(Christopher Furlong/ Getty Images)
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  • domenica 28 Febbraio 2021

Perché in Italia la procreazione assistita è così indietro

La legge del 2004 che la regola prevede ancora molti limiti, nonostante le modifiche negli anni, e donare non è incentivato

di Susanna Baggio
(Christopher Furlong/ Getty Images)

Nel dicembre del 2020, a 35 anni dall’ultima volta, in Campania è nata la prima bambina concepita mediante fecondazione eterologa, uno dei principali trattamenti di procreazione medicalmente assistita, che prevede l’utilizzo degli ovuli o degli spermatozoi (gameti) donati da una terza persona. In Italia questa procedura è stata vietata nelle strutture pubbliche dal 1985 e anche in quelle private dal 2004 al 2014, e ancora oggi l’accesso a molti trattamenti non è aperto a tutte. Le diverse limitazioni della legge che norma questi trattamenti comportano tra le altre cose che ci siano pochissimi donatori di gameti: nonostante la richiesta dei trattamenti sia crescente, l’Italia è ancora molto indietro, con alcune notevoli conseguenze.

Le varie tecniche per la fecondazione artificiale o assistita sono rivolte alle coppie eterosessuali che non riescono ad avere figli in maniera naturale per ragioni fisiologiche. L’Organizzazione Mondiale della Sanità considera l’infertilità come una patologia: in Italia riguarda circa il 15 per cento delle coppie, ma è un argomento di cui si parla ancora poco e su cui spesso mancano sia la consapevolezza, sia un’adeguata informazione. Per capire come mai la donazione in Italia sia ancora poco diffusa bisogna prima fare un passo indietro e capire in cosa consistono i trattamenti di procreazione medicalmente assistita (PMA) e il contesto legislativo che li norma.

La procreazione medicalmente assistita 
Attualmente in Italia ci sono circa 350 centri che si occupano di procreazione medicalmente assistita. Queste strutture, sia pubbliche che private, svolgono diversi trattamenti, che vanno dall’inseminazione intrauterina (tecniche di I livello) alla fecondazione in vitro e comprendono anche altre procedure più sofisticate, come il prelievo chirurgico degli spermatozoi (tecniche di II e III livello).

I trattamenti di PMA richiedono un’attenta preparazione e solitamente prevedono diversi cicli. Nel caso dell’inseminazione artificiale, la procedura che siamo abituati a immaginare quando pensiamo alla “donazione del seme”, lo sperma del partner, fresco o scongelato, viene collocato nell’utero della paziente che chiede di essere sottoposta al trattamento. Nel caso della fecondazione eterologa, si utilizza lo sperma di un donatore, oppure gli ovociti donati da una donna vengono fecondati con lo sperma del partner della paziente e poi l’embrione viene trasferito nel suo utero; è anche possibile impiantare nell’utero gli ovociti donati da una donna dopo averli fecondati con lo sperma a sua volta donato.

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In Italia non tutti possono accedere a questi trattamenti, né donare i propri gameti. Per esempio, per donare bisogna avere tra i 18 e i 40 anni ed essere in buone condizioni di salute fisica e mentale. I gameti donati vengono sottoposti a rigorosi test e prove genetiche per accertare l’assenza di infezioni e malattie genetiche, e per questo spesso le regioni o i singoli centri di PMA applicano ulteriori restrizioni sull’età e i requisiti di chi dona. In Italia attualmente da ogni donatore di seme non possono risultare più di 10 gravidanze, ma rispetto a paesi come Stati Uniti, Danimarca o Spagna le norme sono molto più stringenti, e questo ha una serie di conseguenze molto importanti su chi desidera avere un figlio attraverso questi trattamenti.

Cosa dice la legge italiana
La legge che disciplina i trattamenti di PMA in Italia è la numero 40 del 2004, che concluse il suo iter in Parlamento l’11 dicembre del 2003 durante il governo Berlusconi ed entrò in vigore l’anno successivo. La legge 40 prevede che il ricorso alla PMA sia «consentito qualora non vi siano altri metodi terapeutici efficaci per rimuovere le cause di sterilità o infertilità», e all’articolo 5 specifica che possono accedere a queste tecniche soltanto «coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi». La legge impedisce pertanto l’accesso alle procedure di procreazione assistita alle coppie omosessuali, alle donne single e alle vedove.

