Tornare a sfruttare l’acqua del Vajont è una mancanza di rispetto?

Per via di un nuovo progetto se lo stanno chiedendo politici e abitanti di Longarone, dove ci fu uno dei peggiori disastri della storia italiana

I soccorsi dopo il disastro e sullo sfondo la diga del Vajont (ANSA/OLDPIX)
I soccorsi dopo il disastro e sullo sfondo la diga del Vajont (ANSA/OLDPIX)
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Dopo mesi di discussioni e polemiche, mercoledì né il comune di Longarone né la provincia di Belluno hanno fatto ricorso contro il progetto di una centrale idroelettrica sotto la diga del Vajont, la stessa del disastro che nel 1963 uccise quasi duemila persone.

Nell’ultimo giorno disponibile si è opposta soltanto l’associazione “Vajont, il futuro della Memoria”, che da decenni si occupa di tramandare il ricordo del disastro. Politici e abitanti della valle sono combattuti fin da quando è stato presentato il progetto: c’è chi pensa che dopo oltre sessant’anni sia arrivato il tempo di tornare a sfruttare l’acqua del Vajont e chi invece considera questa iniziativa imprenditoriale una mancanza di rispetto, una cosa che farebbe dimenticare troppo in fretta le cause del disastro.

Il progetto è stato presentato lo scorso dicembre dalla società Welly Red, che vorrebbe costruire una centrale sul pendio a valle della diga, nel territorio del comune di Erto e Casso. L’idea è di utilizzare l’acqua del torrente Vajont scaricata sotto la diga attraverso una galleria, a sua volta collegata a un lago che si formò dopo la frana del 9 ottobre 1963, quando 270 milioni di metri cubi di roccia si staccarono dal versante settentrionale del monte Toc e precipitarono nel lago artificiale.

L’impatto con l’acqua provocò due onde gigantesche, che dopo un salto di alcune centinaia di metri si riversarono violentemente sulle valli circostanti, travolgendo persone e cose. Una delle due onde scavalcò la diga a ovest e si riversò sulla valle del Piave, soprattutto sul paese di Longarone, che in 4 minuti venne completamente distrutto. Fu uno dei più grandi disastri della storia d’Italia: morirono 1.910 persone.

Anni di indagini, ricerche, testimonianze hanno chiarito che il disastro non fu causato da una calamità naturale. Durante la costruzione della diga, terminata nel 1960, furono ignorati o minimizzati allarmi, analisi scientifiche e denunce sui rischi di frane, oltre alle proteste della popolazione locale. Pochi giorni prima della frana, quando si capì che di lì a poco un pezzo di montagna si sarebbe potuto staccare, non furono avvertiti i paesi della valle.

– Leggi anche: Il disastro del Vajont non fu una calamità naturale

Negli ultimi decenni ci sono stati diversi tentativi di recuperare almeno in parte la diga, rimasta inutilizzata dal 1963. Il primo risale addirittura al 1966, quando Enel propose di installare una centrale per ricavare energia dal lago residuo a monte della frana, più o meno come si vorrebbe fare ora. Altri progetti furono proposti negli anni Novanta e negli anni Duemila, ma si fermarono soprattutto per l’opposizione della politica locale e della popolazione: oltre a essere una sorta di monumento in ricordo delle vittime, la diga del Vajont è considerata un simbolo dei rischi legati alla ricerca del profitto a scapito della sicurezza.

Quest’ultimo progetto ha superato gli ostacoli anche perché è stato promosso dal comune di Erto e Casso, che si trova in Friuli Venezia Giulia, mentre Longarone è in Veneto, una regione dove la memoria del disastro è più sentita. Antonio Carrara, sindaco di Erto e Casso, la mette esclusivamente sul piano economico. Dice che al comune servono i soldi ricavati dai canoni idroelettrici e che nel 2026 non ci si può permettere di sprecare l’energia. «L’alternativa a quella centralina, oggi come oggi, passa per lo stretto di Hormuz», ha detto al quotidiano locale Il Gazzettino. «Le centrali idroelettriche lungo l’asta del Piave sfruttano da 60 anni l’acqua che esce dalla valle del Vajont e diventa elettricità da Soverzene in giù. I canoni idrici di quello sfruttamento se li prende tutti il Bellunese e a noi non viene riconosciuto nulla».

Negli ultimi mesi le parole di Carrara hanno avuto qualche effetto sulla posizione del comune di Longarone e della provincia di Belluno, non più così contraria come in passato. Alla fine di luglio il consiglio provinciale ha votato all’unanimità un ordine del giorno contro il progetto, ma poi la provincia non ha fatto ricorso. Nemmeno il comune di Longarone lo ha fatto, nonostante il sindaco Roberto Padrin definisse la diga «un luogo sacro, da rispettare».

L’associazione “Vajont, il futuro della Memoria” pensava di aggregarsi ai ricorsi delle istituzioni, invece si è ritrovata sola. L’associazione si è opposta all’esclusione del progetto dalla valutazione di impatto ambientale, una procedura che ha lo scopo di individuare eventuali rischi per l’ambiente, per la salute e per il benessere delle persone. Renato Migotti, a lungo presidente dell’associazione, dice di essere rimasto sorpreso del ripensamento di provincia e comune. «Volevamo rappresentare il sostegno della società civile a una presa di posizione politica, invece solo all’ultimo abbiamo capito che non avrebbero fatto ricorso. Hanno detto che si aggiungeranno in seguito, sostenendo il nostro ricorso al tribunale amministrativo, ma è una scelta debole dal punto di vista politico».

L’associazione non è contraria a qualsiasi tipo di progetto, ma solo a quelli che portano guadagni ai privati, come privati erano i guadagni che portarono a costruire la diga e a sottovalutare i rischi. Qualora invece si presentasse il progetto di una centralina che produce elettricità a beneficio esclusivo delle comunità locali non ci sarebbe la stessa opposizione. «È l’unica via accettabile», dice Migotti.

All’inizio di luglio Il Gazzettino ha intervistato Roberta Tedeschi, legale rappresentante di Welly Red, che ha provato a spiegare la bontà del progetto e gli studi fatti prima di presentarlo. «Lo sfruttamento della risorsa idrica a fini energetici, in sé e per sé, non è una questione di memoria», ha detto Tedeschi. Il giornale, nel titolo, ha definito la centrale un gioiello. «Non mettiamo in discussione la qualità del progetto», ha risposto l’associazione. «Ma anche la diga del Vajont era un gioiello quando è stata realizzata».