Non ho il senso dell’orientamento. Voi?

«Adoro le mappe. Potrei trascorrere ore davanti a una cartina o a un mappamondo, eppure devo ancora conoscere qualcuno che abbia un senso dell’orientamento peggiore del mio»

Un concorrente della regata annuale di Port Navas, in Cornovaglia, Regno Unito. 21 luglio 2024. (Hugh R Hastings/Getty Images)
Un concorrente della regata annuale di Port Navas, in Cornovaglia, Regno Unito. 21 luglio 2024. (Hugh R Hastings/Getty Images)
Roberto Morelli
Roberto Morelli

È nato a Trieste nel 1964, si spartisce tra il giornalismo (già con il Corriere della Sera, poi con quotidiani e tv del Nordest), la saggistica (recentemente con Laterza) e il ruolo di dirigente d’azienda (Illycaffè, Trieste Convention Center).

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Devo ancora conoscere chi abbia un senso dell’orientamento peggiore del mio. Che accada tra sentieri boschivi, sull’altipiano carsico sopra Trieste dove vivo o in una città che conosco bene come Milano o Londra, mi smarrisco alla prima curva, fisso dubbioso ogni bivio, perdo cognizione al secondo isolato. Se mi sono imposto con grande attenzione un invisibile filo di Arianna con precisi segni di riconoscimento – un albero particolare, quel negozio all’angolo – posso farcela a tornare indietro ma con un filo d’ansia. Ma se devo raggiungere una meta o rientrare al punto di partenza fidandomi della mia collocazione nello spazio, non c’è verso. Potrei essere ovunque. La meta, qual che sia, è un buco nero.

Per converso o per contrappasso, adoro le mappe. Rappresentano ai miei occhi l’ordine del mondo, ben più che il salvagente della mia inettitudine. Sono un ancoraggio esistenziale: ogni luogo al suo posto, la perfetta proporzione dello spazio. Potrei trascorrere ore davanti a una cartina o a un mappamondo, ad almanaccare su quant’è grande la Russia o quant’è tortuoso il sentiero presso casa, a studiare percorsi che poi dovrò verificare e riverificare a ogni passo, e non sia mai che si perda il segnale gps: ho sempre con me anche la mappa cartacea come una coperta di Linus. Motivo per cui gli amici mi eleggono curiosamente a capo di ogni escursione, pur sapendo che non avrei mai la più pallida idea della nostra posizione, se non trascorressi la gita a fissare lo schermo dello smartphone.

Così mi sono intestardito a cercare di capirne di più. C’è una spiegazione a questo perdermi nello spazio, al vuoto che mi cinge in assenza di punti di riferimento sicuri? È qualcosa che posso curare o allenare? In fondo l’orienteering è un’attività molto diffusa, uno sport che ti pone a contatto con la natura, a cimentarmi nel quale farei semplicemente ridere. Ma ho scoperto di essere in nobile compagnia in quest’incapacità che credevo tutta mia. Anche se molte delle storielle che gli vengono attribuite (come la battuta pronunciata quando aveva smarrito il biglietto del treno: «Se non lo trovo, come faccio a sapere dove stavo andando?») sono probabilmente romanzate o apocrife, circolano molti aneddoti sul fatto che addirittura Albert Einstein avesse un pessimo senso dell’orientamento, e che ciò fosse una sfaccettatura della sua proverbiale distrazione.

Lo stesso si diceva di Charles Darwin, che in alcune lettere riferiva la sua difficoltà a orientarsi nel corso dei suoi viaggi di studio, dimenticandosi i percorsi fatti e non ritrovando mai la strada. Al tema dell’orientamento degli animali, che evidentemente lo affascinava, dedicò un testo pubblicato su Nature nel 1873. Nelle Città invisibili, Italo Calvino descrive gli spazi come mappe della mente, e l’orientamento (e quindi anche il disorientamento) come una riappropriazione del già vissuto:

«Arrivando a ogni città nuova il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più di avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti».