Negli anni successivi alla sua emanazione la legge 40/04 fu smontata in numerose sue parti. Inizialmente infatti prevedeva il divieto di fecondazione eterologa (in precedenza consentita nelle cliniche private) e permetteva soltanto quella omologa, in cui vengono utilizzati ovociti e spermatozoi provenienti dalla coppia stessa. Nel 2014 la sentenza 162 della Corte Costituzionale dichiarò illegittimo il divieto di fecondazione eterologa, ammettendo anche, qualora necessario, la doppia donazione dei gameti.

Come ha spiegato l’avvocata Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, che si occupa del riconoscimento della libertà per la ricerca scientifica e delle libertà civili, a poco a poco la Corte Costituzionale ha cancellato anche altri divieti imposti dalla legge 40/04. Quello della diagnosi pre-impianto, che permette di individuare la presenza di anomalie cromosomiche o patologie genetiche nei gameti; quello sull’obbligo di impiantare al massimo tre embrioni; e soprattutto il divieto dell’accesso ai trattamenti di fecondazione assistita per le coppie fertili che però sono portatrici di patologie genetiche o virali. Le stringenti limitazioni iniziali, nonostante il percorso che l’ha resa più permissiva, sono uno dei motivi principali per cui in Italia la donazione del seme o degli ovuli è in ritardo rispetto ad altri paesi occidentali.

(AP Photo/Sang Tan, File)

Grande richiesta ma poca conoscenza
Da quando in Italia è diventato possibile accedere alla fecondazione eterologa la richiesta ha comprensibilmente iniziato ad aumentare: prima, infatti, molte persone erano costrette a rivolgersi a cliniche estere per ricevere trattamenti a cui in Italia non era possibile accedere. Per dare l’idea, secondo i dati della Relazione del ministero della Sanità al Parlamento del 2017 sull’applicazione della legge 40/04, la prima a contenere i dati sulla fecondazione eterologa, questa tecnica era stata «determinante per l’aumento dei nati vivi con PMA» rispetto all’anno precedente. Considerando solo i nati con la fecondazione omologa, nel 2016 si era registrato un piccolo calo rispetto al 2015: i bambini nati con fecondazione eterologa erano invece saliti da 601 a 1.457, arrivando a 1.737 l’anno dopo. Una crescita di quasi il 200% nel giro di tre anni.

Luca Gianaroli, direttore scientifico di SISMER, una struttura che opera nel campo dell’infertilità dal 1994 e ha la sua sede principale a Bologna, spiega che l’aumento delle richieste di trattamenti è strettamente legato al fatto che l’età media delle donne che desiderano una gravidanza – attualmente 35,6 anni – sia in aumento. Secondo Gianaroli, infatti, «è cambiata la popolazione» più che l’attitudine.

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Uno degli aspetti per cui secondo Gianaroli in Italia «c’è poca cultura della donazione» è la poca informazione, unita alla scarsa consapevolezza delle cause dell’infertilità.

Tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015, dopo la cancellazione del divieto di fecondazione eterologa, SISMER aveva svolto un’indagine su un campione di 200 donne utenti della Biblioteca Universitaria di Bologna, sia studenti che docenti, tra i 18 e i 34 anni. La maggior parte delle intervistate aveva detto di conoscere le varie tecniche di PMA, ma meno della metà di loro sapeva che era possibile donare o crioconservare i propri gameti per un uso futuro: solo la metà delle intervistate, inoltre, aveva detto di conoscere le principali cause di infertilità, come l’età.

Gianaroli ha spiegato che gli ovociti sono molto più delicati degli spermatozoi e che in percentuale sono molto più richiesti, circa cinque volte tanto rispetto allo sperma. Molte donne però non sanno quali siano i comportamenti nocivi che possono influire sulla loro sterilità, per esempio il fumo, che oltre ad aumentare il rischio di sviluppare un tumore può anche anticipare la menopausa, in media di 2 anni.

La grande disparità nell’accesso ai servizi
Un altro dei motivi per cui la donazione esercita ancora poca attrattiva è che la Legge 40 vieta la commercializzazione di gameti o di embrioni. La donazione infatti deve essere un gesto volontario e altruista, e questo significa che in Italia non è previsto alcun compenso per chi dona.

Per questa ragione in Italia ci sono pochissimi donatori rispetto a paesi come la Danimarca o il Regno Unito, dove chi dona il proprio seme può essere pagato o almeno ricevere un rimborso per coprire le spese del viaggio o dell’eventuale assenza dal lavoro, per sottoporsi agli esami necessari. Dai dati del Registro nazionale sulla procreazione medicalmente assistita, compilato dall’Istituto Superiore di Sanità, si nota che in quasi 9 casi su 10 in Italia viene utilizzato seme proveniente da banche estere.

