Tommaso Labranca, dieci anni dopo
«Perdendomi fra i suoi taccuini, mi aveva colpito la naturalezza con cui poteva passare da Paola e Chiara a Gio Ponti, da Gegia a Michel Foucault. Il suo metodo serviva a mettere in discussione le gerarchie tra alto e basso, ma oggi forse è diventato senso comune»
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«Una delle poche gioie che oggi offre l’invecchiare è constatare di essere ancora vivi», così scriveva molti anni fa Tommaso Labranca, scrittore e saggista scomparso il 29 agosto 2016 a cinquantaquattro anni e ancora molto amato da una ristretta e fedele cerchia di lettori. La frase non è tratta da un libro, ma da www.t-la.co.uk, uno dei tanti spazi virtuali che Labranca apriva e chiudeva in continuazione, già dalla fine degli anni Novanta. Prima ancora dei suoi libri, ho scoperto il suo lavoro in uno dei suoi luoghi d’elezione: internet.
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Perdendomi fra i taccuini online di Tommaso Labranca – blog, appunti, riflessioni – mi aveva colpito soprattutto la naturalezza con cui poteva passare da Paola e Chiara a Gio Ponti, dalla star della commedia all’italiana degli anni ‘80 Gegia al filosofo Michel Foucault, per poi parlare di Grande Fratello, del musicista newyorkese Moby o di Marcel Proust. Il suo non era solo un accumulo di riferimenti, ma un metodo che consisteva nel mettere in relazione mondi apparentemente lontani senza pregiudizi e senza gerarchie, perché aveva intuito che “alto” e “basso” sono categorie molto meno solide nella vita quotidiana di quanto lo siano nei libri.
Tra le sue principali ossessioni, forse ancora più delle parole, c’erano le immagini, che collezionava, indagava, commentava e trasformava in nuove narrazioni. Grazie al lavoro del ricercatore Gabriele Marino, molto può ancora essere recuperato su Internet Archive. Si possono ancora leggere, per esempio, i quattordici numeri di Labrancoteque, fanzine autoprodotta e distribuita in pdf nel 2013. Al suo interno comparivano rubriche dedicate alle fotografie di nuvole e ai frame da webcam, come quelli che inquadravano la Grande Moschea di Masqat, in Oman, o la strada a scorrimento veloce 101 di Helsinki: piccole cartoline per il «non-viaggiatore».
Il dettaglio, ciò che rimane sullo sfondo, le rivelazioni nascoste in quello che non è immediatamente manifesto: è questo che interessa a Labranca. Un esempio è Cinédécor, una rubrica uscita a puntate su FilmTv, dove Labranca analizzava oggetti e interni dei film, in quanto portatori di significati o indizi sul gusto di un’epoca. Labranca, inoltre, si divertiva a creare cortocircuiti, manipolando e dissacrando simboli particolarmente venerati.
È il caso di Adelphake, dove Labranca crea improbabili copertine della casa editrice Adelphi, accostando il mondo nobile di Adelphi ad argomenti platealmente “bassi” ed estranei. Lo faceva con vent’anni d’anticipo su quello che oggi è diventato un linguaggio diffusissimo sui social.

Immagini da Labrancoteque: nuvole a Milano e una delle copertine di Adelphake (fonte: Labrancoteque)
Labranca era nato nel 1962, tra gli ultimi figli del baby boom italiano o, come avrebbe detto lui, della generazione dei Quindici: i bambini cresciuti sulle pagine della (allora) celebre enciclopedia per ragazzi dalle coste colorate, piena di simboli, illustrazioni e fotografie, che invitava a conoscere il mondo attraverso le immagini. Il suo metodo era stare dentro il mondo che raccontava: andare dove va la gente, osservarne i comportamenti, passare ore davanti alla televisione, frequentare i prodotti della cultura di massa per cercare di capirli e di capire cosa diceva di chi li amava il loro potere di attrazione. In un post racconta di aver notato che sulla copertina del numero di Topolino uscito il giorno della sua nascita compariva un carrello della spesa. Il suo amore per i supermercati era scritto nel destino.
«Per scrivere non puoi stare chiuso fra le mura di casa», è una delle prime cose che mi dice Luca Rossi a proposito di Labranca. Luca è stato una delle persone più vicine a Tommaso e fondatore insieme a lui della casa editrice Ventizeronovanta. Mi racconta che il loro ufficio era il McDonald’s storico di piazza Oberdan a Milano, il luogo che Labranca aveva ribattezzato il suo «Café de Flore personale», come scriveva nell’introduzione a Haiducii.
Secondo Luca Rossi, Labranca filtrava la realtà attraverso una sorta di «rete a maglie larghe», che gli consentiva di partire da un piccolo dettaglio e raggiungere tempi e luoghi lontanissimi dal punto di partenza. E con un elemento fondamentale: «L’immagine che restituiva era comprensibile per tutti, arrivava subito».
