La nuova legge elettorale potrebbe ridurre drasticamente le donne in parlamento
Il meccanismo delle preferenze avvantaggia gli uomini da sempre, quello proposto dal governo rischia di farlo in modo clamoroso
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Martedì 15 settembre l’aula del Senato esprimerà il voto finale sulla riforma della legge elettorale, il cosiddetto Stabilicum, che poi dovrà tornare alla Camera per la terza e definitiva lettura, verosimilmente entro la prima settimana di ottobre. Rispetto alla versione approvata in prima istanza dalla Camera a metà luglio, già ampiamente rimaneggiata rispetto al disegno iniziale, il Senato ha apportato alcune significative modifiche, e tra queste ci sono le norme sulla rappresentanza di genere, quelle cioè per garantire un’adeguata presenza di donne in parlamento.
La legge elettorale attualmente in vigore, il Rosatellum, nel 2017 introdusse norme che obbligavano i partiti a presentare elenchi di candidati e candidate alternati per genere sulle liste elettorali, e a garantire che nessuno dei due generi fosse rappresentato per oltre il 60 per cento sia tra i candidati dei collegi uninominali, sia nelle posizioni di capolista dei listini proporzionali (cioè le posizioni in cui c’era più probabilità di essere eletti). Significa, in sostanza, che almeno nel 40 per cento delle posizioni privilegiate, o comunque tali da metterle nelle condizioni di concorrere seriamente per un seggio alla Camera o al Senato, ci devono essere donne (nel gergo politico, questo principio viene semplicemente chiamato «il 60/40»).
Anche in virtù di queste innovazioni, la rappresentanza femminile in parlamento, già cresciuta fino al 30 per cento nel 2013, è ulteriormente aumentata nelle due legislature seguenti: in quella attuale, col 33 per cento di donne tra Camera e Senato, e cioè 129 deputate e 71 senatrici (tra cui due senatrici a vita), per la prima volta il parlamento italiano ha superato la media dei 27 parlamenti dell’Unione Europea.

Il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli e la ministra per le Riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati, al Senato, il 14 settembre 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Il disegno di legge approvato dalla Camera a luglio annullava del tutto queste garanzie per le donne: era stata una richiesta avanzata dalla Lega, in particolare, e a cui Fratelli d’Italia s’era adeguato. Questo aveva senza dubbio contribuito ad alimentare il malcontento di tante deputate, anche di maggioranza, le quali erano state infine decisive nel votare, a scrutinio segreto, contro la reintroduzione parziale delle preferenze: la loro dissidenza era stata determinante per l’esito della votazione, da cui il governo era uscito clamorosamente sconfitto.
Anche per evitare che succedesse di nuovo, durante la discussione in Senato il governo ha deciso di reintrodurre alcune norme a tutela della rappresentanza femminile. Ma si tratta di correzioni parziali, che in effetti non sembrano prefigurare garanzie abbastanza solide per l’alternanza di genere.
La maggioranza ha previsto il principio del 60/40 solo nel listone del premio di maggioranza di tutta la coalizione. Lo Stabilicum funziona così, infatti: è un proporzionale puro, ma con un premio di maggioranza, anche detto di governabilità. La coalizione che arriva prima, superando almeno il 42 per cento dei consensi, ottiene 35 senatori e 70 deputati in più, così da avere la garanzia di una stabile maggioranza parlamentare. Significa dunque che il requisito minimo richiesto, per le coalizioni, è di inserire 28 donne nel listone per la Camera, e 14 in quello per il Senato.