Secondo la responsabile del Centro PMA IVI Roma Daniela Galliano, le limitazioni della legge 40/04 comportano tutta un’altra serie di problemi, disparità e mancanza di tutele.

Galliano ha notato che da quando è iniziata la pandemia la richiesta di trattamenti è aumentata, ma in parecchi casi si è trattato di donne single o di coppie omosessuali, che in Italia non possono accedere ai trattamenti. Secondo Galliano questa è una «grande ingiustizia» perché da un lato in Italia «ci si lamenta del turismo riproduttivo e dall’altro la legge lo fomenta».

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Le donne che non possono accedere ai trattamenti di PMA in Italia quindi devono nuovamente rivolgersi a paesi esteri, come la Spagna, dove le procedure sono aperte a tutte, indipendentemente dallo stato civile e dall’orientamento sessuale; e poi portano a termine la gravidanza in Italia. Per le coppie omosessuali, però, nel nostro paese rimane il problema dei diritti del bambino, che secondo la legge è figlio soltanto della donna che lo ha partorito. Allo stesso tempo, tra le spese per i trattamenti e quelle per il viaggio e l’alloggio all’estero, si può arrivare a spendere anche qualche decina di migliaia di euro, una cosa che rende l’accesso a questi trattamenti elitario.

Un altro grosso problema, secondo Galliano, è che le limitazioni della legge potrebbero far aumentare il rischio che le donne cerchino metodi alternativi, rivolgendosi per esempio a uomini che dicono di voler donare il proprio seme online e talvolta offrono anche rapporti sessuali. Con questi metodi “clandestini”, che sollevano peraltro notevoli questioni etiche, mancano però tutte le verifiche che invece vengono fatte nelle cliniche di PMA, dove le donne sono tutelate sia dal punto di vista medico che da quello legale, dice Galliano. Quanto ai controlli incrociati tra le cliniche, che permettono di tenere traccia dei gameti donati, compresi i campioni provenienti dall’estero, esistono sia registri regionali che un registro nazionale; secondo Galliano, però, le procedure di questi registri potrebbero essere migliorate.

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Dove e come si può cambiare?
Secondo Gianaroli negli ultimi anni le resistenze politiche nei confronti delle restrizioni della legge 40/04 sono un po’ calate, ma allo stesso tempo ci sono ancora numerosi ostacoli dal punto di vista politico e legislativo, per i quali talvolta ha sollecitato un intervento anche la Corte Costituzionale. Per esempio, nelle banche del seme sono conservati migliaia di campioni inutilizzati, o perché sono inadeguati, o perché le coppie hanno deciso di interrompere i trattamenti: questi campioni potrebbero essere impiegati in maniera efficace nella ricerca scientifica, per esempio per lo studio del diabete, ma la cosa in Italia è vietata dalla legge.

Gallo spiega che tra le altre cose l’Associazione Coscioni si sta battendo perché l’accesso alle tecniche di maternità surrogata sia esteso alle donne che hanno patologie che impediscono la gravidanza, anche perché «le tecnologie che ci aiutano esistono», mentre troppo spesso le coppie rinunciano a procedere per i troppi ostacoli. Da questo punto di vista, secondo Gallo c’è una «frattura tra la politica e i diritti dei cittadini», perché se da un lato alcuni divieti della legge 40/04 sono stati cancellati, dall’altro «la politica non rende accessibile la piena erogazione dei trattamenti su tutto il territorio».

Nel 2017, dopo l’abolizione del divieto di fecondazione eterologa, i trattamenti di PMA sono stati inseriti tra i Livelli essenziali di assistenza presso le strutture pubbliche. Gallo ha spiegato che regioni come Lombardia e Toscana lavorano piuttosto bene. Sia lei che Gianaroli concordano invece sul fatto che le situazioni più problematiche siano nelle regioni del sud Italia, dove molte coppie hanno la tendenza a richiedere trattamenti al di fuori della propria regione anche per il timore di possibili violazioni della privacy. Inoltre, non tutte le regioni forniscono le stesse prestazioni di PMA presso le strutture pubbliche, perché spesso mancano gli adempimenti regionali che recepiscono le modifiche alla legge, e questo comporta anche che non tutti possano accedere ai trattamenti al di fuori della propria regione nelle strutture pubbliche.

La nascita in Campania di una bambina concepita con la fecondazione eterologa in una struttura pubblica è una storia di successo, secondo Gallo: dopo una diffida per i mancati adempimenti sulla procreazione medicalmente assistita, la Regione aveva dimostrato la «volontà politica» di predisporre gli aggiornamenti necessari per adeguarsi alle leggi nazionali. I genitori hanno scelto di chiamarla Gioia.