L’irrefrenabile immobilismo di Giorgia Meloni

«Eccoci qui, un anno dopo, a celebrare con gran dispiego di fanfare patriottiche il record di longevità del governo. Ma se si prova a guardare dall’alto, dalla giusta distanza, oltre il polverone sollevato dal pettegolezzo o dalla polemica settimanale, cosa resta di questi tre anni?»

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni al G7 per la cena coi leader, in Francia, il 15 giugno 2026 (Filippo Attili/LaPresse)
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni al G7 per la cena coi leader, in Francia, il 15 giugno 2026 (Filippo Attili/LaPresse)
Valerio Valentini
Valerio Valentini

È giornalista e scrittore, come si usa dire. Nato a L'Aquila, nel 1991, sta invecchiando a Roma, dove racconta la politica italiana per il Post, soprattutto nella newsletter Montecit.

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Un anno fa, mentre preparavamo il consueto Talk settembrino del Post a Faenza, con Nicola Ghittoni ci chiedemmo che titolo dare alla chiacchierata. E in una delle sue ricorrenti intuizioni folgoranti – facilitata dalla birra serale a Testaccio, sia pure: ma è pieno di gente che beve a Testaccio, la sera, senza avere ricorrenti intuizioni folgoranti – Nicola se ne uscì così: «Minchia, tre anni». Essendo entrambi appassionati cultori di Mediterraneo, ed entrambi in modo forse un poco patologico, il riferimento ci divertì subito moltissimo: il tenente Carmelo La Rosa costretto a un atterraggio d’emergenza sull’isola di Megisti, i militari che stanno lì confinati dal giugno del 1941, ignari di tutto, che lo interrogano stupefatti, e quello che li aggiorna sulle tumultuose novità avvenute in quei – minchia – tre anni. Mussolini che è caduto, l’Italia divisa in due, la nascita del Comitato di liberazione nazionale, la guerra civile, gli amici diventati nemici, i nemici amici.

E oggi? Qui, oggi, nell’Italia del 2025?, ci chiedemmo. Se dovessimo spiegare a un nostro amico tornato da un lungo viaggio, iniziato nell’ottobre del 2022, quante cose notevoli fossero successe in sua assenza, cosa gli diremmo? Chi per mestiere racconta la politica ogni giorno finisce per cedere alla frenesia insensata del quotidiano: un po’ perché a guardarle sempre da vicino anche le minuzie paiono enormi, un po’ perché bisogna pur credere all’enfasi che si alimenta facendo titoloni e retroscena un po’ sguaiati. Ma se si prova a guardare dall’alto, dalla giusta distanza, oltre il polverone sollevato dal pettegolezzo o dalla polemica settimanale, cosa resta di questi tre anni?, ci domandammo.

Iniziammo a elencare: il Superbonus abolito, niente più ponteggi e impalcature a ogni angolo di strada; il reddito di cittadinanza abolito pure quello, e d’accordo. Gli incentivi alla natalità, tipo la riduzione dell’IVA su certi prodotti per l’infanzia? Eh no, quelli no. Perché erano stati introdotti il primo anno, ma aumentati il secondo, forse rimodulati il terzo, boh, chissà. Insomma, quello di Giorgia Meloni s’avviava a diventare uno dei governi più duraturi della tribolatissima storia repubblicana italiana, eppure di cambiamenti memorabili non ce n’era nessuno.

L’idea di scrivere un libro sull’immobilismo esasperato di lei, sull’inconcludenza come risvolto ineludibile della stabilità, mi venne lì.

Eh, ma se poi il referendum sulla giustizia lo vince?, ammonivano gli amici a cui parlavo del progetto. Eh, ma se poi la legge elettorale la porta a casa?, insistevano, instillando dubbi. Eppure a me sembrava pure quello un ripiegamento miserello e abulico. Perché gli sconclusionati propositi di definire lo Stabilicum, con cui sostituire il Rosatellum, erano figli della rassegnazione con cui s’era messa da parte «la madre di tutte le riforme», il premierato, cioè l’elezione diretta del presidente del Consiglio, tentando in modo maldestro di cercarne un surrogato. Quanto alla giustizia, diventata quella pure, per sopraggiunta scomparsa dell’originale, «madre di tutte le riforme», il fatto che Meloni si fosse intestata quello che inizialmente era un capriccio di Forza Italia spiegava bene la perdita d’ogni slancio riformatore. Si marciava sul posto, insomma, e restando fermi si confidava di non cadere.