«Il passato non esiste. Esistono le cose. Le incontri per strada, le ascolti alla radio, le leggi nei libri. Tutte ti si fermano dentro e vivono contemporaneamente a te», dice a un certo punto Antonio Maniero, protagonista del suo libro 78.08.
Labranca guardava continuamente al passato, ma senza nostalgia. Le immagini di ieri non erano oggetti da rimpiangere, ma strumenti per provare a capire il presente. Era curioso delle nuove tecnologie e sempre disposto a sperimentare. Dalla passione per ogni nuova uscita Apple alla voglia di sperimentare anche i social più improbabili, quelli che quasi nessuno conosceva.
Questo stesso sguardo sul passato emerge nel suo lavoro per Anima mia, la trasmissione di Rai 2 del 1997, condotta da Fabio Fazio e Claudio Baglioni, che anticipava quel modo di raccontare il passato che sarebbe poi stato definito retromania. «A Milano in quegli anni Tommaso era un riferimento molto importante per la cultura, soprattutto per i trentenni di allora», racconta Pietro Galeotti, autore televisivo che lo coinvolse nel programma. «Era un fornitore di materiale, di oggettistica clamorosa che solo lui era in grado di scovare. Durante la trasmissione appariva in video e mostrava quelle cose, ma forniva anche un apparato teorico e intellettuale fondamentale».
Per Marta Cagnola, giornalista radiofonica, Anima mia fu un’illuminazione. «Vedevo sullo schermo rappresentata la mia estetica, il mio modo di ragionare. C’era la celebrazione del pop, la rivalutazione della cultura popolare come elemento di interesse. Cose oggi abbastanza sdoganate anche grazie a Tommaso, ma che all’epoca non si pensava potessero avere diritto di cittadinanza nella vita culturale». Dopo aver trovato l’indirizzo di Labranca grazie al vecchio motore di ricerca AltaVista, gli scrisse una mail. Continuarono scrivendosi «come pazzi a tutte le ore del giorno e della notte». Da lì iniziò un’amicizia durata quasi vent’anni.
«Ogni nuova piattaforma diventava l’occasione per inventarne un uso imprevisto, laterale», racconta Cagnola. Nel 2008 Labranca lanciò su Facebook una sfida collettiva, quando ancora non si chiamava challenge: aprire il frigorifero alla stessa ora, fotografarlo e condividerlo. È ancora la prima foto che appare nell’app Foto di Marta.

Il numero di Topolino pubblicato il 18 febbraio 1962, giorno della nascita di Tommaso Labranca (fonte: fumetto-online.it), e la fotografia del frigorifero di Marta Cagnola pubblicata su Facebook
Labranca è stato uno dei primi intellettuali italiani per cui la scrittura, e la cultura, non coincidevano con il libro. Poteva essere una fanzine, un sito destinato a sparire, una rivista in pdf, una rubrica televisiva o un post su Facebook. Cambiava il supporto, non lo sguardo. In un periodo in cui quasi nessuno scrittore italiano considerava internet uno spazio di ricerca, Labranca ne fece un luogo in cui sperimentare forme, costruire connessioni, e giocare con le possibilità della rete. Non era solo un mezzo per diffondere ciò che scriveva, né una semplice vetrina, come spesso sarebbe diventato negli anni successivi: internet era parte del suo stesso modo di esprimersi, uno spazio da abitare, trasformare e reinventare.
Questo modo di guardare, collegando immagini e significati, è alla base di una delle sue intuizioni più note. In Andy Warhol era un coatto, il suo primo saggio uscito nel 1994, Labranca definisce e analizza il concetto di trash: l’emulazione di chi prova a imitare un personaggio o un prodotto culturale, fallendo. Little Tony vorrebbe essere Elvis Presley, ma resta Little Tony. La crema di nocciole Niger vorrebbe essere Nutella, ma non avrà mai la sua formula.

Elvis Presley e Little Tony a confronto, da Andy Warhol era un coatto (da Dal pop al popolo, Mondadori)
Il saggio ebbe un successo immediato e Labranca cominciò a essere considerato uno dei più lucidi osservatori dell’immaginario pop italiano. Ma il libro arrivava al termine di un percorso iniziato anni prima, fuori dai circuiti editoriali tradizionali perché fin dalla fine degli anni Ottanta Labranca aveva scelto l’autoproduzione: fanzine come Artecrazia Italiana e TrashWare, piccole pubblicazioni stampate e rilegate in casa, distribuite per posta o passate di mano in mano. Fu lo scrittore e futuro premio Strega Tiziano Scarpa a segnalare quei volumetti all’editore Castelvecchi, che propose a Labranca di trasformarli in un unico libro. Attorno a Labranca si riconobbe una parte della generazione di scrittori che di lì a poco avrebbe trovato visibilità con i Cannibali, da Scarpa ad Aldo Nove.
