Trump si sta allontanando dall’Arabia Saudita nel momento peggiore
A lungo i due paesi hanno consolidato l'alleanza con investimenti e visite reciproche; poi è iniziata la guerra in Iran e sono tornati gli Houthi
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Gli Stati Uniti stanno lasciando l’Arabia Saudita senza sostegno militare in un momento molto difficile: il paese è attaccato dall’Iran e dal gruppo yemenita degli Houthi, e le sue esportazioni di petrolio sono molto ridotte perché l’Iran sta bloccando lo stretto di Hormuz (nel golfo Persico) e gli Houthi quello di Bab el Mandeb (nel mar Rosso).
Secondo vari funzionari statunitensi, rimasti anonimi e citati dal New York Times, la scorsa settimana il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha chiamato il presidente statunitense Donald Trump ribadendogli la sua richiesta di un sostegno militare contro gli Houthi. Trump prima ha ceduto, allertando le forze armate perché si preparassero a una serie di bombardamenti. Poi domenica, quando gli aerei erano quasi pronti a partire, ci ha ripensato. Bin Salman e l’Arabia Saudita sono quindi stati lasciati senza sostegno militare da parte di un loro stretto alleato: è un segno evidente di come i rapporti si stiano raffreddando.
Trump non vuole aprire un nuovo fronte di guerra, ma questo rifiuto rischia di mettere in crisi un rapporto su cui la famiglia regnante dell’Arabia Saudita aveva investito molto, sia politicamente sia, e soprattutto, economicamente. Fin dal primo mandato presidenziale di Trump (2017-2021) bin Salman – noto anche come MBS, usando le iniziali – ha fatto parecchi accordi economici con gli Stati Uniti, che perlopiù prevedono investimenti e acquisti sauditi. Il fondo sovrano saudita ha finanziato direttamente varie attività imprenditoriali legate alla famiglia Trump.
Nonostante le violazioni dei diritti umani e delle più basilari libertà democratiche nel paese, questo ha garantito alla monarchia saudita un rapporto privilegiato con l’amministrazione statunitense. Poi la guerra in Iran ha complicato tutto, e gli interessi sauditi si sono allontanati da quelli americani.
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Trump e bin Salman osservano uno stormo di F-35 e F-15 a Washington, il 18 novembre 2025 (AP Photo/Evan Vucci)
L’Arabia Saudita è uno dei principali alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente da decenni, quindi ben prima dell’arrivo al potere di Trump e di bin Salman. Con loro però le relazioni hanno fatto un salto di qualità: per esempio Trump scelse l’Arabia Saudita come destinazione della sua prima visita ufficiale sia all’inizio del primo mandato (2017) sia del secondo (2025), cosa che solitamente è ritenuta un grande onore.
Bin Salman era diventato leader del paese proprio nel 2017 e nella primavera del 2018 era stato per tre settimane in visita negli Stati Uniti, per incontrare Trump e per presentare a imprenditori e diplomatici il suo progetto di aprire al mondo la monarchia, fino ad allora caratterizzata da un approccio conservatore e da un’interpretazione molto rigida dell’Islam. Quelle riforme però non prevedevano libertà democratiche. Nell’autunno dello stesso anno l’omicidio del giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi, avvenuto nel consolato saudita di Istanbul, fu una prova dei metodi estremi utilizzati dalla monarchia per reprimere il dissenso.
L’amministrazione Trump non ruppe le relazioni con bin Salman nemmeno quando la CIA individuò il principe ereditario come mandante dell’omicidio di Khashoggi. Trump mise anche il veto ad alcune risoluzioni del Congresso che bloccavano la vendita di armi all’Arabia Saudita, che in quegli anni stava partecipando a una sanguinosa guerra civile in Yemen, ponendosi contro gli Houthi e a sostegno del governo centrale yemenita.
Nel 2020 il Democratico Joe Biden vinse le elezioni presidenziali negli Stati Uniti: iniziò il suo mandato con un approccio molto duro nei confronti del regime saudita, che poi di fatto si rimangiò nel 2022 nel tentativo di fare un accordo per far scendere i prezzi del petrolio.
A partire dal 2021, il fondo sovrano saudita PIF investì due miliardi di dollari nel neonato fondo Affinity Partners di Jared Kushner, genero di Trump e suo inviato negoziatore: l’investimento costituiva gran parte del patrimonio di partenza e fu sostenuto personalmente da bin Salman, nonostante i dubbi nel consiglio di amministrazione del PIF. I rapporti commerciali tra la monarchia e le aziende della famiglia Trump si sono estesi negli anni. Per esempio alcune tappe della lega di golf LIV, finanziata dal PIF, sono state ospitate sui campi di Trump, con ritorni economici e di immagine importanti. In Arabia Saudita vari progetti immobiliari – due grattacieli e un resort, fra gli altri – useranno il marchio Trump.
