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  • Domenica 13 settembre 2026

Le cose da sapere sull’attacco all’oleodotto Est-Ovest

Che ha un'importanza cruciale per l'Arabia Saudita: ora che è stato chiuso ci potrebbero essere conseguenze sul commercio mondiale di petrolio

Un'immagine satellitare che mostra i danni all'oleodotto Est-Ovest nella regione di Hejaz, l'11 settembre 2026 (Planet Labs PBC/Handout via REUTERS)
Un'immagine satellitare che mostra i danni all'oleodotto Est-Ovest nella regione di Hejaz, l'11 settembre 2026 (Planet Labs PBC/Handout via REUTERS)
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Non si sa ancora per quanto durerà, ma la chiusura dell’oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita può avere grosse conseguenze sull’economia mondiale e sulla regione del Medio Oriente. La chiusura è stata annunciata dal governo saudita venerdì sera in seguito ad attacchi con droni che hanno danneggiato le strutture e causato alcuni feriti. L’Arabia Saudita dice che i droni provenivano dall’Iraq, dove sono attive molte milizie filoiraniane.

L’Arabia Saudita è uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo e quell’oleodotto era il principale strumento per aggirare la chiusura dello stretto di Hormuz, dove il traffico delle petroliere non è mai tornato com’era prima della guerra, iniziata a febbraio con gli attacchi di Stati Uniti e Israele sull’Iran. Una chiusura prolungata può quindi ulteriormente ridurre le quantità di petrolio in circolazione, aumentandone i prezzi.

Ma l’attacco potrebbe portare anche a una risposta militare. Al momento l’Arabia Saudita, che ha un governo monarchico, ha scelto di non rispondere agli attacchi e di «sostenere gli sforzi del governo iracheno» per individuare e contrastare le milizie filoiraniane. Ma se i lanci di droni dovessero ripetersi e se le capacità di esportazione di petrolio dovessero essere compromesse per un tempo prolungato, considererà anche azioni militari.

L’oleodotto Est-Ovest fu costruito negli anni Ottanta, durante la guerra fra Iraq e Iran, che aveva complicato la navigazione nel golfo Persico. È lungo circa 1.200 chilometri e attraversa la penisola arabica in territorio saudita da est a ovest, dalla regione dei pozzi petroliferi di Abqaiq al porto sul mar Rosso di Yanbu. Lo gestisce la compagnia petrolifera statale Aramco, che nella prima metà del 2026 ne aveva aumentato la portata: ora può arrivare a un massimo di 7 milioni di barili al giorno.

Era una risposta alla chiusura dello stretto di Hormuz, da dove passava la maggior parte del petrolio saudita diretto verso i principali compratori, i paesi asiatici. L’oleodotto permetteva di aggirare quel blocco: il petrolio arrivava sul mar Rosso e da lì veniva imbarcato su petroliere che attraversavano lo stretto di Bab el Mandeb e tornavano verso est, nell’oceano Indiano. Un numero minore di petroliere andava verso nord, attraversava il canale di Suez e, approdando nel Mediterraneo, riforniva l’Europa.

Fino alla scorsa settimana dall’oleodotto passavano 4-5 milioni di barili di petrolio al giorno, circa il 4-5 per cento di quello in circolazione nel mondo. Le esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita sono comunque in calo dall’inizio della guerra in Medio Oriente e sono scese a 3,2 milioni di barili al giorno ad agosto, il livello più basso degli ultimi 13 anni.

L’entità dei danni causati dall’attacco non è chiara. Le strutture sono state colpite nelle province di Riyhad e Medina, le immagini satellitari hanno mostrato ampie colonne di fumo e danni visibili. La chiusura è stata definita «temporanea e preventiva».

Un dipendente di Aramco nel terminale di un oleodotto saudita a Ras Tanura, nel 2018 (Simon Dawson/Bloomberg)

Una chiusura prolungata dell’oleodotto lascerebbe l’Arabia Saudita senza reali alternative: per qualche tempo potrebbe sfruttare il petrolio già transitato nell’oleodotto negli scorsi mesi e stoccato nei porti ad ovest, ma poi si troverebbe senza sbocchi, a meno che non riaprisse lo stretto di Hormuz.

Sul mar Rosso c’è anche un altro problema, indipendente dall’oleodotto: le conquiste dell’ultima settimana del gruppo armato degli Houthi, alleati dell’Iran, che ora controllano quasi del tutto lo stretto di Bab el Mandeb. Gli Houthi sono in guerra con l’Arabia Saudita da anni, e il regime saudita sostiene il governo regolare yemenita, contro cui gli Houthi combattono. Le navi saudite, hanno fatto sapere gli Houthi, non potranno passare dallo stretto: per aggirarlo e arrivare in Asia dovrebbero passare da Suez, per il Mediterraneo, e circumnavigare l’Africa, con tempi e costi elevatissimi.

Depositi di petrolio a Jiddah, in Arabia Saudita, nel 2021 (AP Photo/Amr Nabil)

L’attacco di venerdì all’oleodotto è il primo da aprile, quando i danni causarono una perdita di capacità stimata in 700mila barili al giorno: allora l’Arabia Saudita si unì ai bombardamenti americani sulle milizie filoiraniane in Iraq, colpendo strutture logistiche e depositi di armi.

Diversi analisti ritengono che l’attacco all’oleodotto possa essere una risposta dell’Iran alle crescenti sanzioni e limitazioni economiche imposte dagli Stati Uniti, che stanno creando enormi problemi al regime. Come già accaduto nei primi mesi della guerra, l’Iran cerca di estendere il conflitto, in questo caso creando danni economici anche ai paesi alleati degli Stati Uniti.

Questa situazione potrebbe coinvolgere anche paesi finora rimasti fuori dalla guerra in Medio Oriente: a inizio agosto l’Arabia Saudita ha firmato alla Mecca un patto di mutua difesa con Pakistan e Turchia. Non è stato mai attivato, ma questa settimana il ministro della difesa pakistano Khawaja Asif ha confermato che «se ci sarà un’aggressione non provocata, o un’espansione in Arabia Saudita di quello che sta accadendo in Yemen [riferendosi ai combattimenti tra Houthi ed esercito], allora di sicuro l’accordo della Mecca entrerà in funzione».