Quanto deve essere flessibile la “neutralità flessibile” della Svizzera?
Lo si decide domenica con un referendum, dopo anni a discutere se sia stato giusto o no partecipare alle sanzioni contro la Russia
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Domenica in Svizzera c’è un referendum sulla neutralità. O meglio, sull’accezione della storica neutralità del paese, dato che entrambi gli schieramenti politici dicono di volerla preservare: uno lasciandola com’è, l’altro rendendola ancora più vincolante. I sondaggi danno in vantaggio il primo schieramento, quello del “No”.
Il referendum è stato promosso dal partito euroscettico e nazionalista Unione Democratica di Centro (UDC), che aveva vinto le ultime elezioni e aveva proposto anche il referendum per limitare la popolazione a 10 milioni di persone bocciato a giugno. La proposta è modificare la Costituzione per irrigidire le condizioni della neutralità, già inserita dal 1848 e riconosciuta a livello internazionale almeno dall’età napoleonica, quando alle altre potenze europee faceva comodo uno stato “cuscinetto” tra loro.
La proposta è definire perenne la neutralità e vietare alla Svizzera sia di aderire ad alleanze militari come la NATO, salvo in caso d’invasione, sia di imporre sanzioni a paesi in guerra, con l’eccezione di quelle autorizzate dalle Nazioni Unite. L’ultimo punto è un po’ il centro del dibattito e fa capire perché, nella campagna referendaria, i promotori abbiano usato lo slogan «No alla guerra».
La ragione è che nel 2022, dopo alcuni tentennamenti, la Svizzera si è unita alle sanzioni dell’Unione Europea alla Russia per l’invasione dell’Ucraina. Secondo l’UDC e l’area politica che sostiene il referendum, è stato un precedente pericoloso e uno scostamento dalla neutralità autentica, da non ripetere.

Soldati svizzeri durante un’esercitazione coi droni a Elm, il 18 maggio (EPA/GIAN EHRENZELLER)
«Abbiamo danneggiato la neutralità con quelle sanzioni europee. Ora la Russia pensa che siamo parte della guerra», ha detto il leader dell’UDC, l’85enne Christoph Blocher, che negli anni si è opposto persino all’ingresso della Svizzera nelle Nazioni Unite, avvenuto solo nel 2002.
Il criterio di limitare le sanzioni a quelle delle Nazioni Unite, indicato nella proposta di modifica della Costituzione, è molto restrittivo: le sanzioni vengono emesse dal Consiglio di Sicurezza, che annovera Russia, Stati Uniti e Cina tra i cinque membri permanenti e con potere di veto. Se il referendum passasse, insomma, sarebbe inverosimile per la Svizzera aderire a sanzioni internazionali.
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In tutto questo, la Russia non è una spettatrice disinteressata. Prima che la Svizzera aderisse alle sanzioni, le contrattazioni per due terzi delle sue vendite di petrolio all’estero avvenivano a Ginevra (poi si sono spostate su Dubai e Mosca). Inoltre la Svizzera ha congelato beni per 7,4 miliardi di euro a persone e aziende russe, anche se è una piccola parte dei 213 miliardi di beni russi stimati in Svizzera prima della guerra.
Ad agosto tra l’altro c’è stato un inconsueto intervento di Maria Zakharova, la portavoce del ministero degli Esteri russo, sulla Neue Zürcher Zeitung, uno dei principali giornali svizzeri. Zakharova ha sostenuto la retorica dell’UDC scrivendo che «da un punto di vista legale la “neutralità flessibile” significa una totale assenza di neutralità».

Una bandiera svizzera fuori dal palazzo della Commissione europea a Bruxelles durante un incontro negoziale di marzo 2026 (EPA/OLIVIER MATTHYS)
La “neutralità flessibile” è l’attuale approccio diplomatico svizzero, ossia ammettere che ci siano questioni morali e di principio su cui è possibile derogare, come per le sanzioni per l’invasione dell’Ucraina.
«La neutralità viene sempre applicata con un certo grado di flessibilità», ha risposto il ministro degli Esteri svizzero Ignazio Cassis, secondo cui «neutralità non significa indifferenza». Il ministro e lo schieramento contrario al referendum hanno citato episodi negativi del passato nazionale: per esempio quando, in nome della neutralità, la Svizzera non partecipò alle sanzioni al Sudafrica che praticava l’apartheid.
Secondo i contrari al referendum, irrigidire la neutralità darebbe anche meno strumenti negoziali al governo in un contesto internazionale sempre meno basato sul diritto. La Svizzera se n’è accorta quando aveva cercato di farsi ridurre gli elevatissimi dazi statunitensi con la diplomazia convenzionale, e ci era riuscita solo quando aveva giocato secondo le regole del presidente Donald Trump, tra le altre cose lusingandolo con regalìe.
Come detto, i sondaggi danno i contrari in vantaggio tra il 63 e il 68 per cento; con i favorevoli indietro, tra il 31 e il 34 per cento. Domenica c’è anche un secondo referendum, meno discusso, per rafforzare l’autonomia alimentare, e ci si aspetta che venga bocciato anche quello.
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