La legge elettorale è al suo ultimo e decisivo passaggio

Dalla sua approvazione dipende anche la permanenza del governo e la possibilità di elezioni anticipate: il voto finale è giovedì

L'aula della Camera in occasione dei lavori parlamentari sulla legge elettorale, il 5 ottobre 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
L'aula della Camera in occasione dei lavori parlamentari sulla legge elettorale, il 5 ottobre 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
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Quella appena cominciata è la settimana decisiva per l’approvazione della riforma della legge elettorale: nel pomeriggio di giovedì si compirà definitivamente un percorso iniziato da più di un anno, accompagnato da dibattiti accalorati e grosse polemiche. Per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è un passaggio determinante: ha detto più volte che considererebbe conclusa la sua esperienza di governo se il disegno di legge non dovesse essere approvato.

Di una modifica della legge elettorale i partiti di centrodestra discutono dall’estate del 2025. E il progetto, prima trattato in modo vago, ha assunto un’assoluta priorità nell’agenda del governo col passare dei mesi, essenzialmente per due ragioni.

Da un lato Meloni ha cercato una sorta di surrogato rispetto alla riforma costituzionale con cui voleva introdurre l’elezione diretta del presidente del Consiglio: quel provvedimento, il cosiddetto “premierato”, era stato approvato nel primo dei quattro passaggi parlamentari richiesti, e poi improvvisamente accantonato, evidentemente per la consapevolezza o il timore che un eventuale referendum confermativo (necessario, trattandosi di una riforma costituzionale) avrebbe avuto esito negativo.

Dall’altro lato Meloni era consapevole che con l’attuale legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum, una sua riconferma nel 2027 era improbabile: la coalizione di centrosinistra, ricompattatasi rispetto al 2022, risultava avvantaggiata nei sondaggi, sia pure di poco; mentre l’alternativa più credibile, quella di un sostanziale pareggio tra le due coalizioni, lasciava intravedere la necessità di accordi trasversali per formare governi di larghe intese: uno scenario che rischierebbe di mettere Meloni in grave difficoltà.

Galeazzo Bignami (il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, a sinistra) e Giovanni Donzelli (responsabile dell’organizzazione del partito di Giorgia Meloni, a destra), due dei principali ispiratori della legge, nell’aula di Montecitorio, il primo ottobre 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)

Per almeno otto mesi, però, le discussioni erano state inconcludenti. Fratelli d’Italia faceva pressioni sugli alleati, Lega e Forza Italia, che però si sottraevano: ponevano obiezioni, prendevano tempo, insomma la tiravano per le lunghe. Alla fine, nel febbraio scorso, la maggioranza si decise a depositare alla Camera un testo che era l’esito di lunghe e tribolate trattative. Nonostante fosse stato presentato come un compromesso più che soddisfacente, fu poi più volte rimaneggiato: in parte per assecondare le richieste di questo o quel partito, in parte, soprattutto, per correggere alcune storture che lo avrebbero facilmente esposto a una bocciatura da parte della Corte costituzionale.

A metà luglio, dopo vari ripensamenti e le conseguenti rielaborazioni del testo, la maggioranza arrivò profondamente divisa alla discussione finale nell’aula della Camera. Gli attriti riguardarono soprattutto una modifica, imposta di fatto da Fratelli d’Italia, sull’introduzione delle preferenze, cioè del voto diretto da parte degli elettori ai singoli candidati.

Antonio Tajani e Matteo Salvini erano contrari; Meloni, dopo lunghe insistenze, si decise a una soluzione intermedia, col ripristino delle preferenze sensibilmente attenuato da un meccanismo che prevedeva comunque dei capilista bloccati nei vari collegi elettorali. Proprio su quell’emendamento, in una votazione a scrutinio segreto, la maggioranza fu sconfitta, a causa di almeno una cinquantina di franchi tiratori, cioè deputati di destra che, in dissenso con le indicazioni del loro partito e approfittando dell’anonimato, si opposero a quella proposta.

Il regolamento della Camera prevede infatti che sulle questioni che riguardano le leggi elettorali si possa richiedere, e facilmente ottenere, il voto segreto. Misura che invece non è prevista dal regolamento del Senato: per questo Meloni ha riproposto lo stesso emendamento con le preferenze e i capilista bloccati durante la discussione in Senato a metà settembre, forte del fatto che i dissidenti non avrebbero osato schierarsi contro il governo, senza le tutele del voto segreto. Così è stato.

Il Senato ha dunque approvato in seconda lettura la legge elettorale che ora è tornata alla Camera; e dopo una discussione sbrigativa e inconcludente in commissione Affari costituzionali, è iniziato il dibattito decisivo in aula.

