Stabilicum, Porcellum e la storia dei nomi strambi delle leggi elettorali

Com'è che un'espressione in latino maccheronico nata con intento satirico è diventata una tradizione, di cui anche i politici approfittano

Caricature disegnate dal senatore Filippo Sensi nell'aula del Senato durante il voto finale del disegno di legge sulla riforma elettorale, il 15 settembre 2026 (ANSA/Giuseppe Lami)
Caricature disegnate dal senatore Filippo Sensi nell'aula del Senato durante il voto finale del disegno di legge sulla riforma elettorale, il 15 settembre 2026 (ANSA/Giuseppe Lami)
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Atto della Camera 2822-B: Stabilicum per gli amici, Meloncellum per i nemici. Ormai da mesi giornali e televisioni usano questo nome per indicare la nuova legge elettorale voluta dal governo di Giorgia Meloni, approvata definitivamente giovedì dalla Camera dei deputati. Quella di soprannominare le riforme elettorali con strane forme latineggianti è una consuetudine che va avanti da più di trent’anni e che nel tempo ha prodotto una sfilza di nomignoli decisamente brutti, se non proprio mostri linguistici.

Il nome Stabilicum è stato coniato dal vice segretario di Forza Italia Stefano Benigni, uno dei politici che hanno lavorato al nuovo sistema elettorale. In un’intervista al Corriere della Sera Benigni ha detto che «è nato come una battuta», e ha precisato di non considerare l’invenzione come «una medaglia da appuntarsi al petto». La scelta del nome rispecchia l’intenzione del governo di portare con la nuova riforma maggiore stabilità politica, obiettivo su cui però gli esperti hanno qualche dubbio.

La legge è stata chiamata anche Melonellum, soprattutto da chi, con un intento più critico, ha voluto sottolineare la responsabilità politica di Meloni nella promozione del provvedimento. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ci tenne a precisare, rispondendo a una giornalista di Repubblica che gli chiese del Melonellum: «Si chiama Stabilicum». Nelle proteste delle opposizioni comunque si sono visti cartelli anche contro il Meloncellum.

Il segretario di +Europa Riccardo Magi e il segretario di Avanti PSI Enzo Maraio durante una manifestazione davanti a palazzo Montecitorio, sede della Camera dei deputati, a Roma, nel marzo del 2026 (ANSA/Angelo Carconi)

La tradizione di chiamare con questo pseudolatino le riforme elettorali, comunque, nacque con intenzioni molto meno propagandistiche e più goliardiche. Cominciò con la riforma che ebbe come relatore Sergio Mattarella, all’epoca deputato della Democrazia Cristiana, che proponeva di realizzare un sistema elettorale misto tra proporzionale e maggioritario, con una prevalenza per il secondo, che avrebbe sostituito il criterio solo proporzionale in vigore fino a quel momento.

Il 19 giugno del 1993 il politologo e sociologo Giovanni Sartori scrisse un editoriale sul Corriere della Sera, che iniziava ricalcando la formula con cui viene annunciato il nuovo papa dopo il conclave: «Salvo sorpresine finali, habemus Mattarellum». Continuò a chiamarlo con il suffisso latino –um anche nel resto dell’articolo, con un atteggiamento satirico e provocatorio nei confronti di una riforma che dimostrò di non apprezzare particolarmente.

L’editoriale di Giovanni Sartori sul Corriere della Sera del 19 giugno 1993, in cui per la prima volta comparve il nome Mattarellum (Archivio storico del Corriere della Sera)

Il Mattarellum fu la seconda riforma elettorale della storia della Repubblica: per 45 anni, tra il 1948 e il 1993, i criteri di elezione della Camera e del Senato erano stati cambiati solo una volta, nel 1953, con la cosiddetta legge truffa, abrogata nel 1954. Da allora moltissime maggioranze cercarono di modificare il sistema a proprio favore, con una proliferazione di leggi elettorali decisamente anomala se confrontata con altri grandi paesi democratici.

Dopo il Mattarellum, nel 2006 si tornò a votare con il sistema proporzionale del cosiddetto Porcellum (poi corretto dalla Corte costituzionale con il Consultellum), nel 2015 fu approvato l’Italicum e nel 2017 venne ristabilito un meccanismo misto con il Rosatellum, la riforma in vigore prima che giovedì venisse approvato lo Stabilicum.

