Cos’è successo dopo i Facebook Files
Ovvero la grande inchiesta del Wall Street Journal che sta al centro di "The Social - Il prezzo della verità", il nuovo film di Aaron Sorkin
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Il 5 ottobre del 2021 Frances Haugen, un’ex dipendente di Facebook, accusò l’azienda di anteporre i propri guadagni alla sicurezza delle persone che usavano le sue piattaforme durante un’udienza al Senato degli Stati Uniti. Disse che i prodotti di Facebook «danneggiano i bambini, alimentano le divisioni e indeboliscono la nostra democrazia», e che i dirigenti dell’azienda sapevano come rendere Facebook e Instagram più sicuri ma non lo facevano perché avevano deciso che i loro «profitti astronomici» venivano prima delle persone.
È con quella testimonianza che si chiude The Social – Il prezzo della verità (il titolo originale è The Social Reckoning), il film scritto e diretto da Aaron Sorkin che racconta come Haugen fece arrivare al Wall Street Journal decine di migliaia di documenti interni di Facebook. I documenti mostravano che l’azienda conosceva bene i danni causati dalle sue piattaforme e aveva scelto di non intervenire quando le soluzioni rischiavano di ridurre il tempo che le persone passavano sulle sue app.
L’impatto sulla reputazione di Facebook fu tale da convincere l’azienda a cambiare nome in Meta poche settimane dopo. A cinque anni di distanza, però, le conseguenze sono state più limitate di quanto molti si aspettassero all’epoca. I documenti di Haugen sono stati usati in migliaia di cause sui danni dei social network ai minorenni, che hanno costretto Meta a pagare miliardi di dollari e a modificare alcune funzioni di Facebook e Instagram. Ma sul ruolo dell’algoritmo nella diffusione della disinformazione e nella radicalizzazione politica, cioè sulle accuse a cui il film dà più spazio, non è cambiato quasi niente. Anzi: dopo la rielezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti la situazione è soltanto peggiorata.
Haugen lavorava dal 2019 nel team di Civic Integrity, che si occupava tra le altre cose di seguire le elezioni in giro per il mondo, di studiare come l’algoritmo di Facebook favorisse la diffusione di notizie false e di capire come la piattaforma potesse essere usata da governi stranieri per fare propaganda. Il 2 dicembre 2020, un mese dopo le presidenziali statunitensi, Facebook sciolse il team e ne distribuì i membri in altri gruppi.
La sera stessa Haugen contattò Jeff Horwitz, giornalista del Wall Street Journal che stava indagando su come Facebook gestisse la disinformazione e i contenuti estremisti. Condivise con lui migliaia di documenti presi da Workplace, la piattaforma interna per i dipendenti di Facebook, e a maggio del 2021 si dimise. Da settembre il Wall Street Journal pubblicò una serie di 17 articoli basati su quei documenti, chiamata Facebook Files. Tra le altre cose mostravano che l’azienda sapeva da ricerche interne che Instagram peggiorava attivamente il rapporto con il proprio corpo di molte ragazze adolescenti, e che era consapevole che il suo nuovo algoritmo premiava i contenuti che facevano arrabbiare le persone, portando alla radicalizzazione politica di molti utenti.
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Haugen non è mai stata accusata di alcun reato, e Meta non le ha mai fatto causa. Negli anni successivi ha testimoniato anche davanti ai parlamenti britannico ed europeo, e ha fondato un’organizzazione non profit, Beyond the Screen, che si occupa di trasparenza delle piattaforme. Oggi vive a Porto Rico con il marito e la figlia. Ha collaborato con Sorkin al film e si è detta molto soddisfatta del risultato: «Spero che Mark lo guardi», ha detto alla rivista People riferendosi a Zuckerberg, «e che usi questo momento di riflessione per chiedersi: “Voglio fare con l’intelligenza artificiale le stesse scelte che ho fatto con i social network?”».
