Perché il cricket in India è così importante?

«“Vedi”, mi dice Mohammed, “per noi è come la religione. Non è necessario parlare tutti la stessa lingua. Quando ero bambino, eravamo in tre, ma c'era tutto quello di cui avevamo bisogno”».

Durante una partita del Milan Cricket Club (foto di Alessandra Coppola)
Durante una partita del Milan Cricket Club (foto di Alessandra Coppola)
Davide Martello
Davide Martello

Redattore per Che Tempo Che Fa e collaboratore come addetto stampa dell’Ambasciata indiana in Italia. È laureato in giurisprudenza e ha studiato giornalismo alla Scuola Holden. Prima o poi finirà anche il corso di laurea in antropologia culturale all’università di Bologna.

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La mia storia con l’India è una cosa seria.
In questi ultimi dieci anni non si è fatta mancare proprio nulla.
Sono stato nei ghat di Varanasi, dove notte e giorno bruciano le pire dei morti. Mi sono seduto sotto l’albero di fico dove il Buddha in un’alba di molti secoli fa raggiunse l’illuminazione. Sono arrivato a Calcutta con il treno notturno, attraversando al sorgere del sole le risaie azzurre che sembravano uscite da un sogno. Al grande tempio di Madurai ho visto la folla portare in spalla il dio Shiva, conducendolo per la notte dalla moglie Parvati, dopo una giornata passata ad ascoltare le preghiere dei fedeli.

È stata una frequentazione molto intensa, che però non si è spinta a uno degli aspetti più caratteristici del paese (e di quelli vicini): l’amore per il cricket.

Trecentocinque anni dopo la prima partita di cricket mai giocata in India (nel 1721 da alcuni marinai inglesi sbarcati nel porto di Khambhat, nel Gujarat) l’entusiasmo che questo sport genera è enorme, alimenta rivalità assai aspre e l’idolatria per i giocatori più forti, che arrivano ad avere status mitici, paragonabili solo a quelli dei più famosi attori di Bollywood. Nonostante ciò, non sono mai riuscito a entrare nella dinamica delle partite e dei campionati. Il cricket mi è sempre risultato troppo estraneo, con le sue partite lunghissime, il modo intricato di contare i punti e i movimenti degli atleti sul campo difficili da interpretare. Poi, nel corso di un progetto con la tv pubblica indiana, mi sono imbattuto in una notizia che ha catturato la mia attenzione.

Tra febbraio e marzo del 2026 in India e Sri Lanka si è tenuto il mondiale di cricket, evento al quale per la prima volta è riuscita a qualificarsi la Nazionale italiana. La coppa è andata poi all’India, ma la squadra italiana si è fatta valere, vincendo nella fase a gironi una storica partita contro il Nepal e andando vicino a battere addirittura l’Inghilterra. La notizia ha destato in me una nuova curiosità. Mi sono messo in contatto con Rakbir, dottorando in filosofia a Ca’ Foscari e responsabile della comunicazione della Federazione italiana di cricket, il quale mi ha raccontato che i giocatori della Nazionale sono nella grandissima maggioranza italiani con doppio passaporto, perché discendenti di italiani emigrati nei paesi del Commonwealth, dove il cricket è largamente praticato, o immigrati arrivati dal subcontinente indiano che hanno continuato a praticare anche in Italia lo sport più amato nei loro paesi d’origine.

Come è facile immaginare, giocare a cricket in Italia non è un’attività remunerativa. Tutti i giocatori della Nazionale hanno anche altre occupazioni. In molti, per poter partecipare ai mondiali, si sono licenziati. Alcuni, una volta tornati in Italia, hanno iniziato a lavorare come rider, in attesa di occasioni migliori. Più me ne occupavo e più avevo l’impressione di trovarmi di fronte a una storia che diceva molto dei nostri tempi e che teneva assieme il mondo globalizzato e il disperato bisogno di conservare a tutti i costi un’identità. Mi sono chiesto, però, se il mio disinteresse per il cricket non mi stesse facendo sfuggire da sotto il naso qualcosa di importante. In fin dei conti in Italia i cittadini stranieri che provengono da paesi dove questo sport è il più seguito sono attorno ai 600 mila.

Possibile che il cricket fosse la chiave per capire meglio anche qualcosa dell’Italia, e quindi, inevitabilmente, qualcosa di me?

Con questa domanda in testa, ho deciso di andare a vedere la mia prima partita di cricket.