Anche solo da questo elenco è facile capire quanto successo ebbe il latino comico e sghembo di Sartori. Non solo per le leggi elettorali nazionali. Nel 1995 fu approvata la riforma elettorale per le elezioni regionali promossa dall’allora deputato di Alleanza Nazionale Giuseppe Tatarella, che fu soprannominata Tatarellum. Il successo di queste formule si spiega anche con il largo uso che ne viene fatto sui giornali, visto che permettono di condensare in espressioni vivaci e molto riconoscibili materie abbastanza tecniche e nomi che altrimenti suonerebbero burocratici e complicati.

In alcuni casi il soprannome ha anche la comodità di anticipare caratteristiche o giudizi che rendono la riforma particolarmente riconoscibile. È il caso del Porcellum, la legge elettorale introdotta dal terzo governo di Silvio Berlusconi. Fu promossa dall’allora ministro per le Riforme istituzionali Roberto Calderoli, della Lega. Nel marzo del 2006 durante il programma Matrix su Canale 5, Calderoli definì ironicamente la sua stessa legge elettorale «una porcata», non perché secondo lui fosse fatta male, ma perché era stata costruita appositamente per mettere in difficoltà sia la destra che la sinistra.

Nel 2013 la Corte costituzionale dichiarò illegittime alcune parti del Porcellum e le annullò. Dalle modifiche venne fuori una legge elettorale che i giornali soprannominarono Consultellum, dal nome della Corte costituzionale, che viene chiamata anche Consulta.

Lo strano miscuglio di ironia e autorevolezza di questi nomignoli fu sfruttato da Matteo Renzi quando nel 2015, mentre era presidente del Consiglio come leader del Partito Democratico, promosse una nuova legge elettorale per cui scelse il nome magniloquente di Italicum. La riforma fu approvata, ma non fu mai usata per eleggere i parlamentari: nel 2017 infatti fu dichiarata parzialmente incostituzionale e modificata da una sentenza della Corte costituzionale.

Il comico satirico Maurizio Crozza, invitato quell’anno al festival di Sanremo, propose allora come provocazione di adottare anche per le elezioni politiche il sistema di votazione del festival, chiamandolo Sanremellum.

La nuova riforma, nata dalle modifiche della Corte costituzionale sull’Italicum, fu soprannominata Legalicum. A quel punto però si preferì sostituirla: nello stesso anno venne approvato il cosiddetto Rosatellum, dal nome del suo relatore Ettore Rosato, all’epoca capogruppo alla Camera del Partito Democratico e oggi vicesegretario di Azione.

Quella fu una forzatura linguistica peggiore di altre, visto che il cognome del promotore non fu modificato solo con il suffisso –um, ma fu proprio storpiato sul calco di Mattarellum e Tatarellum. La cosa infatti ha creato qualche confusione. Il linguista Michele Cortelazzo ha fatto notare che in un articolo del Corriere della Sera dello scorso gennaio la legge Rosato è stata chiamata lungo tutto il pezzo «legge Rosatelli».

Negli anni comunque sono state proposte decine di soprannomi latineggianti per leggi elettorali che non sono state mai nemmeno discusse in parlamento: Cossuttellum, Grazianellum, Berlusconellum, Bersanellum, Sartorellum, Brescellum o Germanicum. Nonostante i politici abbiano iniziato a usarli anche come strumento di propaganda, come nel caso dell’Italicum e dello Stabilicum, l’effetto sgrammaticato e storpiato che voleva originariamente imprimere Sartori persiste in queste formule. E di questo approfittano soprattutto i commentatori e gli avversari politici, con ironie più o meno efficaci.

Durante una puntata della trasmissione Tagadà su La7 il giornalista ed ex direttore del Fatto Quotidiano Antonio Padellaro ha detto che Stabilicum sembra il nome di un farmaco antidepressivo. L’ex deputata del PD Alessia Morani invece ha scritto – ma è un esempio fra tanti – che la riforma di Meloni si dovrebbe chiamare Paurellum, alludendo al fatto che il governo l’abbia fatta votare ponendo la questione di fiducia per paura che non fosse approvata.