. Per due giorni consecutivi centinaia di ragazzi e ragazzini si sono riversati per le vie del centro a tratti in modo indisturbato, vandalizzando le strade e rompendo le vetrine di alcuni negozi per entrare a saccheggiarli.

Sia fonti della questura di Milano che del ministero dell’Interno hanno sottolineato che gli agenti si sono trovati di fronte a una situazione molto difficile: prima di tutto per il fatto che i responsabili erano molto giovani, nella grandissima maggioranza minorenni e in certi casi anche sotto i quindici anni; e poi perché era un gruppo molto eterogeneo, fatto di ragazzi mossi da ragioni difficilmente riconducibili a precisi moventi ideologici e politici. Gli stessi problemi sono stati rilevati dal ministero anche a Torino e a Bologna.

C’è un fatto che risalta particolarmente e di cui si è discusso anche in un’importante riunione di governo che si è tenuta lunedì mattina: non tanto il modo in cui le forze dell’ordine sono intervenute durante le manifestazioni, quanto piuttosto l’impreparazione dei giorni precedenti. Le forze di polizia e l’intelligence non hanno saputo intercettare le iniziative che, soprattutto attraverso i social network, hanno permesso a questi gruppi di riunirsi e preparare gli atti più eclatanti. Più che sull’operato degli agenti presenti in strada, ci sono dubbi sull’efficienza del lavoro degli apparati di intelligence.

Un momento degli scontri in centro a Milano, in piazza Duomo, il 18 ottobre 2026 (MATTEO CORNER/ANSA)

Per martedì 20 ottobre alle 17:30 è stato convocato un Consiglio dei ministri in cui verranno approvate nuove norme per reprimere la criminalità nelle città, soprattutto da parte dei minori. Il leader della Lega Matteo Salvini ha annunciato che verranno schierati 500 militari in più a Milano, senza dare maggiori informazioni.

Spesso si tende a pensare che una manifestazione di piazza sia particolarmente temibile quando è organizzata da associazioni, movimenti politici o centri sociali, forti e strutturati; quando si pone dei chiari obiettivi politici o simbolici; e quando la massa di gente che vi partecipa è animata da convinzioni ideologiche estreme. È vero solo in parte.

Per un questore, o per un prefetto, manifestazioni di questo tipo possono essere paradossalmente più semplici da gestire: perché la polizia conosce i referenti dei movimenti o dei centri sociali, ha con loro contatti consueti, sa che tipi sono e che abitudini hanno. Spesso sa, o può intuire facilmente, quale può essere l’obiettivo di una manifestazione così strutturata: arrivare davanti a un palazzo delle istituzioni; bloccare una certa strada; impedire che si celebri un certo evento.

Tutto questo rende lo svolgimento di certe manifestazioni prevedibile, e permette alla polizia di fare trattative più o meno riservate ed esplicite coi movimenti che le organizzano. Si concorda spesso il percorso del corteo; si stabilisce quali provocazioni potranno essere tollerate e quali invece imporrebbero una reazione muscolare; si offrono ai manifestanti obiettivi meno sensibili (per fare un esempio grossolano: anziché andare sotto il palazzo della regione, che affaccia su una strada trafficata piena di negozi, viene concesso un sit-in sotto quello del comune, perché lì è più facile gestire l’ordine pubblico).

Insomma, per quanto sia sempre imbarazzante ammetterlo da entrambe le parti, polizia e associazioni antagoniste molto spesso negoziano e cercano di trovare compromessi.

Questo ovviamente non esclude che le manifestazioni degenerino o che ci siano scontri e tafferugli: può succedere perché non tutti accettano certe regole di ingaggio, o perché alcuni gruppi estremisti cercano di guadagnare autorevolezza e visibilità. Altre volte la reazione spropositata delle forze dell’ordine innesca la violenza.