«Spero che a questo punto nessuno mi chiederà più perché mi occupo di trash. Credo che tutto sia dipeso da ciò che ho sempre visto dalle mie finestre. Forse, se avessi avuto una vista sulle colline toscane o su una cupola borrominiana sarei diventato un esteta o uno storico dell’arte. Be’, meglio così».
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Le finestre erano quelle di Pantigliate, nell’hinterland milanese: un paese come tanti, con una piazza moderna, la chiesa parrocchiale, qualche caffè, un negozio di kebab, un monumento ai caduti della Prima guerra mondiale. È la provincia, ed è proprio qui che Labranca aveva deciso di vivere, ostinatamente.
Di origini pugliesi e cresciuto in una famiglia proletaria, era nato a Milano e vissuto tra la città e l’hinterland lombardo, una dimensione che sarebbe diventata fondamentale nel suo immaginario. Dalla lente della provincia osservava il mondo: i mobilifici brianzoli, le televisioni private, il sogno dei casting a Cologno Monzese.
Una provincia con i suoi luoghi universali: i centri commerciali, gli autolavaggi fai da te, le carreggiate separate da file centrali di lampioni che potrebbero essere «ovunque nel Mondo Asfaltato». Labranca le chiama «strade satellitari» perché simili alle immagini satellitari che aveva imparato a riconoscere nei telegiornali di alcune emittenti arabe, dove facevano da sfondo agli inviati.
Con la formula “barocco brianzolo” indicava ciò che nella realtà è l’applicazione esasperata di un’idea o di uno stile. La Brianza, per Labranca, è una tendenza dello spirito, più che un luogo geografico. Può trovarsi in Puglia, in Inghilterra, nell’opera di Jeff Koons, insomma ovunque una determinata idea o un determinato modello estetico vengano estremizzati. Al centro c’è Milano: capitale dell’immaginario pop, della pubblicità e della televisione, dei marchi commerciali e delle imitazioni, delle proiezioni e del desiderio di avere, essere visti, notati e riconosciuti. La Milano del suo edificio preferito, il Pirellone, seguito dalla Torre Velasca, raccontata nel saggio Progetto Elvira. Dissezionando “Il vedovo”.
In questo testo folle e unico, Labranca analizza scena per scena Il vedovo di Dino Risi con Alberto Sordi e Franca Valeri. Ogni dettaglio diventa per Labranca occasione per tracciare collegamenti e costruire riflessioni sull’Italia di ieri e di oggi. «Capolavoro totale. In questo libro ritrovo Tommaso», mi dice Pietro Galeotti. «Ossessivo, compulsivo, con una capacità di analisi da entomologo. Quel film l’ha dissezionato scena per scena, unendo continuamente i puntini».
A Pantigliate si organizzavano anche Maison Labranca, feste tematiche che erano il modo di trasformare il suo sguardo in esperienza collettiva. L’invito era per gli amici più stretti, ma talvolta anche disseminato nei meandri del web. Si mangiavano cibi ospedalieri, si ascoltava sleeptronica al buio fino ad addormentarsi, si festeggiavano Natali dai temi più assurdi.
«Avevamo il nostro rito di Natale», racconta Marta Cagnola. «Guardavamo ogni anno il video di “Last Christmas” degli Wham! e lo commentavamo scena per scena, fingendo che fosse la prima volta che lo vedevamo». Una volta, mi racconta Luca, il box di Labranca era stato trasformato a metà tra una Silver Factory e un laboratorio chimico: pareti rivestite di carta d’alluminio, luci, disco ball, ingresso solo con mascherina e camice da laboratorio. E si moriva di caldo.

Luca Rossi e Tommaso Labranca alla festa “K”, nel box, e dettaglio di uno degli altri inviti di Maison Labranca, una cena con tutte le pietanze rigorosamente viola
Leggendo i suoi libri mi sono chiesta spesso perché un autore così originale fosse rimasto per tanto tempo fuori catalogo e difficile da recuperare. Alcuni titoli erano introvabili, altri, come uno dei miei preferiti, Il piccolo isolazionista, su eBay svettavano a cifre di oltre cento euro. Era una conseguenza paradossale della sua stessa traiettoria: uno scrittore che aveva costruito il proprio lavoro attorno a immagini dimenticate, materiali laterali e oggetti fuori dai radar aveva visto anche i suoi libri diventare qualcosa da cercare e recuperare.
