Le preferenze volute da Giorgia Meloni sono davvero preferenze?
La risposta breve è: insomma; per quella lunga bisogna guardare le vecchie leggi elettorali e perché furono cambiate
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Tra le principali novità contenute nella nuova legge elettorale, che è stata approvata martedì dal Senato e che ora tornerà alla Camera per la terza e decisiva lettura, c’è l’introduzione parziale delle preferenze, in una formula piuttosto attenuata. Benché il sistema previsto sia abbastanza contorto, se la riforma verrà approvata definitivamente, nel 2027 si tornerà a votare per le elezioni politiche potendo esprimere una preferenza diretta per uno o più candidati: non succede dal 1992, cioè da trentaquattro anni.
Per tutta la cosiddetta Prima Repubblica, il periodo che va dalla fine della Seconda Guerra Mondiale all’inizio degli anni Novanta, l’Italia ha votato sempre con uno stesso sistema elettorale e, fatta eccezione per le elezioni del 1953, sempre con la stessa legge: un proporzionale puro, che dunque garantiva una pressoché perfetta corrispondenza tra i voti ottenuti dai singoli partiti e la loro rappresentanza parlamentare (per il Senato era un po’ diverso, ma nei fatti funzionava come un proporzionale). E per quasi cinquant’anni si votò con le preferenze dirette: bisognava dunque scrivere il nome e il cognome dei candidati che si voleva far eleggere.
Questo principio garantiva un rapporto molto diretto tra il politico e il suo territorio di riferimento. Dovendo assicurarsi il sostegno degli elettori del suo collegio, il parlamentare curava con grande assiduità le sue relazioni locali: con le associazioni, con le parrocchie, con le fabbriche, coi sindacati, coi vari comitati, con le singole persone che sarebbero andate a votare.
A fronte di questa indubbia virtù, il sistema delle preferenze generò o favorì anche la diffusione di pratiche opache di clientelismo o di compravendita del consenso, con rapporti ambigui e talvolta illegali. Le campagne elettorali erano inoltre estremamente costose: se non è il partito a decidere quale dei suoi esponenti deve essere candidato ed eletto in una certa provincia, e i vari esponenti del partito nella zona sono in competizione tra loro, si finisce col moltiplicare gli eventi elettorali, col promettere favori, con lo stampare più manifesti, con il pagare agenzie di promozione sempre più esose, col fare regalìe varie ai propri elettori.
In particolare, alla Camera vigeva il sistema della cosiddetta preferenza multipla. L’elettore poteva esprimere, a seconda dei casi, tre o quattro preferenze per i vari candidati, scrivendo il nome e il cognome di chi voleva contribuire a far eleggere. Era un sistema che incentivava i partiti a strutturarsi in correnti o in cordate, cosicché i vari candidati dei singoli partiti, anziché essere tutti in competizione tra loro, giocavano per quanto possibile in “squadre” che facevano campagne elettorali coordinate, cercando di convincere gli elettori a votare un gruppetto di candidati.
Ma anche quel sistema produsse poi molte storture, coi partiti che, nelle varie sezioni locali, tendevano a dare indicazioni molto specifiche ai propri elettori, finendo col condizionare in molti casi la libera volontà del singolo elettore.
Per tutti questi motivi, verso la fine degli anni Ottanta questo sistema delle preferenze venne messo in discussione come uno dei prodotti più deleteri della cosiddetta partitocrazia, cioè dell’eccessivo e spesso degenerato potere detenuto dai partiti. Nel 1991 fu approvato un referendum, con oltre il 95 per cento di Sì, che abolì la preferenza multipla alla Camera; nel 1993, con oltre l’82 per cento, un altro referendum abrogò la norma che fissava la soglia del 65 per cento per l’elezione del candidato di collegio al Senato, di fatto rendendo maggioritaria la legge elettorale per i senatori.
Il tutto avvenne nel contesto della crisi della Prima Repubblica, innescata tra l’altro dalle cosiddette inchieste di «Mani Pulite» sulla corruzione in politica, avviate dalla procura di Milano: si finì insomma per considerare il proporzionale e le preferenze come due simboli del malaffare politico.

Il ministro per gli Affari regionali, Roberto Calderoli, principale autore del cosiddetto Porcellum (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Iniziò dunque una fase di continui rimaneggiamenti delle leggi elettorali. Nel 1993 venne introdotto il Mattarellum, su iniziativa dell’attuale presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, allora deputato: aveva un impianto maggioritario con una componente proporzionale, e restò in vigore fino al 2005. Subentrò poi il cosiddetto Porcellum, promosso dal leghista Roberto Calderoli, attuale ministro per gli Affari regionali, che venne dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale nel 2013.
Fu in seguito sostituito dall’Italicum ideato dal governo di Matteo Renzi, bocciato pure questo dalla Corte e dunque rimpiazzato, prima ancora di essere mai stato adoperato, dal cosiddetto Rosatellum, dal nome dell’allora deputato del PD Ettore Rosato, oggi esponente di Azione di Carlo Calenda. Ed è proprio il Rosatellum che ora Giorgia Meloni ha deciso di sostituire con il cosiddetto Stabilicum.
In questo concitato passaggio da una legge all’altra, spesso con adozioni di principi diversi e funzionamenti opposti, c’è sempre stata una costante: le preferenze non sono mai state reintrodotte. Inizialmente per timore di una reazione popolare negativa, visto che sarebbe sembrato un voler tornare ai vizi peggiori della Prima Repubblica; poi per le resistenze dei partiti e degli stessi parlamentari.