Quando Trump è tornato presidente, a questi affari privati tra la sua famiglia e la monarchia si sono aggiunti quelli istituzionali, con possibili conflitti di interesse gestiti in modo piuttosto spudorato. A maggio del 2025, durante una visita di Trump in Arabia Saudita, arrivarono promesse di investimenti sauditi per 600 miliardi di dollari, che a novembre salirono a mille miliardi quando bin Salman fu ricevuto con tutti gli onori alla Casa Bianca.
Non è chiaro quante di quelle promesse di investimenti si concretizzeranno davvero, ma allora il principe saudita ricevette una sorta di assoluzione diplomatica da Trump per l’omicidio di Khashoggi: Trump disse che «le cose succedono» e che bin Salman «non ne sapeva niente», contraddicendo il rapporto della CIA.
– Leggi anche: Bin Salman è stato molto, molto benvenuto a Washington

L’incontro nello Studio Ovale della Casa Bianca del 18 novembre 2025 (AP Photo/Evan Vucci)
Trump promise anche la vendita di jet da guerra F-35, i modelli più avanzati in dotazione alle forze armate statunitensi: la sua amministrazione ha approvato la scorsa settimana la vendita di 48 aerei F-35, per oltre 24 miliardi di dollari, che dovrà però essere confermata dal Congresso.
Nonostante le vendite di armi siano proseguite e aumentate, i rapporti fra Stati Uniti e Arabia Saudita si sono complicati nell’ultimo anno. Bin Salman era contrario agli attacchi statunitensi e israeliani sull’Iran: a febbraio, prima che iniziassero, cercò di convincere Trump a procedere per via diplomatica per evitare che la guerra destabilizzasse l’intera regione, come poi è accaduto.
Quando gli Stati Uniti hanno comunque attaccato l’Iran, bin Salman ha cambiato approccio: ha iniziato a incitare Trump a rovesciare il regime iraniano, per evitare che questo in futuro possa danneggiare l’Arabia Saudita e le sue esportazioni di petrolio. Nel corso della guerra gli interessi di Stati Uniti e Arabia Saudita sono diventati sempre più distanti: l’Iran ha colpito più volte l’Arabia Saudita, come ritorsione per gli attacchi statunitensi, e bin Salman ha dovuto fare i conti con un alleato (Trump) che non poteva più considerare affidabile.

Un pellegrino sciita brucia un’immagine di Trump, Bin Salman e Benjamin Netanyahu durante una processione a Karbala, in Iraq, il 1 agosto 2026 (Meghdad Madadi ATPImages/Getty Images)
Anche Trump si è più volte spazientito con bin Salman nel corso degli anni: tra le altre cose ha sempre chiesto all’Arabia Saudita di aderire agli Accordi di Abramo, mediati dalla prima amministrazione Trump e con cui alcuni paesi arabi hanno normalizzato i loro rapporti con Israele. La monarchia saudita non ha mai accettato.
Il momento di maggiore tensione è arrivato a maggio, quando gli Stati Uniti hanno annunciato l’operazione Project Freedom per scortare militarmente le navi nello stretto di Hormuz bloccato dall’Iran. L’Arabia Saudita negò l’uso delle basi sul proprio territorio, cosa che invece l’amministrazione statunitense dava per scontata: Project Freedom di fatto fallì nel giro di 48 ore.
Da mesi lo stretto di Hormuz è sostanzialmente chiuso, e per trovare una via alternativa all’esportazione di petrolio l’Arabia Saudita ha dovuto ampliare l’oleodotto Est-Ovest, che porta il petrolio dalla regione dei pozzi di Abqaiq al porto di Yanbu, sul mar Rosso. Il volume delle esportazioni è comunque crollato. Nelle scorse settimane un attacco di milizie filoiraniane dall’Iraq ha portato alla chiusura temporanea dell’oleodotto, mentre gli Houthi stanno sfruttando il momento di instabilità della regione per intensificare i propri attacchi in Yemen e conquistare territorio intorno allo stretto di Bab el Mandeb, un altro punto di passaggio fondamentale per le esportazioni saudite, che ora gli Houthi minacciano di chiudere: è insomma una situazione che l’Arabia Saudita non può permettersi a lungo.
Allo stesso tempo la guerra condotta per anni contro gli Houthi non ha portato risultati consistenti, se non rallentarne l’avanzata. Per questo bin Salman ha chiesto a Trump un intervento statunitense, senza ricevere sostegno.
– Leggi anche: Da dove arrivano gli Houthi, e come cominciò la guerra civile in Yemen