All’epoca Zuckerberg aveva negato le accuse principali dei Facebook Files, scrivendo che l’idea che l’azienda spingesse «deliberatamente contenuti che fanno arrabbiare le persone per fare profitto» era «profondamente illogica». Gli inserzionisti, diceva, non vogliono che le loro pubblicità compaiano accanto a contenuti di quel tipo.
Sul cambiamento dell’algoritmo del 2018, il portavoce di Meta Andy Stone aveva detto al Wall Street Journal: «Le divisioni nel mondo sono causate da un singolo cambiamento nel modo in cui presentiamo i contenuti agli utenti? No». Facebook mise comunque in pausa il progetto di una versione di Instagram per i minori di 13 anni.
I documenti di Haugen sono stati usati come prove in più di 2.400 cause per danni contro Meta, TikTok, Snapchat e YouTube, accusate di aver progettato le loro app per creare dipendenza nei minorenni. La prima è arrivata a sentenza nel marzo del 2026, quando una giuria di Los Angeles ha condannato Meta e Google a risarcire una ragazza di 20 anni, identificata con le iniziali K.G.M., e sua madre. In tutto, Meta è stata condannata a pagare 4,2 milioni di dollari e Google 1,8. K.G.M. sosteneva che l’uso di Instagram e YouTube fin da bambina le avesse causato ansia, depressione e dismorfia corporea per anni. L’accusa si è concentrata sul design delle app, sostenendo che funzioni come lo scroll infinito, la riproduzione automatica dei video e i filtri che modificano il viso fossero pensate per creare dipendenza.
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La causa più importante tra quelle nate dai Facebook Files, invece, si è chiusa ad agosto. Nel 2023 decine di stati americani avevano accusato Meta di aver progettato Facebook e Instagram per creare dipendenza nei ragazzi e di aver nascosto ciò che sapeva sui danni alla loro salute mentale. Poco prima che Zuckerberg dovesse testimoniare in tribunale, Meta ha accettato di pagare circa 18 miliardi di dollari per chiudere le cause di 48 stati. Il procuratore generale della Florida James Uthmeier ha definito la cifra «noccioline», considerando che nel 2025 Meta ha avuto ricavi per 201 miliardi di dollari.
L’accordo obbliga Meta a introdurre un limite di tempo giornaliero per gli utenti minorenni, a bloccare Facebook e Instagram di notte e le notifiche durante l’orario scolastico, e a interrompere lo scroll infinito. Deve però ancora essere approvato da un giudice, e fino ad allora Meta non è tenuta a cambiare niente.
Le accuse a cui il film dà più spazio, cioè che l’algoritmo di Facebook abbia favorito la radicalizzazione politica di molti dei suoi utenti, non hanno avuto invece particolari conseguenze legali per l’azienda. Il motivo è la Sezione 230, una norma approvata dal Congresso statunitense nel 1996 che stabilisce che le piattaforme online non sono considerate “editori” dei contenuti pubblicati dai loro utenti, e quindi non possono essere portate in tribunale per quei contenuti. È lo stesso principio per cui una compagnia telefonica non risponde di ciò che le persone si dicono al telefono, mentre un giornale è responsabile di ciò che pubblica.
Le cause sui minorenni erano riuscite ad aggirare la norma accusando Meta di aver progettato male le sue app: accusare Facebook di aver radicalizzato qualcuno, invece, significa ritenere l’azienda responsabile dei contenuti amplificati dal suo algoritmo. Finora tutti i casi di questo tipo sono stati respinti dalle corti d’appello statunitensi in base alla Sezione 230.
Tentativi di cambiare la legge si sono arenati per divergenze tra Democratici e Repubblicani, e non sembra che possa succedere a breve: Trump è molto contrario alle regolamentazioni in materia introdotte negli ultimi anni dall’Unione Europea, ed è arrivato a minacciare dazi contro tutti i paesi che impongono tasse o regole alle «nostre incredibili aziende tecnologiche americane».