Sono stato fortunato: alla periferia ovest di Milano c’è uno dei più importanti campi da cricket d’Italia (campo, non stadio; di quelli, come mi dice Rakbir, non ce n’è nemmeno uno, anche se ci si sta lavorando) che, proprio pochi giorni dopo la mia decisione, avrebbe ospitato una partita. Le due sfidanti sarebbero state il Milan Cricket Club, la squadra più antica d’Italia (fondata nel 1972 da un gruppo di britannici e irlandesi), e la squadra aziendale messa da poco in piedi da un inglese che in Italia ha una grossa società di importazione di prodotti indiani, la India Trading.

Il match è un’amichevole ma Andrea, membro del Milan Cricket Club e responsabile in Lombardia per la Federazione, mi spiega che in questo sport le amichevoli sono molto più importanti che nel calcio. Trattandosi in origine di uno sport aristocratico era infatti molto comune che i vari club si organizzassero per giocare in base ai loro rapporti e preferenze, senza i vincoli di un campionato regolare. Non a caso la stessa coppa del mondo è un’invenzione recente, giocata per la prima volta nel 1975.

Prima della partita del Milan Cricket Club (foto di Alessandra Coppola)

Andrea mi spiega anche i rudimenti del gioco, sotto gli sguardi divertiti degli altri giocatori, che sembrano chiedersi cosa ci sia di così difficile da capire. Arranco nelle spiegazioni, mi aggrappo a quel poco che già so, in primis che il cricket è un lontano antenato del baseball, e che ruota attorno al lancio di una palla che deve essere respinta con una mazza. Lo dico ad Andrea, cercando di non compromettere la mia posizione. Lui annuisce, paziente, come a dire che certo, ovvio che ci sono delle somiglianze, ma che sembrano così evidenti solo a chi ne capisce poco.

Nel frattempo, i giocatori hanno preso posizione. Sotto il sole inclemente di luglio alcuni hanno occupato il pitch, cioè il rettangolo di terreno spianato al centro dell’ampio circolo che costituisce il campo vero e proprio. Nel pitch le palle vengono lanciate, respinte con la mazza e riportate dopo essere state recuperate. Osservo i loro movimenti, senza che per il momento mi siano ancora chiare le regole che governano il gioco, ma è affascinante vedere il dispiegarsi di questo meccanismo. È una sensazione simile al vedere uno stormo di storni volare, in un modo che sembra allo stesso tempo totalmente casuale e regolato al millimetro.

Nei primi minuti mi colpiscono diversi aspetti, e tutti rendono il cricket diverso dallo sport come lo intendiamo noi. È un gioco molto statico, in cui rapidi momenti di concitazione sono intervallati da lunghe pause in cui i giocatori prendono posizione o aspettano che gli altri facciano le loro mosse. In aggiunta, cosa veramente peculiare osservata dal punto di vista degli sport più in voga in Italia, le squadre non sono presenti nella loro interezza in campo. La squadra che lancia la palla – in questo caso il club aziendale, in maglietta arancione – ha tutti gli undici giocatori al loro posto. Per il Milan Cricket Club, in maglia nera, ci sono solo due battitori, con in pugno le mazze tozze e spesse. Gli altri giocatori sono ai lati del campo da gioco. Alcuni seguono quello che accade, altri si allenano. C’è addirittura chi schiaccia un sonnellino.

La squadra della India Trading si è persino portata un barbecue, e i giocatori che non sono impegnati in campo ci danno dentro con le costine e le braciole.

Per fortuna Andrea, tra un’occhiata al tabellone dei punti e un paio di tiri di prova, prova a illuminarmi. Mi spiega che anche questo è un retaggio del passato dello sport, che si pratica in varie forme sin dal XVII secolo. La partita è importante ovviamente, ma altrettanto lo è la socialità. In origine i membri dei club che si trovavano per sfidarsi, da bravi nobili e inguaribili snob, non avevano alcuna fretta. La partita poteva durare molte ore, e spesso anche più di un giorno. Da qui una certa atmosfera rarefatta, un incrocio tra una partita e un picnic, con gli sfidanti che, tra una battuta e l’altra, si fanno assieme una birra.

La questione del tempo necessario a giocare una partita di cricket è ovviamente fondamentale perché è un ostacolo in un mondo in cui in genere lo sport si guarda in tv e non può durare più giorni. Con il tempo le partite sono andate progressivamente accorciandosi, passando dal formato di cinque giorni a quello di otto ore, per arrivare infine a quello più diffuso oggi, il cosiddetto T20, che dura all’incirca tre ore e mezza (ed è anche quello usato nei campionati del mondo cui ha partecipato l’Italia). Una durata senza dubbio più gestibile per chi non sia un nobile dell’Ottocento, ma comunque nettamente maggiore di ogni altro sport diffuso nei nostri tempi.

