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  • Venerdì 10 novembre 2023

Il culto dei “martiri” in Palestina

Le fazioni politiche palestinesi definiscono in questo modo chiunque muoia nelle violenze con gli israeliani, per diverse ragioni

(AP Photo/Nasser Nasser)
(AP Photo/Nasser Nasser)

Ormai da decenni le città e i campi profughi palestinesi sono pieni di manifesti, murales e cartelloni che mostrano foto di persone morte, insieme ad alcuni slogan in arabo e immagini legate alla tradizione palestinese, come la moschea al Aqsa di Gerusalemme. Non sono semplici manifesti funebri, di quelli che in Occidente si notano soprattutto nei piccoli paesi. I manifesti, murales e cartelloni palestinesi non vengono riservati a qualsiasi persona morta, ma a quelle morte nelle violenze con gli israeliani. In questi giorni i manifesti sono ancora più numerosi del solito per via dell’invasione israeliana nella Striscia di Gaza e di nuove violenze in Cisgiordania.

Le persone raffigurate vengono definite “martiri”, shahid in arabo: una parola così radicata nella tradizione palestinese che viene impiegata anche da istituzioni come l’Autorità Palestinese, l’entità parastatale che governa la Cisgiordania, e la Mezzaluna Rossa, la divisione palestinese della Croce Rossa.

Un muro coperto di poster di “martiri” a Khan Yunis, nella Striscia di Gaza (Abid Katib/Getty Images)

Agli osservatori occidentali il termine genera diverse perplessità: la parola “martire” definisce una categoria di persone molto ampia, che comprende sia i civili uccisi dai bombardamenti mentre si trovavano a casa propria, sia i ragazzi che tirano le pietre contro i soldati israeliani durante manifestazioni contro l’occupazione israeliana della Cisgiordania, sia persone che portano con sé una bomba nascosta sotto ai vestiti e si fanno esplodere su un autobus israeliano.

Alcuni ritengono l’assenza di una distinzione precisa fra queste categorie, e il modo tutto sommato simile con cui vengono celebrate le persone morte, una legittimazione della violenza che alimenta un circolo già in corso da decenni. Se un attentatore suicida merita di essere ricordato esattamente come un bambino ucciso nel proprio letto da un bombardamento aereo, senza che il suo gesto venga in alcun modo sanzionato, altri saranno incoraggiati a prendere la stessa decisione.

Altre analisi si concentrano invece sulle cause più profonde che spingono i palestinesi a celebrare acriticamente tutte le persone morte nelle violenze con Israele, da quelle socio-economiche a quelle religiose, fino a ritenere la categoria dei “martiri” una valvola di sfogo in assenza di uno stato palestinese con i propri riti, le proprie tradizioni, e quindi anche i propri eroi.

Uno striscione in onore dei “martiri” esposto nella città di Gaza (Abid Katib/Getty Images)

La parola shahid in arabo vuol dire “testimone”, esattamente lo stesso significato che in greco antico aveva la parola μάρτυς, martys, che in italiano è diventata “martire”. In tutte le principali religioni monoteiste ci sono testi che incoraggiano in varie forme il suicidio per motivi religiosi come testimonianza della propria fede. «Il martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede; il martire è un testimone che arriva fino alla morte», dice per esempio ancora oggi il catechismo della Chiesa cattolica, che nelle sue funzioni celebra centinaia di martiri (in molti casi mai realmente esistiti).

Nel Corano ci sono vari riferimenti al fatto che gli shahid grazie al loro martirio (istishhad) si guadagnino un “posto in paradiso”. Nella società palestinese il concetto di martirio è stato promosso soprattutto da Hamas, un movimento radicale che mischia un’interpretazione molto conservatrice dell’Islam al nazionalismo palestinese e che guadagnò grandissima popolarità all’inizio degli anni Novanta durante la prima Intifada, cioè la prima rivolta di massa dei palestinesi contro l’occupazione della Cisgiordania da parte di Israele.

– Leggi anche: Hamas è tante cose insieme

Kevin Toolis, un giornalista che si è occupato molto degli attentati suicidi palestinesi, anni fa scrisse sul Guardian che il culto dei cosiddetti martiri «iniziò nella Striscia di Gaza», dove Hamas fin dalla sua fondazione nel 1987 è sempre stato piuttosto popolare. Dentro Hamas all’inizio il termine martirio definiva soprattutto gli attentatori suicidi.

«I miliziani di Hamas si coprono di tuniche bianche e girano per le strade di Gaza con finti giubbotti esplosivi, per dimostrare la loro risolutezza a sacrificare la propria vita. I muri della città ospitano altarini per gli attentatori suicidi e i morti che hanno inflitto agli israeliani, responsabili dell’occupazione. Molte delle moschee sono tappezzate con i poster dei “martiri”, ed esaltano la bontà degli attentati suicidi. […] A margine di un funerale un piccolo chiosco vende un calendario degli attentatori suicidi, con le foto di tutte le persone che si sono fatte esplodere insieme a quelle del leader spirituale di Hamas, Ahmed Yassin.

Il funerale pubblico era una componente molto importante del trattamento riservato ai martiri, oltre ai manifesti e ai cartelloni: anche in assenza del corpo, le famiglie e gli amici sfilavano per le vie della città, mostrando le foto del morto e cantando slogan nazionalisti e preghiere.