L’obiettivo, a suo modo, è stato raggiunto. Per cui eccoci qui, un anno dopo, a celebrare con gran dispiego di fanfare patriottiche il record di longevità del governo. E di nuovo, uno strano senso di vertigine nel constatare la distanza siderale tra il traguardo epocale – millequattrocentotredici giorni: mai nessuno come lei! – e la pochezza dei risultati ottenuti.

Nella brochure redatta per l’occasione da Fratelli d’Italia – 28 paginette tutto sommato ben fatte, con qualche inevitabile scadimento nella propaganda, qualche omissione furbesca, qualche statistica tirata un po’ per i capelli, comme il faut – la parola riforme e suoi derivati ricorrono sette volte appena. Una ha a che vedere con il ricalcolo dell’ISEE per le famiglie numerose (chi ha tanti figli, in sostanza, paga un po’ meno tasse), una con la riforma dell’IRPEF, a dire il vero ancora piuttosto in fieri; poi c’è la riforma del tax credit per il cinema, quella che ha aumentato il numero di musei statali con una certa autonomia gestionale da 44 a 60 e quella che ha introdotto nuove sanzioni nel campo della contraffazione agroalimentare; e poi la riforma dell’esame di maturità e quella che riguarda la sedicente «rivoluzione nello sport».

Ora, anche sforzandoci di vedere queste riforme con gli occhi compiaciuti del dirigente di Fratelli d’Italia che ha scritto il papello (Fazzolari, è inutile che ti nascondi!), anche a voler essere indulgenti, a voler vedere solo il buono, vero o presunto, che sta in queste riforme, insomma anche volendo partecipare del gaudio e dell’orgoglio per questa Meloni che dura e che resiste, c’è da chiedersi: tutto qui? Quella vecchia massima andreottiana per cui è «meglio tirare a campare che tirare le cuoia» s’è perversamente involuta, o magari nobilitata: e dunque il tirare a campare è diventato il massimo del vitalismo concesso, una specie di esercizio spirituale. L’apoteosi di Meloni, dunque, quella che arrivava al potere per sconvolgere tutto, per sconquassare ogni equilibrio, si consuma così: nella celebrazione della continenza, del sapersi accontentare del poco che si ha, ed esaltarlo come bene prezioso. L’andare piano perché così si va lontano.

D’altronde, per certi versi questo paradosso ha la sua logica, ed è una logica solidissima. Se arrivi a Palazzo Chigi dopo anni trascorsi a invocare rivoluzioni, se la tua vittoria si fonda su promesse insostenibili, su propositi bellicosi che ti fanno apparire come una minacciosa iconoclasta che sfida le regole della diplomazia e le logiche della finanza, i vincoli europei e le consuetudini istituzionali, allora è proprio nel non fare nulla, nell’acquattarti nel tuo cauto attendismo, nel rinviare, nel rinserrarti nella tua retorica vittimistica da «vorrei, ma non posso», che riesci a sopravvivere alla tua stessa retorica. Se lo stare al governo t’impone di rinnegare dieci anni di battaglie, di abiurare te stessa sulle accise, sulle privatizzazioni, sul rapporto con l’Europa e con la Russia, sulla gestione del bilancio statale, sul PNRR, se la tua autorevolezza sta nell’apostasia, il filo su cui devi restare in equilibrio è così sottile che è bene stare ferma.

E dunque il vuoto rassicura. Specie, forse, dopo un decennio scarso – quello che va dal capitombolo di Berlusconi alla breve parentesi di Mario Draghi – che è stato un periodo onnivoro di accidenti, che ha maciullato tanta di quella cronaca politica, e crisi e ribaltoni e ascese folgoranti e tracolli rocamboleschi, che forse ancora dobbiamo farci i conti fino in fondo, con quel che è successo. La quiete del melonismo, questa impossibilità di alternativa che ingessa ogni slancio di rivolgimento, è allora il momento in cui il paese è tornato a respirare dopo due lustri corsi a perdifiato per rincorrere il leader di turno, tanto più in seguito al trauma prolungato del Covid. Gli italiani invocano spesso rivolgimenti, pensano di risolvere in velleitari disegni di rivoluzione i loro sbotti di indignazione, si lagnano che mai nulla cambia per davvero: ma al dunque la stasi ci conforta, l’accidia vince ogni slancio incendiario. D’altronde. Dopo tutto. In fondo. Alla fin fine.