Riccardo Magi, leader di +Europa, è al sesto giorno di sciopero della fame, avviato per chiedere delle modifiche alla legge elettorale e in polemica col governo (Mauro Scrobogna/LaPresse)

L’assemblea dei deputati dovrà votare non sull’intero testo, ma solo su quelle parti – i primi tre articoli, e poi l’ottavo – che sono state modificate dal Senato. I cambiamenti più sostanziali sono quelli nei primi due articoli: l’introduzione delle preferenze coi capilista e la disciplina per l’elezione con questi meccanismi alla Camera e al Senato; l’innalzamento da 1.500 a 6.000 delle firme che i nuovi partiti senza rappresentanza attuale in parlamento dovranno raccogliere in ciascun collegio plurinominale per potersi presentare alle elezioni; la reintroduzione, molto parziale, di alcune regole a tutela della rappresentanza di genere, secondo norme che comunque penalizzano notevolmente le candidate donne rispetto alla legge attuale.

L’articolo 3 riguarda le modifiche ai confini dei tre collegi uninominali della provincia di Bolzano, che in virtù del suo statuto di autonomia gode di particolari tutele. L’articolo 8, infine, contiene novità sul voto degli elettori fuori sede.

Si procederà abbastanza spediti: il governo lunedì ha infatti deciso di porre la questione di fiducia sui primi tre articoli, mentre sull’ottavo si voterà in modo ordinario perché su quelle modifiche c’è un accordo sostanzialmente trasversale. Il regolamento della Camera prevede che, quando il governo pone la questione di fiducia, per 24 ore si interrompa ogni attività. E dunque si riprenderà martedì, a ora di pranzo, con le votazioni che proseguiranno fino al tardo pomeriggio di mercoledì.

Il voto di fiducia è un espediente a cui il governo ricorre quando vuole accelerare i tempi di approvazione di un provvedimento, o quando vuole limitare la discussione e l’ostruzionismo da parte delle opposizioni: in questo modo si vota sul testo proposto senza possibilità di modifiche, ma il governo subordina la propria permanenza all’approvazione di quel testo. Se la Camera non approva, automaticamente il governo decade.

Così facendo, peraltro, il governo evita anche le insidie del voto segreto sui singoli articoli. Per tre volte, con la fiducia, si voterà per appello nominale: ciascun deputato verrà chiamato a passare sotto i banchi della presidenza e a dire il proprio “Sì” o il proprio “No”, a seconda che sia favorevole o contrario, e dovrà farlo di fronte a tutti. C’è però un ultimo passaggio, che potrà essere delicato. Alla Camera, infatti, quando si pone la fiducia su un provvedimento, viene previsto anche un voto finale che riguarda specificamente il testo. Non si vota sul governo, ma sul provvedimento in discussione: se in quell’ultimo passaggio il voto fosse contrario, il testo verrebbe respinto ma il governo non sarebbe formalmente obbligato a dimettersi.

Il ministro per i Rapporti col parlamento Luca Ciriani, nell’aula della Camera, il 5 ottobre 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Quasi sempre questa distinzione è abbastanza inutile, e spesso criticata perché cervellotica. I deputati che approvano la fiducia su un provvedimento, automaticamente, poche ore dopo votano anche il provvedimento. In questo caso però c’è una particolarità: trattandosi di un voto su una materia elettorale, sul provvedimento finale potrà essere richiesto lo scrutinio segreto. E dunque, il voto conclusivo sulla legge elettorale, quello da cui dipenderà l’esito di questo lunghissimo processo, avverrà giovedì intorno all’ora di pranzo con le stesse modalità con cui a metà luglio il governo è stato sconfitto.

In quel caso, però, la bocciatura riguardò un singolo emendamento (quello sulle preferenze coi capilista, poi reintrodotto al Senato). In questo caso, un voto contrario comporterebbe la bocciatura dell’intera riforma, e sarebbe un fatto politico clamoroso per il governo, che verosimilmente porterebbe alle dimissioni di Meloni. Lei lo ha detto chiaramente, con l’intenzione di drammatizzare questo voto: ha in sostanza minacciato i deputati, prospettando elezioni anticipate, probabilmente a primavera, in caso di mancata approvazione della legge elettorale.

Per molti deputati alla prima legislatura, e cioè grosso modo la metà, significherebbe con ogni probabilità perdere la possibilità di maturare i requisiti per ottenere la pensione da parlamentare (cioè circa 1.500 euro che potrebbero essere riscossi solo a partire dai 65 anni), cosa che avverrebbe a partire dalla metà di aprile, cioè dopo che la legislatura avrà raggiunto 4 anni, 6 mesi e un giorno sui 5 anni totali previsti. Per questo, anche se nei partiti di maggioranza le perplessità e i malumori emersi nel voto segreto a metà luglio sono ancora diffusi, è molto probabile che saranno in pochi ad azzardare una mossa così temeraria, contrastando un provvedimento dalla cui approvazione dipende in parte il loro destino personale.

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