In realtà, in almeno un paio di occasioni si andò vicini al ripristino delle preferenze. Nel dicembre del 2013, quando la Corte costituzionale dichiarò illegittimo il Porcellum, lo fece con una sentenza che contestava tra l’altro il fatto che quella legge non consentisse all’elettore di poter conoscere il candidato per cui votava, dal momento che c’erano delle lunghe liste di candidati scelti direttamente dalle segreterie dei partiti (i cosiddetti listini bloccati). La Corte inserì di fatto la preferenza unica diretta nella legge, così da renderla applicabile. Ma con quella nuova riforma definita dalla sentenza della Corte non si votò mai, perché il parlamento intervenne nuovamente.
Lo fece con l’Italicum di Renzi che, anche sulla scia delle indicazioni dei giudici costituzionali, introdusse un sistema di preferenze miste: un capolista bloccato, cioè un candidato sicuro di essere il primo degli eletti del proprio partito in un determinato collegio, e altri candidati da eleggere con le preferenze. Ma neppure con l’Italicum si votò mai, perché nel 2017 la Corte costituzionale dichiarò illegittima anche quella legge contestando il funzionamento del ballottaggio che vi era previsto. E la legge successiva, il Rosatellum, fu realizzata senza introdurre le preferenze.

Il modello della scheda elettorale che si utilizzerà per l’elezione della Camera se lo Stabilicum entrerà in vigore
Lo Stabilicum di Meloni ripropone sostanzialmente lo stesso principio dell’Italicum, ma con alcune differenze. Nella scheda elettorale prevista dall’Italicum, oltre al capolista bloccato, c’erano due righe bianche, in cui l’elettore poteva scrivere il nome e il cognome del candidato da lui sostenuto (o dei candidati, a patto che votasse per candidati di genere diverso). Nello Stabilicum, invece, sotto al nome del capolista ci sono sei candidati (tre uomini e tre donne) con accanto una casella che l’elettore può barrare per indicare i propri preferiti (fino a un massimo di tre, purché siano di entrambi i generi).
È evidente, dunque, che la reintroduzione delle preferenze è piuttosto parziale. E il suo effetto è ancor più attenuato se si considera che, a parte il Partito Democratico e Fratelli d’Italia, e in minima parte il Movimento 5 Stelle, gli altri partiti non eleggeranno quasi nessun candidato con le preferenze.
Per i partiti che stanno sotto al 10-12 per cento sarà infatti difficile, con lo Stabilicum, eleggere direttamente più di una quarantina di deputati e più di venti senatori. Se si considera che il territorio nazionale è ripartito in 49 collegi per la Camera, e in 26 collegi per il Senato, è evidente che quasi tutti i partiti riusciranno a eleggere direttamente solo i propri capilista, che non sono tenuti a ottenere alcuna preferenza ma sono indicati dai partiti per garantire loro una campagna elettorale più agevole.
Guardando ai singoli partiti, il confronto con i seggi ottenuti nel 2022 con il Rosatellum mostra quanto pesi la scelta di FN. Alla Camera FdI salirebbe da 119 a 125 deputati con Futuro Nazionale nella coalizione, ma scenderebbe a 91 se FN corresse da sola. Forza Italia… pic.twitter.com/tJJaoXO1IY
— Youtrend (@you_trend) September 15, 2026
Per rendere meno distorsivo questo principio, nello Stabilicum sono stati inseriti dei correttivi. Il più evidente riguarda la possibilità delle pluricandidature: ci si potrà cioè candidare, anche nella posizione di capolista, in più collegi, fino a un massimo di cinque, ma si verrà effettivamente eletti solo in uno. Negli altri quattro, si produrrà un effetto trascinamento, e a essere eletto sarà dunque il candidato di quella lista che ha preso più preferenze. Se, per esempio, Elly Schlein o Giorgia Meloni si candideranno, com’è probabile, in cinque diverse zone, concorreranno a far eleggere quattro candidati che hanno concorso tramite le preferenze.
Ma anche con questo accorgimento, secondo le stime più credibili, il numero di parlamentari che verrebbero eletti per effetto delle preferenze è comunque ben inferiore alla metà: indicativamente, a seconda dei risultati che prenderanno i vari partiti potrà oscillare tra il 35 e il 45 per cento.
Nel dibattito politico di queste settimane ciascuno ha evidenziato i limiti o le virtù di questo sistema, a seconda delle convenienze di parte. Meloni, non a torto, ha rivendicato di essere stata l’unica a inserire le preferenze in una legge elettorale dopo oltre trent’anni, sempre che questa legge venga approvata alla Camera (in realtà anche Renzi lo aveva fatto, ma poi l’Italicum decadde per via della bocciatura da parte della Corte costituzionale).
Nel centrosinistra le hanno rinfacciato l’incoerenza rispetto al passato. Nel 2014, quando si discuteva l’Italicum, Meloni fece un veemente intervento alla Camera per chiedere di rimuovere il capolista bloccato e di introdurre delle preferenze dirette reali, senza correttivi. Ma ora lei sta realizzando una riforma che riproduce quello stesso sistema, e con attenuazioni perfino maggiori.
– Leggi anche: Cosa è successo in Senato sulle preferenze nella legge elettorale



