I poster di propaganda iraniani hanno una lunga storia
Quelli degli ultimi mesi minacciano soprattutto Trump, ma il regime li usa in vari modi fin dalla rivoluzione del 1979
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Molte delle foto arrivate dall’Iran negli ultimi mesi mostrano lo stesso punto della capitale Teheran: un angolo di piazza della Rivoluzione, nel centro della città, dove le facciate degli edifici sono riempite da enormi cartelloni propagandistici con immagini e slogan contro gli Stati Uniti di Donald Trump. Sono posizionati dal regime iraniano con l’intento di proiettare un’idea di forza e di sfida verso i nemici, mostrarsi pronto a combattere e non incline a fare compromessi. I poster propagandistici non sono una novità in Iran, ma il loro uso da parte del regime è diventato più esteso ed elaborato dall’inizio della guerra in Medio Oriente, facilitato anche dall’utilizzo dell’intelligenza artificiale.
I poster sono pensati in parte per la popolazione iraniana, tra cui il regime intende alimentare i sentimenti nazionalisti e l’astio verso i paesi nemici, e in parte per un pubblico occidentale, come è evidente dal fatto che alcune scritte sono tradotte in inglese e che spesso ci sono riferimenti occidentali, come Trump che beve una Coca-Cola o citazioni del Signore degli Anelli.
I poster sono circolati parecchio anche all’estero perché il regime voleva che succedesse. Il lavoro dei giornalisti stranieri in Iran non è libero e le autorità controllano le informazioni che escono dal paese: buona parte delle poche immagini che da mesi arrivano da Teheran sulle principali agenzie fotografiche mostrano proprio questi poster, e diffondono quindi il messaggio della propaganda.
Il regime iraniano sfrutta poster e murales fin dalla sua nascita, con la rivoluzione islamica del 1979. Negli anni Ottanta furono usati parecchio durante la guerra contro l’Iraq, che fu mitizzata dal regime e contribuì a creare una forte identità nazionale iraniana. In quel periodo erano frequenti, per esempio, murales e poster che ritraevano persone iraniane uccise nella guerra e definite “martiri”, un termine inteso in senso glorificatorio e molto diffuso anche nella cultura araba.

Un murale vicino a piazza della Rivoluzione, a Teheran, mostra l’ayatollah Ruhollah Khomeini circondato da persone iraniane uccise nella guerra contro l’Iraq, maggio 1986 (Kaveh Kazemi/Getty Images)
In alcuni casi i poster crearono problemi al regime. Nei lunghi negoziati che portarono allo storico accordo sul nucleare del 2015, fatto con gli Stati Uniti e altri cinque paesi, a Teheran apparvero dei poster che mostravano i negoziatori statunitensi come inaffidabili o mossi da cattive intenzioni: uno mostrava un negoziatore con accanto un cane da guardia, un altro un negoziatore che indossava la giacca, e poi sotto il tavolo aveva i pantaloni militari e un fucile.
I poster resero evidenti le spaccature interne al regime: erano stati posizionati dalle fazioni più estremiste, che erano contrarie a qualsiasi tipo di accordo con gli Stati Uniti e criticavano il presidente Hassan Rouhani, che stava trattando. Le autorità di Teheran fecero rimuovere i poster, sostenendo che fossero stati affissi senza autorizzazione, ma il messaggio era ormai circolato.

Un poster a Teheran nell’ottobre 2013 mostra un negoziatore statunitense con a fianco un cane da guardia (AP Photo/Ebrahim Noroozi)
Non erano comunque immagini anomale, dato che dal 1979 in Iran è sempre stato presente un forte sentimento antioccidentale e soprattutto antiamericano, espresso anche con le immagini e gli slogan. Oltre a Trump, nei decenni passati le immagini di molti altri leader occidentali sono apparse per le strade di Teheran accompagnate da messaggi minacciosi o denigratori. Intorno al 2013 per esempio a Teheran fu installato un poster con il presidente statunitense Barack Obama e Shemr, che nella tradizione dell’Islam sciita (quella maggioritaria in Iran) è associato all’uccisione del nipote di Maometto durante la battaglia di Karbala, nel 680.
Un altro murale diventato noto a Teheran, per cui non c’è una data precisa, mostra la bandiera statunitense con i missili al posto delle strisce e dei teschi al posto delle stelle, e la scritta: «Abbasso gli Stati Uniti». Nel 2019 il murale del negoziatore con l’uniforme militare sotto al tavolo, quello che fu rimosso nel 2013, è stato riproposto sui muri dell’ex ambasciata americana di Teheran.

Un murales con scritto «Abbasso gli Stati Uniti» a Teheran il 9 maggio 2018 (Ali Mohammadi/Bloomberg)
Dall’inizio della guerra in Medio Oriente, a fine febbraio, il regime ha aumentato l’uso di questi poster e ha iniziato a metterne di nuovi molto più rapidamente che in passato, per adattarli agli sviluppi della guerra e dei negoziati. Le immagini sono chiaramente realizzate con l’intelligenza artificiale. Una per esempio mostra la bocca di Trump cucita da un telo che ha la forma dello stretto di Hormuz, e presenta la scritta «Al punto di rottura» sia in farsi sia in inglese. Un’altra lo mostra sott’acqua mentre rincorre una banconota da un dollaro, con un chiaro richiamo alla cover dell’album dei Nirvana Nevermind e la scritta: «Vittoria!». Alcune sono raccolte nella gallery all’inizio di questo articolo.



