Durante la seconda Intifada, fra 2000 e 2005, gli scontri con l’esercito israeliano si intensificarono a tal punto che nelle violenze furono uccisi anche moltissimi civili palestinesi. Per rafforzare la dimensione collettiva della resistenza a Israele anche a loro venne garantito il trattamento da “martire”. L’antropologa Lori A. Allen, che insegna all’università SOAS di Londra, nel Regno Unito, ha stimato che fra il 2000 e il 2007 più di 3.800 palestinesi uccisi «nell’ambito dell’occupazione israeliana ricevettero un funerale da “martiri”: sia che fossero attivi nella resistenza, sia che non lo fossero».

Da allora la distinzione fra civili e miliziani è diventata sempre più sfumata, e la celebrazione del “martirio” è diventata un rito collettivo dal significato più ampio rispetto a quello iniziale. Scrive Allen:

«Attraverso i funerali e altre attività sociali e immagini commemorative, la formazione della memoria satura lo spazio condiviso, la narrazione storica e il discorso politico. Il rituale della commemorazione dei martiri viene eseguito con una performance, espresso nella cultura materiale, nella pratica e nella geografia. Istituzioni e organizzazioni, dagli ospedali alle squadre di calcio, vengono chiamate col nome di singoli martiri. A questi continui riferimenti visivi e alle etichette che fissano il ricordo del martire in una forma fisica per esempio nel nome degli edifici, sono emerse forme più fluide come il racconto di storie, poesie e canzoni».

Secondo gli studiosi Neil L. Whitehead e Nasser Abufarha, celebrare i martiri è anche un modo per rafforzare il proprio legame con il territorio che si abita, in assenza di un vero e proprio stato. «Lo spargimento di sangue e carne nella regione attraverso il sacrificio personale e del popolo palestinese crea un legame fra questo popolo e la terra. Il processo garantisce una percezione di radicamento dei palestinesi in Palestina, in opposizione a esperienze che a loro sono negate, come appunto mettere radici, prendere possesso della terra e ricavarne un legame fisico. La performance del martirio […] diventa un’espressione dell’indipendenza a lungo ricercata e sempre negata».

Fra le persone che decidono di farsi esplodere o comunque di farsi uccidere negli scontri con l’esercito israeliano agiscono probabilmente anche ragioni sociali ed economiche, oltre a quelle nazionaliste e all’odio per gli israeliani.

In uno studio del 2015 il sociologo Bassam Yousef Ibrahim Banat ha esaminato duecento attacchi suicidi compiuti da palestinesi fra il 1993 e il 2008. Nell’89,5 per cento dei casi i “martiri” erano uomini single e con meno di 25 anni, cioè persone nate sotto l’occupazione israeliana e che verosimilmente non avevano davanti a sé grandi prospettive di miglioramento della propria posizione sociale o economica.

Proprio il cosiddetto martirio, infatti, è un modo per garantire una forma di sostentamento alla propria famiglia. Ciascuna fazione politica palestinese corrisponde una piccola pensione alla famiglia di ogni “martire”: lo fa anche Fatah, il partito laico e moderato che controlla l’Autorità Palestinese. Dal 2018 Israele trattiene una parte delle tasse che raccoglie per conto dell’Autorità Palestinese come sanzione per la pratica di garantire una pensione alle famiglie dei cosiddetti martiri.

Per le fazioni palestinesi pagare queste pensioni è un modo come un altro per raccogliere e mantenere consenso. Per la persona che decide di uccidersi è un modo di garantire un piccolo sostegno alle proprie famiglie. Per i partner o i genitori del morto, è un aiuto economico difficile da rifiutare.

Il poster di un “martire” appeso nelle strade di Na’alin, una cittadina nella Cisgiordania (David Silverman/Getty Images)

In molti casi le fazioni palestinesi si offrono loro stesse di pagare le pensioni alle famiglie di persone morte negli scontri con gli israeliani, a prescindere dal fatto che volessero compiere attentati suicidi oppure siano stati uccisi perché si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato.

L’anno scorso il New York Times ha raccontato la storia di Muhammad Abu Naise, un uomo di 27 anni ucciso durante un’operazione militare israeliana nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, apparentemente senza una ragione precisa.

Abu Naise non apparteneva ad alcun movimento, ma quando suo padre arrivò alle pompe funebri trovò il corpo del figlio avvolto nella bandiera nera del Jihad Islamico, un gruppo armato ancora più radicale di Hamas. Qualche giorno dopo il funerale alcuni membri del Jihad Islamico si presentarono dalla famiglia di Abu Naise per chiedere loro di esporre uno striscione con scritto: «Il Jihad Islamico e la sua ala militare ricordano l’eroico martire Muhammad Abu Naise». Il padre inizialmente rifiutò di farlo: la moglie e altri famigliari poi lo convinsero, facendo leva sul fatto che la pensione garantita dal Jihad Islamico avrebbe fatto comodo ai figli di Abu Naise, rimasti orfani.

Il New York Times ha raccontato anche la storia di un altro ragazzo definito un “martire” da un gruppo armato palestinese, nonostante non fosse un suo membro: al posto della tradizionale estetica dei manifesti dei “martiri”, che spesso comprendono una foto della persona morta mentre imbraccia delle armi, il ragazzo morto è stato rappresentato in giacca e cravatta, in una foto scattata probabilmente durante un matrimonio.