La partita continua e un po’ alla volta inizio a capire la dinamica di base: i lanciatori scagliano la palla verso il battitore, cercando di colpire dei paletti alle sue spalle, chiamati wicket. Se ci riescono il battitore viene eliminato. Se il battitore invece riesce a colpire la palla con la mazza la sua squadra può ottenere dei punti, in base al tipo di battuta che riesce a realizzare. Ogni lanciatore può tirare la palla sei volte, e man mano che i battitori vengono eliminati subentrano i loro compagni, fino a quando tutti e undici i giocatori di una squadra sono passati alla battuta. A quel punto le posizioni si invertono, la squadra che era alla battuta va al lancio, e viceversa. Ma non basta, mi manca ancora da capire l’intricato sistema di punteggio, i vari modi in cui i battitori possono far punti e le regole per determinare i vincitori…

(foto di Alessandra Coppola)

Attacco bottone con uno dei giocatori del Milan Cricket Club, Mohammed. È un ragazzo del Kerala, nell’India del sud, qui in Italia per una specializzazione da dentista all’Università del Piemonte Orientale. Quando gli dico che ho visitato il Kerala è piacevolmente stupito. Questo stato relativamente piccolo nel sud del paese è una meta molto meno battuta rispetto al nord dell’India. È anche lo stato dove è ambientato uno dei pochi romanzi indiani noti al grande pubblico, Il dio delle piccole cose di Arundhati Roy, che nel 1997 vinse il Booker Prize ed è la ragione per cui ci sono andato.

Nell’India del sud, da dove viene Mohammed, si parlano lingue radicalmente diverse da quelle del nord: gli chiedo quindi in che lingua parlino tra di loro i giocatori della squadra. Lui mi spiega che la lingua di base è l’hindi, la più diffusa nell’India del nord, e che con l’hindi ci si capisce abbastanza bene anche con i pakistani, che parlano urdu, di fatto una lingua parzialmente coincidente con l’hindi (sebbene si scriva con un alfabeto differente). Il problema è che la lingua principale del Kerala, la lingua madre di Mohammed, è il malayalam, sebbene lui, come spesso capita agli indiani istruiti, capisca anche l’hindi. In squadra però ci sono giocatori che parlano di preferenza punjabi, bengali, telugu… poi c’è la mia guida Andrea, che parla in italiano, e un giocatore irlandese, ultimo retaggio dei fondatori anglofoni del club. Insomma, alla fine quando si è tutti assieme si parla un inglese alla buona, e tutti capiscono il succo. Mohammed non sembra per nulla colpito da questa babele linguistica. Si stringe nelle spalle, mi dice che non c’è problema, gli indiani sono abituati a gestire l’enorme diversità e complessità del loro paese, in India si parlano decine di lingue, e in qualche modo ci si capisce sempre.

«Vedi, il cricket in India è come la religione», mi dice, come se fosse un dato di fatto, «non è necessario parlare tutti la stessa lingua».

Anche in Italia si dice che il calcio è come una religione. Il punto è che in India (e nel subcontinente in generale) la religione non è per nulla la stessa cosa che in Italia. Non è qualcosa che si fa in privato o in momenti precisi della giornata e dell’anno, come la messa della domenica o quella delle feste comandate. È un’esperienza totalizzante che pervade la quotidianità e ogni spazio, fatta di templi e altari a ogni angolo, santoni per le strade, icone sacre dappertutto, gente che alla fermata del bus vuole sapere per filo e per segno qual è la tua religione di famiglia (oltre a chiederti se sei sposato e se hai figli, questioni considerate imprescindibili). La religione nel subcontinente è un collante sociale che in Europa nei secoli si è sfilacciato, ma che qui crea dinamiche di coesione sociale ma anche di ostilità e violenza tra fedi diverse.

Torno a guardare i giocatori in campo. Le due squadre si apprestano a fare una pausa e scambiarsi i ruoli. Sono tutti sudati, in molti ne approfittano per bere o mangiare. Altri chiacchierano in gruppetti, commentano la partita, ridono. Lontani dalle loro case, costretti ad adattarsi a un paese con usanze molto diverse, dove anche la loro religione non è sempre facilmente praticabile, forse giocano a cricket per sentirsi meno smarriti, percepire che questo angolo di mondo è un po’ anche loro, e ritrovarsi insieme nel fine settimana, dopo il lavoro, come se non avessero mai dovuto andarsene.

Mohammed si prepara a entrare in campo come lanciatore, dopo aver pazientemente aspettato il suo turno. «Mi ricordo di quando ero bambino», mi dice. «Eravamo in tre amici e andavamo al parco, a giocare a cricket. In teoria si dovrebbe giocare in 22, ma anche in tre avevamo tutto quello di cui avevamo bisogno».

– Leggi anche: Diamo un’altra possibilità al cricket

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