Le nuove cure e visite che si potranno fare con la sanità pubblica

O che si potrebbero fare, visto che il decreto che le prevede non stanzia soldi aggiuntivi per le Regioni

Un dipendente dell'ospedale Sacco, a Milano (Stefano Porta / LaPresse)
Un dipendente dell'ospedale Sacco, a Milano (Stefano Porta / LaPresse)
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Con un decreto del ministero della Salute, il governo ha aggiornato la lista delle prestazioni che si possono fare con la sanità pubblica, gratuitamente o tramite il pagamento del ticket. Ne sono state aggiunte circa 800 tra cure, visite e trattamenti che prima si potevano fare solo privatamente, a pagamento. Il decreto prevede che le Regioni debbano essere pronte a erogare queste nuove prestazioni a partire dal 30 ottobre.

Le prestazioni saranno fornite sia nelle strutture pubbliche che in quelle private convenzionate. Alcune Regioni già da anni avevano iniziato in autonomia a erogare alcune di queste gratuitamente o con un ticket, ma solo grazie a risorse proprie e senza il rimborso dello Stato (la sanità è competenza regionale).

Secondo il decreto le nuove prestazioni costeranno complessivamente 149,5 milioni di euro annui, ma non sono state stanziate nuove risorse apposite, imponendo quindi alle Regioni di riorganizzare in autonomia i propri bilanci sulla sanità. Si rischia quindi di aggravare la storica disuguaglianza dei sistemi sanitari regionali, e che le nuove prestazioni non siano poi davvero disponibili per chi ne ha bisogno.

In ogni caso, tra le novità più significative ci sono gli screening neonatali, cioè esami su neonati per verificare l’esistenza di patologie rare già dalle prime settimane di vita e permettere così un trattamento tempestivo. Tra questi ci sono i controlli per l’atrofia muscolare spinale (SMA), a cui si aggiungono esami per malattie genetiche e metaboliche. Prima della nascita si potrà fare con la sanità pubblica anche il NIPT, un test non invasivo sul DNA fetale che si esegue prelevando il sangue materno, e che serve a valutare la possibile presenza di anomalie nei cromosomi.

Saranno a carico del Servizio sanitario nazionale anche alcuni programmi di screening e sorveglianza oncologica, in particolare quelli per donne soggette al rischio ereditario. Sono inclusi gli esami per l’individuazione delle mutazioni nei geni BRCA1 e 2, cioè quelle collegate a un maggiore rischio di sviluppare certi tipi di tumore, tra cui quello alla mammella. Le donne risultate positive potranno poi accedere a un percorso di sorveglianza.

Sono state aumentate le prestazioni legate ai disturbi dell’alimentazione. In particolare sono previsti cicli di psicoterapia individuale e collettiva, per un massimo di venti sedute cumulate all’anno.

Sono state inserite nuove patologie nell’elenco delle malattie rare, il che significa che le persone affette otterranno l’esenzione automatica dal pagamento delle cure necessarie: tra queste ci sono le encefalopatie di sviluppo ed epilettiche, la malattia di Kawasaki (solo per alcune classi di rischio) e la sindrome sistemica da aumentata permeabilità capillare. Il decreto aggiorna anche le prestazioni dovute in esenzione per alcune patologie croniche, tra cui l’asma grave, le malattie al fegato e il morbo di Crohn.

Questo aggiornamento sblocca una situazione complicata e ferma da anni sui cosiddetti livelli essenziali di assistenza (LEA), cioè la lista di prestazioni mediche che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a erogare obbligatoriamente ai residenti in tutte le Regioni, gratuitamente o col ticket. L’ultimo aggiornamento risaliva al 2017, ma per anni i governi ne avevano rimandato l’effettiva entrata in vigore per mancanza di soldi.

(Alessandro Bremec/LaPresse)

A fine del 2024 il governo aveva trovato un accordo con le Regioni – che sono poi quelle che devono adeguare i propri sistemi sanitari – per lo stanziamento di 550 milioni di euro aggiuntivi all’anno con l’obiettivo di erogare le prestazioni nuove, quelle previste nel 2017 e molte altre che si erano aggiunte nel frattempo: tra queste c’erano anche quelle molto attese per la procreazione medicalmente assistita, che prevede una serie di trattamenti per il concepimento e che risulta ancora di difficile accesso in molte parti d’Italia, per i suoi costi ma anche per le poche strutture a disposizione.

Da gennaio del 2025 le Regioni si sarebbero dovute adeguare, ma ci sono stati altri rallentamenti.

In particolare c’erano problemi sulle cosiddette tariffe delle prestazioni, cioè la cifra che lo Stato dà alle Regioni per rimborsare il singolo servizio, per esempio gli esami del sangue o una radiografia: se spendono di più dovranno destinare risorse proprie a coprire la differenza. Le tariffe sono anche il rimborso che spetta alle strutture private convenzionate, che avevano ritenuto troppo basse quelle previste nell’accordo del 2024. Alcune associazioni di categoria dei laboratori d’analisi e delle cliniche private convenzionate avevano fatto ricorso al TAR del Lazio, il tribunale di primo grado per la giustizia amministrativa. Il ricorso, che era stato poi vinto dalle associazioni, aveva bloccato tutto.

Il governo aveva quindi riaperto le discussioni con le associazioni e le Regioni, e da agosto ha introdotto un nuovo tariffario. Con quest’ultimo decreto sono poi state aggiornate le liste delle prestazioni con le 800 menzionate sopra, a cui si aggiungono tutte le prestazioni accumulate negli anni che per le lungaggini non erano mai diventate effettivamente disponibili.