Il mese scorso però è uscita per Mondadori Dal pop al popolo, un’antologia che raccoglie alcuni dei suoi libri più importanti e una selezione di testi apparsi online, restituendo finalmente ai lettori la possibilità di incontrare di nuovo la sua voce. A curarla è Claudio Giunta, con una cronologia a cura di Luca Rossi. Negli ultimi anni Giunta ha lavorato a lungo per riportare Labranca all’attenzione dei lettori. Nel 2020 ha pubblicato Le alternative non esistono. La vita e le opere di Tommaso Labranca, la prima biografia dedicata all’autore, facendo nuova luce sulla sua opera e contribuendo a restituirle la complessità che spesso era rimasta nascosta dietro la sola etichetta di “teorico del trash”.
Giunta mi racconta di quando negli anni Novanta, mentre studiava alla Normale di Pisa, leggere Labranca gli aveva dato la consapevolezza che si poteva parlare seriamente anche delle cose che il mondo accademico considerava marginali. Giunta racconta che Labranca era «un insider e parlava delle cose che aveva sotto gli occhi, ma su un piano di parità. Non l’ha considerato una specie di side business da mettere accanto alle cose serie, ma l’ha considerato il piatto di portata».
Forse anche per questo la sua opera ha faticato a trovare una collocazione. E, più in generale, a essere letta per quello che era: non una curiosità laterale sulla cultura pop, ma uno dei tentativi più originali di raccontare l’Italia contemporanea. Nel frattempo, però, il discorso di Labranca si è man mano depositato, sedimentato. È stato sostanzialmente assorbito. Quello che allora serviva a mettere in discussione le gerarchie tra alto e basso è diventato un nuovo senso comune, uno schema condiviso, dai quotidiani ai social. Forse oggi la questione non è più soltanto allargare il campo dello sguardo, ma capire come cambia lo sguardo quando non esiste più un fuori campo.
Labranca non apparteneva ai luoghi tradizionali dell’autorità culturale, non era laureato, non aveva un titolo accademico da esibire. «L’Italia è un paese che pensa che gli intellettuali debbano avere gli occhiali spessi, la cattedra…», dice Claudio Giunta. Aggiunge Marta Cagnola: «Tommaso Labranca era un intellettuale libero che stava a Pantigliate, non un intellettuale furbo che stava a Isola».
Forse pesava anche un altro pregiudizio, meno evidente. In Italia la cultura è stata a lungo associata a ciò che è grave, solenne, “importante”. Il pop è rimasto ai margini insieme all’ironia, spesso considerata il contrario della profondità invece che uno dei suoi strumenti. Labranca era convinto del contrario. Nel 1998, nel suo saggio Chaltron Hescon, scriveva: «La commozione, ecco l’ossessione dei cialtroni. Il voler coinvolgere, con un suicidio, un libro o un film. Se si inizia a ridere è finita per tutti, il gioco si scopre e le case produttrici di detersivo per stoviglie ritirano i loro spot».
Come spesso accade, un eccesso genera la reazione opposta. Più il mondo gli appariva saturo di segni e significati – la televisione, internet, la pubblicità, la musica – più cercava strumenti per sottrarsi al rumore. Nel 2007 aveva creato Ultravoid, che definiva «uno sguardo senza fronzoli su un mondo complesso»: un sito e archivio di fotografie e video, suoi e dei lettori, fatti di non-luoghi, paesaggi svuotati, arredi essenziali, superfici quasi interamente bianche o grigie. Gli interessava quella riduzione all’essenziale che ritrovava anche nel minimalismo delle agendine Muji o in quella «impressione di calma spaziale, di rigore cosmico, di serenità nell’infinito» che Lucio Fontana attribuiva ai suoi “Tagli”. Una qualità che Labranca riconosceva perfino nei monoscopi Rai in bianco e nero che, negli anni Sessanta, anticipavano l’inizio delle trasmissioni: immagini sospese, fatte più di attesa che di spettacolo.
Forse è proprio per questo che tra le immagini che più raccontano il suo immaginario c’è quella che arriva nelle ultime pagine del Piccolo isolazionista, oggi nuovamente disponibile nell’antologia Dal pop al popolo: una nonna stende i panni su un terrazzo e intanto canta una canzone d’amore, mentre teli bianchi svolazzano, la avvolgono e si sovrappongono a Madonna nel video di “Frozen”. Il bambino Tommaso Labranca osserva e trattiene l’immagine nella memoria. Ancora una volta un cortocircuito: il quotidiano e lo spettacolo, la memoria privata e l’immaginario collettivo, il presente e il passato che vivono insieme. E poi quel bianco, che ritorna anche qui. Non un vuoto, ma una sospensione. Non una scelta tra una cosa e l’altra, ma il tentativo di guardarle entrambe nello stesso momento.
Labranca diceva che la sua vita era un saliscendi come i dischi di Madonna. Nelle stesse settimane dell’antologia, guarda caso, è uscito anche l’ultimo disco di Madonna. «Spero che vada bene anche a questo libro», mi dice Luca Rossi sorridendo. «Il disco pare stia andando alla grande».
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