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  • Mercoledì 23 settembre 2026

Trump si sta dando da fare all’Assemblea generale dell’ONU

Ha incontrato Volodymyr Zelensky e Delcy Rodríguez e ha minacciato di nuovo di «annientare» l'Iran, tra le altre cose

Donald Trump raggiunge il podio prima del discorso all'assemblea generale delle Nazioni Unite, il 22 settembre a New York
Donald Trump raggiunge il podio prima del discorso all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 22 settembre a New York (AP Photo/Yuki Iwamura)
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Nel primo giorno dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, martedì, il presidente statunitense Donald Trump è stato piuttosto attivo. Ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e la presidente venezuelana Delcy Rodríguez, ha firmato un atteso accordo sulla Groenlandia, ha minacciato il regime iraniano e nonostante questo c’è stato il primo incontro da mesi tra una delegazione statunitense e una iraniana.

Andiamo con ordine. Durante l’incontro con Trump, Zelensky ha detto che spera la guerra in Ucraina possa finire «prima dell’inverno» con l’aiuto dell’amministrazione statunitense. Trump ha sostenuto che il presidente russo Vladimir Putin sia disposto a incontrare Zelensky: è una cosa che ha già detto altre volte in passato, senza che poi se ne sia fatto niente.

Trump ha insistito sulla tesi, anche questa non nuova, che Putin voglia la fine della guerra. Non ci sono elementi per dirlo, anzi: si parla con insistenza della possibilità che la Russia stia preparando una nuova mobilitazione di soldati da mandare in Ucraina e un aumento di attacchi ibridi contro l’Europa.

Per Zelensky era importante soprattutto tenere Trump dalla sua parte e non indispettirlo, come successo in passato. Ha detto di non aver potuto accogliere una richiesta di Trump, che una decina di giorni fa aveva dato per fatto un accordo tra Russia e Ucraina per sospendere gli attacchi alle rispettive infrastrutture energetiche, sostenendo di non poter smettere di rispondere agli attacchi russi: «Credetemi, se non rispondessimo, non saremmo qui oggi». Mercoledì a New York è previsto un incontro tra il segretario di Stato statunitense Marco Rubio e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov.

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Nel suo discorso all’Assemblea generale, durato circa mezz’ora, Trump ha minacciato di «annientare» l’Iran se il regime continuerà a non accettare le sue condizioni. Sono toni che ricordano un messaggio su Truth dello scorso aprile, nel pieno della guerra in Medio Oriente, in cui Trump aveva scritto che la civiltà iraniana «morirà stanotte» se il regime non lo avesse assecondato. Questa tattica, finalizzata a mettere pressione sui negoziati impantanati da mesi, finora non ha funzionato. Peraltro lo statuto dell’ONU, che fu scritto su impulso degli Stati Uniti dopo la fine della Seconda guerra mondiale, vieta minacce tra gli stati membri.

Mentre Trump minacciava il paese, sempre nella sede dell’ONU c’è stato il primo incontro da giugno tra una delegazione statunitense, composta dagli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, e una iraniana, guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Trump ha sostenuto sia stato positivo, ma non si sa se abbia portato a un qualche progresso. Peraltro, Araghchi aveva chiesto e ottenuto una scorta dal governo statunitense durante l’Assemblea generale.

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In un altro passaggio del discorso Trump ha minacciato Cuba, definendola un «paese fallito» e dicendo che il regime comunista che governa l’isola «cadrà». Da mesi Trump sta facendo pressioni economiche sul regime, per esempio bloccando tutte le forniture di petrolio e complicando una situazione sociale e umanitaria già molto precaria. Dopo le minacce, la delegazione cubana all’ONU ha lasciato la stanza.

Trump ha detto anche «al vincitore spetta il bottino», riferendosi al petrolio venezuelano di cui gli Stati Uniti hanno ottenuto la gestione di circa un quinto delle riserve. Nella notte italiana tra martedì e mercoledì Trump ha incontrato per la prima volta la presidente venezuelana Delcy Rodríguez, entrata in carica dopo l’operazione militare con cui gli Stati Uniti hanno rimosso il suo predecessore Nicolás Maduro, e che dipende dagli Stati Uniti praticamente per tutto.

Rodríguez ha diffuso una foto con Trump, con toni entusiastici, ma è risultato evidente il rapporto subalterno tra i due. Anche a Rodríguez occorre tenersi buono Trump: usa l’appoggio statunitense per legittimarsi, ma soprattutto le interessa che gli Stati Uniti continuino a impedire alla leader dell’opposizione María Corina Machado di tornare in Venezuela e non mettano pressione al regime affinché convochi nuove elezioni.

Rodríguez aveva detto di essere arrivata negli Stati Uniti «a testa alta», ma è stata derisa dall’opposizione perché ha assistito impassibile quando Trump nel discorso ha definito Nicolás Maduro un «dittatore criminale». In Venezuela Rodríguez era la vice di Maduro: nei fatti l’ha scaricato, ma non può ammetterlo perché lui resta popolare per una parte del movimento politico a cui appartengono entrambi. Da gennaio Maduro è in un carcere di Brooklyn, a una ventina di minuti d’auto dalla sede delle Nazioni Unite.

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Infine, c’è stata la firma dell’accordo tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia, l’enorme isola che fa parte del Regno di Danimarca e che da mesi Trump minaccia di acquistare, annettere e controllare. L’accordo espande effettivamente le prerogative degli Stati Uniti sulla Groenlandia: non ha data di scadenza, prevede due nuove basi militari ed esplicita una totale libertà di movimento per le forze militari statunitensi. Vieta anche che i paesi che non fanno parte della NATO – soprattutto la Russia e la Cina – possano avere accesso a risorse strategiche dell’isola senza l’autorizzazione statunitense. È distante però dal controllo o dall’annessione della Groenlandia che Trump aveva prospettato in passato, e ribadisce anzi l’integrità territoriale e la sovranità dell’isola.