Nel 1932 in Infanzia berlinese, il filosofo e scrittore tedesco Walter Benjamin rovescia la prospettiva. È felice chi accoglie l’imprevisto, si lascia guidare dal ritmo dei luoghi, abbandona la mappa:

«Non sapersi orientare in una città non significa molto. Ci vuole invece una certa pratica per smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta».

In un famosissimo racconto breve intitolato Del rigore della scienza raccolto in L’artefice, Jorge Luis Borges trasforma il rapporto tra mappa e spazio, lettura cartografica e luogo reale, in una metafora del rapporto tra rappresentazione e realtà, tale per cui l’esattezza della prima pregiudica l’esperienza della seconda: in un impero fantastico, la cartografia (e quindi la scienza dell’orientarsi) era diventata così perfetta che la mappa «uguagliava in grandezza l’Impero e coincideva puntualmente con esso».

Nel momento in cui la mappa coincide esattamente con il luogo, non serve più a nulla.

Ma che il perdersi sia o meno una rivincita della vita sulla sua rappresentazione, perché a me succede di perdermi e altri, invece, si orientano alla perfezione?

Al tema si sono interessate varie scienze, anche con combinazioni interdisciplinari: neurologia, neuroscienze, psicologia cognitiva, filosofia della percezione. Tra le ipotesi più accreditate, vi è quella che in ogni persona convivano – o si contrappongano – due forme di orientamento, rispettivamente egocentrico e allocentrico.

Il primo, che evidentemente alcuni come me non hanno, consente di capire dove andare “sul campo”, usando il corpo, i punti di riferimento panoramici e la percezione dello spazio esterno. Il secondo, che evidentemente chi come me sviluppa per compensare la carenza del primo, legge e comprende lo spazio “dall’alto” utilizzando una mappa. È la differenza che passa tra il sapere intuitivamente in ogni momento dove ci si trova, grazie alla capacità d’interpretare lo spazio in relazione al movimento svolto, e capire la struttura, il diagramma, il sistema di un luogo attraverso la lettura della carta. La prima è una competenza tridimensionale, la seconda bidimensionale.

Le persone con senso di orientamento egocentrico (aggettivo che qui non ha nulla a che fare con il carattere) aggiornano costantemente la propria posizione usando i sensi ed elaborando gli stimoli esterni, dagli alberi agli edifici alla posizione del sole. Quelle di orientamento allocentrico non catturano questi parametri ma procedono per schemi e strutture rappresentative, per l’appunto le mappe.

Portata agli estremi, la difficoltà di orientarsi assume così le caratteristiche di un disturbo a cui la neuropsicologia s’interessa da una decina d’anni, il disorientamento topografico evolutivo (Developmental Topographical Disorientation), che consiste nell’incapacità di muoversi con sicurezza persino in ambienti familiari e quotidiani. E colpisce persone perfettamente normali per intelletto e cognizione, per queste sole ragioni di “mappatura”, cioè per l’impossibilità di costruire agevolmente una rappresentazione mentale dell’ambiente in cui ci si trova. Uno studio su un campione di 1698 italiani tra i 18 e i 35 anni, a cui hanno partecipato quattro atenei e due centri di ricerca, ha rilevato questo disturbo nel 3% delle persone testate.

Sarebbero tante le aree cerebrali coinvolte:

  • l’ippocampo, fondamentale per la memoria spaziale e per rispondere alla domanda “dove sono?”; grazie ai neuroni cellule di posizione, i nostri “gps biologici” (la cui scoperta valse a John O’Keefe, May-Britt Moser ed Edvard Moser il Nobel per la Medicina del 2014) che si trovano nello stesso ippocampo e si attivano quando giungiamo in un luogo specifico come una sorta di atlante mentale;
  • la corteccia entorinale e quella parietale;
  • il sistema vestibolare.

