Che forma hanno le lacrime in mancanza di gravità
«Alcuni dicono che la distanza sia la condizione dell’amore. Ecco, credo di essermi interessata in maniera ossessiva al viaggio spaziale di Artemis II per affrontare il dolore legato alla fine di una relazione»
- Condividi
- X
- Regala il Post

Nella scorsa primavera ho seguito i resoconti della missione lunare di Artemis II tramite il canale YouTube della NASA, commuovendomi quando il comandante dell’equipaggio ha proposto di chiamare “Carroll” un cratere lunare prima sconosciuto, in onore della moglie scomparsa.
Mentre alle ore 00:35 italiane del 2 aprile la capsula Orion veniva lanciata nello spazio, io mi ancoravo al divano per dare inizio al decorso postoperatorio in una condizione di mobilità limitata. «Aprile è il mese più crudele» ripetevo, citando Eliot, al momento della puntura quotidiana di eparina. In più, oltre al corpo ferito, mi toccava affrontare il dolore legato alla fine di una relazione.
– Leggi anche: Le prime foto del sorvolo lunare di Artemis II
Gli astronauti di Artemis II raggiungevano la distanza massima dalla Terra per un essere umano. Alcuni dicono che la distanza sia la condizione dell’amore, suggerendo che occorre allontanarsi, di tanto in tanto, per essere in grado di comprendere il proprio affetto verso qualcuno. Qualche anno fa, prima di lasciarci, anche lo storico Carlo Ginzburg aveva parlato della necessità di adottare una distanza, avvalendosi dell’esempio offerto dalla pratica filologica, esercizio d’amore tra i più difficili:
«La distanza fra noi e gli altri esseri umani è invalicabile anche quando cerchiamo di identificarci emotivamente con loro. E quando la distanza sembra non esserci, bisogna costruirla, per arrivare alla comprensione».
Qualcosa di simile si prova ascoltando le dichiarazioni del team di Orion, che insistono su come quell’esperienza nello spazio gli abbia permesso di osservare, da lontano e per intero, la Terra: è il cosiddetto overview effect, la sensazione di tenerezza improvvisa per il proprio pianeta descritta da Victor Glover, il primo astronauta afroamericano ad andare verso la Luna: «I can really see Earth as one thing» ha ripetuto più volte, liquidando l’universo intorno come «whole bunch of nothing» (un gran vuoto e basta).
– Leggi anche: La Terra fotografata dallo Spazio, di Gaia Manzini
Ecco, credo di essermi interessata in maniera ossessiva a questo viaggio spaziale come a una metafora rassicurante che mi aiutasse a oltrepassare la mia esperienza individuale del dolore. Non avevo idea di come superarlo, senza perdere le energie di cui necessitavo per rimettermi in piedi. Nei momenti di pausa dallo zapping tra il canale ufficiale della NASA e lo streaming dei film con Totò, prendevo lo smartphone e rileggevo le conversazioni di due mesi prima tra me e l’AI, di cui avevo seguito i consigli senza battere ciglio: per superare «la mancanza del corpo di una persona, del calore umano di un corpo», la chat mi aveva consigliato di usare una borsa d’acqua calda nelle ore serali, momento critico in cui la nostalgia raggiunge il suo zenit. E così avevo fatto: ogni sera per tre settimane, poco prima di dormire, collegavo alla corrente la presa di una borsa elettrica con disegni natalizi, e quando raggiungeva la temperatura la prendevo e sistemavo sotto la coperta. Dopo aver lavato i denti, mi infilavo nel letto e mi portavo lo scaldotto al petto. Altre volte lo posizionavo dietro alla schiena. E pensavo allo scaldotto fino a quando il sonno non mi toglieva anche questo pensiero. Il problema era che con le temperature primaverili quella strategia non era più applicabile.
– Leggi anche: “Volevo vendetta. Ho chiesto a ChatGPT” di Ilaria Padovan
E poi c’era un’altra questione che non mi dava tregua: i tre piccoli tagli sull’addome lasciati dal bisturi avevano fatto del mio corpo una versione mai conosciuta da D., la persona lontana. In una lettura un po’ magica avevo voluto interpretare i tagli come segni della presa di distanza definitiva tra noi e per mesi avevo evitato di guardarmi allo specchio, come se avessi avuto vergogna che il mio corpo fosse rimasto solo. Non so perché questo aspetto marginale continuasse a ossessionarmi (più volte, in quel periodo, mi sono chiesta – in un tentativo di dissociarmi dalla coazione a ripetere di certi schemi – se fosse possibile uscire dal proprio pensiero). So che la condanna al ricordo mi faceva imbestialire, ma che non ero pronta a lasciare andare il dolore, che era l’unica cosa che garantiva un legame con D.
Mi ritrovavo in una situazione di impossibilità. Non potendo allontanarmi da me stessa come aveva fatto Orion con il pianeta Terra, continuavo a inscatolare metafore per non soccombere all’iperrealismo della sofferenza. Il presente era troppo vicino e scarsamente illuminato. Di «mala luce», dice Farinata a Dante nella Divina commedia, ergendosi a mezzo busto dalla tomba infuocata cui è stato condannato per il suo epicureismo, cioè per aver creduto che tutto finisse con la morte del corpo.
I dannati del sesto cerchio dell’Inferno, spiega Farinata, hanno conoscenza delle cose come se fossero affetti da presbiopia: vedono chiaramente le cose future ma non percepiscono nulla di ciò che accade nel presente. Anche a me in quel periodo sembrava che in ogni persona esistesse una parte strutturalmente inaccessibile all’altra. «There is no dark side of the moon really. Matter of fact it’s all dark» cantano i Pink Floyd nell’ultima canzone del loro album del 1973. (In termini scientifici è erroneo dire “lato oscuro” della Luna, perché ogni porzione è equamente illuminata dalla luce solare, siamo noi che non lo vediamo a causa del fenomeno della rotazione sincrona della Terra).