Il modello della scheda elettorale che si utilizzerà per l’elezione della Camera se lo Stabilicum entrerà in vigore
Ma il sistema è più complesso di così. Lo Stabilicum prevede infatti il ritorno parziale alle preferenze, ma con i capilista bloccati. Vuol dire che, se la legge entrerà in vigore, si voterà con una scheda che accanto al simbolo di ciascuna lista, cioè di ciascun partito, avrà un nome scritto più grande in cima all’elenco: quello è il capolista, che sarà il primo a essere eletto in quel collegio (i collegi sono 49 per la Camera e 26 per il Senato).
Poi, più in piccolo, ci saranno 6 nomi, alternati secondo il genere, e accanto a ciascuno una casella: l’elettore potrà dunque indicare a chi dare la propria preferenza, barrando fino a 3 di quelle 6 caselle. Dovrà farlo però indicando candidati di entrambi i generi, altrimenti verrà considerata valida solo la preferenza espressa nei confronti del candidato, o della candidata, che si trova nel posto più alto della lista dei 6. Infine, in fondo alla scheda, ci saranno i nomi dei candidati inseriti nel listone del premio di maggioranza di coalizione: non tutti, ma solo i 6 che, in una ripartizione un po’ virtuale, verrebbero assegnati al collegio elettorale in questione.
Lo Stabilicum non prevede che ci sia un’alternanza di genere tra i capilista, cioè tra quelli che hanno le maggiori garanzie di essere eletti. E non disciplina la redistribuzione dei candidati inseriti nel listone nazionale sulla base delle varie circoscrizioni elettorali (una coalizione deve candidare almeno il 40 per cento di donne, ma poi non è detto che quella stessa proporzione venga rispettata in ogni singola circoscrizione).
Significa che in teoria in molti collegi potrebbero esserci schede elettorali che hanno in alto un uomo capolista, dunque nella posizione più ambita e in alcuni casi con la certezza di entrare in parlamento (almeno per i partiti medi e grandi, quelli che hanno grossomodo dal 7-8 per cento in su); e potrebbero esserci cinque o sei uomini anche tra i sei candidati nell’elenco in basso, quelli del listone del premio; e 3 donne su 6 nell’elenco dei candidati con le preferenze, senza però garanzia di essere elette, anzi con la quasi certezza di non farcela per tutti i partiti che non vanno oltre il 7-8 per cento.
I parlamentari di destra si sono premurati di rassicurare le donne dei loro partiti facendo notare un aspetto. Nello Stabilicum i candidati inseriti nel listone di maggioranza di coalizione devono obbligatoriamente essere indicati come capolista in almeno un collegio. Visto che nel listone c’è la regola del 60/40, allora inevitabilmente almeno 28 donne alla Camera e 14 al Senato saranno capolista per i vari partiti di questa o quella coalizione, e quindi con maggiori possibilità di elezione.
C’è tuttavia da considerare che, per i candidati eletti in posizione di capolista e presenti anche nel listone di maggioranza, il sistema prevede una sorta di scivolamento nel listone: vuol dire dunque che, a fronte di una donna eletta come capolista, non è affatto detto che ci sia poi una donna che ottiene il seggio tramite il premio di maggioranza, e anzi è statisticamente molto più probabile che tocchi a un uomo. Insomma, questo accorgimento assicura senz’altro maggiori tutele a un ristretto numero di parlamentari più influenti, ma non risolve il problema generale.
È abbastanza scontato, secondo previsioni condivise informalmente da un po’ tutti i partiti, che con questa nuova legge elettorale la rappresentanza femminile in parlamento è destinata a ridursi in modo sensibile, se non drastico. Le proiezioni parlano infatti di una sessantina, o al massimo una settantina, di elette alla Camera: grossomodo la metà della rappresentanza femminile attuale.
Del resto, già mesi fa i responsabili di Forza Italia che conducevano la trattativa sulla legge elettorale avevano elaborato una proiezione ancora più clamorosa: secondo i loro calcoli, dal 33 per cento attuale la presenza di donne in parlamento con la nuova legge si ridurrebbe a non più del 15 per cento. L’espediente del capolista potrebbe indurre a correggere al rialzo queste previsioni, ma si resterebbe comunque verosimilmente intorno al 20 per cento.

Elena Bonetti alla Camera, il 29 gennaio 2024 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Del resto il sistema delle preferenze, quando è privo di correttivi specifici, tende ad avvantaggiare gli uomini. Tradizionalmente, ad avere molte preferenze sono i politici che fanno attività da più anni, che hanno concorso a un numero maggiore di elezioni, che hanno avuto incarichi più prestigiosi, che da più tempo curano i rapporti con enti, associazioni, gruppi di potere. E in Italia, soprattutto nel centrosud, queste cose riescono molto più facilmente agli uomini che alle donne (e agli anziani, più che ai giovani): per decenni la politica è stata una prerogativa principalmente maschile, specie in certe aree del paese, e in parte è molto spesso ancora così.
Sulla base di queste considerazioni, a luglio la ex ministra Elena Bonetti, deputata di Azione di Carlo Calenda, aveva promosso un’iniziativa di protesta con una lettera sottoscritta da deputate di quasi tutti i partiti: Chiara Gribaudo e Luana Zanella, del PD e di AVS, nel centrosinistra; ma anche Isabella De Monte e Silvana Comaroli di Forza Italia e Lega. Le correzioni apportate al Senato hanno solo in minima parte rassicurato questo gruppo di deputate, alle quali poi si erano unite molte altre colleghe.