Insomma, come osserva Barbara Tversky nel suo libro Mind in Motion, la percezione della nostra collocazione nello spazio è una faccenda ben più complessa di quanto si possa credere (soprattutto se ci si orienta bene). Alcune ricerche, qui raccontate, evidenziano che nella capacità o meno di orientarsi incidono prevalentemente le componenti ambientali, culturali e comportamentali. Componenti quindi apprese e non immutabili, perciò anche allenabili.

– Leggi anche: Il senso dell’orientamento non è tanto una qualità innata

Gli abitanti dei Paesi nordici sembrano essere più a loro agio nel destreggiarsi tra spazi ignoti, e non a caso primeggiano costantemente nelle gare di orienteering. Tra le spiegazioni accreditate, vi è che in quei Paesi l’educazione fisica nelle scuole contempla diffusamente questa disciplina. Allo stesso modo, chi vive in contesti poco urbanizzati è più abile nel destreggiarsi all’aria aperta e in luoghi non “tracciati”. Pare esserci differenza pure tra chi vive nelle grandi città: si orienta meglio chi è abituato a strade irregolari, rispetto a chi abita tra isolati a griglie ordinate come negli Stati Uniti. Tutti segni che le abitudini di vita contano.

Persino la diseguaglianza di genere ha un peso: dove è più forte, come nei Paesi mediorientali, il senso dell’orientamento tra gli uomini è maggiore che tra le donne. La libertà di muoversi e di condurre una vita autonoma incide, cioè, nel nostro livello di confidenza con l’ambiente circostante.

Alcuni studi ipotizzano che ci sia anche una componente legata al carattere, e che ci si orienti meglio se si è aperti al nuovo, estroversi e coscienziosi, quindi buoni osservatori. Non è il mio caso: pur ritenendomi molto coscienzioso, sono propenso a smarrire la via e lo sarò sempre di più, se è vero, come hanno rilevato alcuni studi, che l’utilizzo abituale del gps può perfino peggiorare il senso dell’orientamento.

In ipotesi, è anche possibile che la mancanza di senso dell’orientamento sia abbinata a un’altra inettitudine che ho già raccontato: la mia assoluta incapacità nel disegno a mano libera. Ma qui entriamo nell’ambito delle congetture neuroscientifiche, non ancora suffragate da studi ad hoc. Sapersi orientare e saper disegnare sembrano appartenere allo stesso campo di competenze visuali e spaziali: un buon coordinamento tra ciò che percepiamo e la capacità di rappresentarlo, collocando in un caso noi stessi nello spazio, nell’altro le linee e le figure sul foglio. Sicché l’incapacità nell’uno e nell’altro contesto sarebbero due facce della stessa medaglia: due manifestazioni dell’attitudine a concettualizzare, simboleggiare, astrarre e ricondurre a “sistema” quel che vediamo, e dell’inettitudine a visualizzare, comprendere, rappresentare – nel disegno come nello spazio – oggetti, linee e forme. Il concetto di albero anziché la sua figura, la mappa del luogo dall’alto anziché la comprensione intuitiva della mia posizione in quel luogo.

Quando si manifesta in modo estremo, questo doppio deficit (nel disegno e nell’orientamento) potrebbe svelare una componente di disturbo dello sviluppo della coordinazione (Developmental Coordination Disorder, definito anche disprassia), cioè la difficoltà di organizzare e coordinare i movimenti. Una goffaggine oltre misura, diciamo. Spero di non giungere a tanto, ma mia moglie potrebbe non essere d’accordo, data la mia propensione a macchiarmi e a combinare pasticci.

Mi resta il dubbio che non avere senso dell’orientamento sia una carenza o, piuttosto, un modo per guardare davvero e vivere lo spazio in cui ci sentiamo smarriti. «Non tutti quelli che vagano sono perduti», dice il custode dell’anello Bilbo nel Signore degli Anelli. Magari nel perdersi a volte capita di trovare qualcosa.

– Leggi anche: A tutti noi che disegniamo da schifo

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