«Che cos’è un’esperienza dell’impossibile? L’esperienza dell’impossibile è l’esperienza dell’alterità. E l’amore è il tentativo di incontro con l’altro».
Lo scrive il filosofo argentino Darío Sztajnszrajber nel suo libro L’amore è impossibile. Otto tesi filosofiche, in cui smonta le fondamenta dell’architettura sentimentale che la tradizione ci ha tramandato: la coppia, il primo amore, l’altra metà. L’attitudine a considerare l’altro come una proiezione della nostra medesimezza, e mai come altro in sé, finisce per farci adottare il paradigma dell’incorporazione. È possibile uscire da questo schema e confrontarsi con l’altro senza sottrarre la sua alterità, senza che quella persona diventi nostro nutrimento? Scrive Sztajnszrajber:
«Occorrerebbe pensare una forma di dono come ritrazione, come allontanamento, che nello stesso atto riesca a far confluire il desiderio di dare all’altro senza che questo implichi un accumulo per sé».
Mentre ascoltavo un documentario in cui scoprivo che gli astronauti fanno due ore e mezza di allenamento al giorno per non perdere la massa muscolare in assenza di gravità, e che la loro urina viene purificata e convertita in acqua potabile, ho sentito provenire da fuori un tintinnio di chiavi.
Avrei poi scoperto, guardando dalla finestra ogni volta che potevo, che una signora scuoteva il suo mazzo di chiavi tre volte al giorno per richiamare l’attenzione di tre gatti condominiali: i tre segnali sonori indicavano il momento della colazione, del pranzo e della cena. Dopo i pasti la vicina puliva le ciotole e tornava in casa. Annebbiata dalla voglia di trovare un filo conduttore in tutte queste cose di cui mi cibavo mentre vivevo la convalescenza, ho iniziato a pensare alla protagonista di Meglio così di Amélie Nothomb, romanzo in cui una figlia scopre il lato più oscuro di sua madre, la quale aveva ucciso i gatti del quartiere perché li aveva amati sua madre (la nonna della protagonista), preferendoli alla figlia.
Dopo essermi accertata che nessuno in condominio avesse perpetrato simili vendette per qualche deficit d’amore, continuavo a soffrire all’idea di non poter riabbracciare il corpo di D. Forse anch’io ero perduta nel paradigma dell’appropriazione, ma quel corpo non era più per me. Oltre alla folla di voci da cui erano emersi in mio soccorso Nothomb, i Pink Floyd, Farinata e Sztajnszrajber, mi veniva in mente la lettera in cui Filippo Turati confida a Velia, vedova di Giacomo Matteotti, il dolore seguito alla morte di Anna Kuliscioff:
«Non è solitudine, è morte. Non ho, purtroppo, neppure la virtù delle lucertole, che si rifanno sia pur storta una coda, e invidio le povere amebe che, a sentire i naturalisti, anche tagliate a metà si ricostruiscono gli organi. Ora qualche volta capisco alcune cose che mi avete detto di voi».
Provavo un pungente desiderio di tornare indietro nel tempo ma, come si sa, il passato è ciò che non può più essere. Nello specifico, ripensavo a una sera quando fuori, in un silenzio spettrale, cantava un assiolo. Era una serata in cui, abbracciati, io e D. parlavamo di Antonio Ligabue e del suo amore per l’animalità. Mentre dipingeva o scolpiva animali feroci, Antonio Ligabue aveva l’abitudine di “testarli” con versi, digrignando la bocca, scoprendo i denti, gridando in aperta campagna. Dopo giorni di ascolto dell’assiolo, abbiamo scoperto che il suo verso è quasi sempre monosillabico, ripetuto per ore come una sonda, con un intervallo che va dai 2 ai 3,5 secondi.
Ha detto il filosofo Jean-Luc Nancy:
«I corpi abbracciati non condividono nient’altro che la loro esposizione l’uno all’altro: non c’è linguaggio né medium».
Nel corso delle mie ricerche sulla missione di Artemis II ho scoperto che quel viaggio era da intendersi come esperimento di collaudo: la capsula Orion e la sua componente umana erano semplici strumenti per testare la possibilità di ripetere altri viaggi nelle stesse condizioni, in modo da usare la Luna come base di lancio per la futura esplorazione di Marte, nell’ottica di battere la concorrenza cinese. E che la zona di maggiore interesse è esattamente la zona in ombra permanente, il polo sud lunare, ricco di ghiaccio d’acqua.
Nonostante i numeri della geopolitica spaziale mi siano stati di conforto rispetto agli imprevisti di un corpo ammaccato, ho perso la parte finale del viaggio di Artemis II. Per fortuna, grazie al materiale video su YouTube, ho poi assistito in differita al rientro di Orion sulla Terra: la navicella ha attraversato l’atmosfera a quasi 40.000 km/h, con lo scudo termico che sopporta temperature fino a 2.800 °C. Infine, uno splendido ammaraggio nell’oceano Pacifico tramite paracadute bianchi e arancioni. Ho anche appreso che la proposta del nome Carroll da parte del comandante deve essere ancora formalmente approvata dall’Unione astronomica internazionale. Continuo a interrogarmi su quale sia la forma delle lacrime in mancanza di gravità.
– Leggi anche: La fine di Artemis II è un nuovo inizio





