A ben vedere non è neppure una caratteristica tutta meloniana, questa della pervicace inconcludenza. Il governo a cui Meloni ha sottratto il record, il Berlusconi II, lo ricordiamo per l’introduzione della patente a punti e per il divieto di fumare nei luoghi pubblici, e poco altro: e un po’ tutta la rivoluzione liberale che il Cavaliere aveva venduto, col sole in tasca e la calza sulla telecamera, s’è risolta in poca cosa, o forse in nulla. Ma lui, su quel nulla, ha costruito una fortuna inarrivabile.

Al contrario, in Italia, negli ultimi trent’anni, chi ha avuto l’uzzolo di fare riforme importanti, di investire il proprio consenso e il proprio capitale politico in un’idea di ripensamento strutturale del paese, nel bene o nel male, e soprattutto nel così così, è durato poco. Matteo Renzi, che era ipercinetico compulsivo, uno che se ne inventava una al giorno per alimentare la sua bulimia comunicativa, dopo il trionfo del 40 per cento alle europee, nel 2014, ha pensato bene di imbarcarsi nella più ambiziosa riforma costituzionale di sempre: perdendo male e giocandosi Palazzo Chigi. Il Movimento 5 Stelle, dopo una folgorante crescita, ha attuato nel giro di due o tre anni tutte le promesse fatte: il reddito di cittadinanza, il taglio dei parlamentari, una legge manettara sulla corruzione. E poi s’è trovato senza più una ragion d’essere che non fosse la venerazione della pochette di Giuseppe Conte, che è in effetti la negazione del grillismo.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, negli studi di Rete 4, a Roma, il 29 giugno 2026 (Filippo Attili/LaPresse)

Forse è solo che Meloni ha intercettato questa richiesta di tranquillità, questo fremito di rilassatezza di cui neppure chi l’ha votata era del tutto consapevole. L’horror vacui trasformato in rilassante contemplazione del niente. Ci lamentiamo, vomitiamo bile sui social ma poi abbiamo paura che le cose stiano cambiando veramente; il futuro ci spaventa e di fronte a questo spavento, di fronte al turbinare vorticoso della storia, chiusi nelle casematte del nostro rancore cerchiamo un appiglio solido in ciò che non muta, che non si corrode: Dio, patria, famiglia, cucina tipica e un po’ di sana evasione fiscale.

Gli imprenditori che si riuniscono a Cernobbio, per dire, certo che la vedono l’incompetenza manifesta di Adolfo Urso; gli industriali, grandi e piccoli, sono ben consapevoli che il massimo che Meloni abbia saputo fare, per favorire investimenti e produttività, è stato reintrodurre le riforme dei governi precedenti che lei stessa aveva inizialmente abolito. Ma sanno pure che, rispetto alle previsioni da tregenda che parlavano di spread alle stelle e bancarotta finanziaria, di ritorno alla lira e di rotture unilaterali con l’Europa, il fatto che non sia successo niente, che stiamo fermi, appare una buona prospettiva. La teoria economica cara ai liberali liberisti più puri, quella del laissez-faire, declinata secondo i modi dell’indolenza romanesca: nel senso proprio del lascia fare, lassa perde, non fare alcunché. Tanto più se di là, a sinistra, c’è il nulla.

E qui si spiega anche l’approccio accomodante con cui un po’ tutte le cancellerie internazionali guardano a Meloni. La lunga vigilia della sua vittoria, la sua irresistibile ascesa verso il trionfo, nell’estate del 2022, era stata accompagnata da timori e sospetti. La ministra francese che diceva «vigileremo» sul rispetto dello Stato di diritto in Italia; il settimanale tedesco che ritraeva la grande capa di Fratelli d’Italia come «la donna più pericolosa d’Europa», il presidente degli Stati Uniti che metteva in guardia i suoi elettori («Visto cosa è successo, in Italia?»). Sembrava che il mondo si stesse preparando a resistere alla bufera.

Insomma, è un po’ come se l’eccezionalità dell’evento – la prima donna a Palazzo Chigi, la prima reduce dell’estremismo nero alla guida del governo, la prima leader sovranista a capo di un paese fondatore dell’Unione Europea – si fosse consumata in se stessa. Il resto, poi, è stata ordinaria amministrazione: più o meno virtuosa, più o meno accorta, più o meno apprezzabile.

C’è quella stracitata preghiera della serenità, avete presente? Fa così: «Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscere la differenza». Ma il Dio di Meloni, evidentemente, è un Dio estremamente indulgente, per quanto riguarda la rassegnazione. D’altronde. Dopo tutto. In fondo. Alla fin fine.

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