Le manifestazioni organizzate in questo modo hanno anche un altro vantaggio per chi deve mantenere l’ordine pubblico: conoscendo chi promuove quelle proteste, la polizia riesce a sapere o quantomeno a dedurre, di solito con una certa efficacia, quante persone ci saranno, da dove arriveranno, che tipo di manifestanti saranno. Può decidere di fare controlli preventivi su certe strade; può monitorare da vicino nelle ore precedenti alcuni gruppi organizzati; può bloccare alcune vie di accesso alla manifestazione, può ottenere soffiate che consentano di intervenire con prontezza.

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Tutto questo non è praticamente successo negli scorsi giorni a Milano, a Torino o a Bologna. Non c’erano associazioni più o meno riconoscibili, come un sindacato o un centro sociale, che hanno convocato la manifestazione con un programma chiaro. Non c’era un obiettivo dichiarato o simbolico. Non c’erano azioni riconducibili a questa o quella tecnica di assalto. Gli agenti hanno fronteggiato adolescenti imprevedibili che potevano indistintamente sfondare una vetrina per rubare un paio di scarpe da ginnastica di gran valore; distruggere una pensilina di una fermata di un autobus; saccheggiare un negozio di articoli tecnologici; tentare di incendiare un bancomat o devastare una libreria.

In diversi casi gli agenti di polizia si sono trovati con manifestanti che cambiavano a casaccio l’itinerario di un corteo, individuando di volta in volta degli obiettivi sulla base di criteri imprevedibili. Ed era spesso difficile distinguere tra teppisti occasionali, gruppi più organizzati di antagonismo politico, ragazzi che si lasciavano trascinare dalla folla esagitata. Tutto questo ha reso difficile autorizzare cariche violente o operazioni repressive troppo decise, sia sul piano operativo che sul piano etico, perché avrebbero portato a commettere violenze contro persone molto giovani, studenti delle superiori.

Lo stesso Piantedosi ha fatto notare riservatamente ad alcuni colleghi del ministero dell’Interno che queste giornate di scontri così intensi e diffusi hanno sì provocato danni nelle città, ma non ci sono stati feriti gravi o fatti particolarmente cruenti con minori coinvolti.

I problemi hanno invece riguardato la preparazione. La polizia ha infatti significativamente sottostimato l’affluenza di manifestanti e la partecipazione ai cortei, essenzialmente perché la convocazione non è avvenuta sui canali classici e coi metodi noti alle forze dell’ordine. Il consenso intorno a queste iniziative è stato spontaneo, pulviscolare, attraverso la ricondivisione di contenuti sui social con hashtag apparentemente innocui, o col semplice passaparola su gruppi Telegram nati con le finalità più disparate (musica, calcio, moda). Sono forme di aggregazione ordinarie, telematiche e non, che non vengono controllate con attenzione dalle agenzie di intelligence.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nell’aula della Camera, il 9 aprile 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)

Questa insondabilità della consistenza della protesta ha riguardato anche le ore immediatamente precedenti ai tafferugli. Nel centro di Milano, per esempio, sono affluiti adolescenti da quartieri periferici o dalle cittadine limitrofe di provincia, come un qualsiasi sabato o una domenica pomeriggio, spesso senza che mostrassero dei segni distintivi: non sciarpe o bandiere, non megafoni, non un vestiario particolarmente riconoscibile, insomma nulla che li distinguesse immediatamente dai loro coetanei che ogni sabato vanno in centro a fare shopping o a divertirsi.

In tanti casi, secondo i primi riscontri delle indagini, sono accorsi in piccoli gruppi, magari anche in due o tre persone, senza che fosse possibile individuarne chiaramente gli spostamenti.

Tutto ciò dimostra una generale arretratezza degli strumenti di indagine preventiva utilizzati dalle agenzie di intelligence, spesso incapaci di intercettare tempestivamente certi movimenti spontanei sui social e di percepirne la profondità.

A questo proposito risalta anche la scarsa efficacia delle numerosissime norme a favore della sicurezza introdotte dal governo di Giorgia Meloni. L’aumento delle pene o l’introduzione di nuovi reati può avere un effetto deterrente (anche se è dimostrato che non è lo strumento più efficace), ma non è granché utile a rafforzare gli strumenti conoscitivi o di indagine preventiva a vantaggio delle forze di polizia. Su questo negli ultimi anni è stato fatto molto poco.